La vicenda dell’adeguamento delle retribuzioni delle colf e delle badanti all’aumento dell’inflazione registrato nel corso del 2022 (11,6% provvisorio) offre spunti di riflessione molto interessanti su numerosi aspetti che sono rimasti sotto traccia sul tema delle basse retribuzioni e della sostenibilità dei redditi delle famiglie. Il contratto collettivo vigente (art. 8) prevede che l’adeguamento dei minimi salariali alla crescita dei prezzi venga stabilito annualmente da una commissione costituita presso il ministero del Lavoro con la partecipazione delle rappresentanze datoriali e dei datori di lavoro e che, in assenza di una decisione condivisa, le retribuzioni debbano essere adeguate automaticamente nella misura dell’80% dell’inflazione.

L’impatto potenziale dell’aumento per le famiglie datori di lavoro è rilevantissimo. Sulla base di alcune stime effettuate dal Sole 24 ore potrebbe oscillare tra i 110 e i 145 euro mensili in relazione ai profili professionali e intorno ai 1300-1750 euro annuali conteggiando la tredicesima, l’indennità di liquidazione e i contributi previdenziali. Un peso insostenibile per le centinaia di migliaia di famiglie, nella qualità di datori di lavoro, che si devono far carico dei maggiori costi del lavoro di cura, in parallelo agli effetti dell’inflazione sul reddito familiare. Giova ricordare che i lavoratori domestici risultano esclusi dagli sgravi contributivi per le nuove assunzioni e per la riduzione dei contributi previdenziali (cuneo fiscale) previsti nella nuova Legge di bilancio. Questa riflessione vale, a maggior ragione, anche per le colf e le badanti costrette a fare lavori disagiati con retribuzioni reali del tutto inadeguate e che non a caso vengono prese a riferimento dai sostenitori dell’introduzione del salario minimo legale.

L’entità del fenomeno, nelle indagini periodiche dell’Istat, ha assunto proporzioni gigantesche. In quelle più recenti (2019/2020) equivale al 47% delle prestazioni che sommate tra loro corrispondono a quelle che potrebbero essere svolte da circa un milione di lavoratori a tempo pieno. Una parte significativa di queste prestazioni sommerse viene effettuata dalle colf e badanti assunte regolarmente. Lo si può comprendere analizzando le caratteristiche dei 961 mila lavoratori (53% colf e 47% badanti per l’85% donne) iscritti nel fondo previdenziale dell’Inps nel 2021.

La sostenibilità di questo modello, che deve prendersi a carico il lavoro di cura delle persone, ivi comprese le 3,8 milioni non autosufficienti destinate a raddoppiare nei prossimi 10 anni per gli effetti dell’invecchiamento della popolazione, è sostanzialmente affidata ai lavoratori domestici stranieri (70%) per la stragrande parte donne badanti provenienti: dall’Est Europa (35,8%), dal Sud America (7,5%) e dall’ Asia orientale (7,3%). La quota dei lavoratori italiani (30%) ha registrato un aumento di 11 punti negli ultimi 10 anni, compensando la decrescita di 9 punti delle colf e badanti provenienti dall’Est Europa. Nel medesimo periodo, l’età media dei lavoratori domestici ha subito un costante invecchiamento. La quota con età inferiore ai 45 anni si è ridotta dal 58% al 33%, mentre quella superiore ai 50 anni è aumentata al 36%, oltre il 50% ha un’età superiore ai 50 anni con un significativo 17% , pari a 184 mila, di over 60. Il numero complessivo degli iscritti al fondo Inps è rimasto sostanzialmente stabile nel corso degli ultimi 12 anni nonostante il forte aumento della domanda di prestazioni.

L’impatto demografico, oltre ad aumentare la domanda di lavoro di cura, sta comportando una progressiva dissoluzione dei nuclei familiari, un aumento esponenziale dei nuclei monocomposti e una riduzione delle reti parentali nei territori. Una quota significativa delle donne, in gran parte di età avanzata, che attualmente si fanno carico del lavoro di cura non retribuito sono destinate a diventare i nuovi utenti delle future prestazioni.

In effetti, l’assistenza e i servizi alle persone rappresentano i comparti che in Europa hanno registrato una crescita intensa dell’occupazione favorita da tre fattori: gli investimenti per i servizi di conciliazione tra i carichi familiari e quelli lavorativi, l’orientamento dei servizi sanitari e assistenziali verso la domiciliarizzazione delle prestazioni, le detrazioni fiscali per l’acquisto di numerosi servizi alle persone da parte delle famiglie che hanno favorito la sostenibilità dei costi delle prestazioni e l’emersione delle prestazioni sommerse. Frutto di scelte politiche che hanno attribuito una grande rilevanza al lavoro di cura, orientate all’obiettivo di aumentare e riqualificare la domanda e l’offerta di lavoro di prestazioni nell’ambito di una visione organica delle problematiche dell’invecchiamento della popolazione, del sostegno alla natalità.

I risultati in termini di qualità dei servizi e dell’occupazione, in particolare quella femminile e di sostenibilità dei redditi familiari sono conclamati. Mettono in evidenza le lacune delle nostre politiche, ma nel contempo indicano la strada per poterle rimediare.

Natale Forlani

Pubblicato su Il Sussidiario (CLICCA QUI)