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L’Italia del Futuro? Ma già esiste. Solo che ancora non la conosciamo – di Michele Rutigliano

A happy multicultural group of young friends eat pasta and drink wine together on the steps of a narrow alley in a historic Italian town during a summer holiday.

Il nostro Paese sta cambiando, senza che noi ce ne accorgiamo. L’Italia del futuro, infatti,  non è soltanto quella che immaginiamo nei programmi politici, nelle statistiche demografiche o nelle previsioni degli economisti. È già qui, cresce nelle nostre città, abita i quartieri, frequenta le scuole, lavora nelle imprese e costruisce nuove relazioni familiari e sociali. Il problema è che spesso non riusciamo a riconoscerla. Continuiamo a raccontare il Paese attraverso categorie che non bastano più a descriverne la complessità, mentre la realtà procede più velocemente del nostro modo di interpretarla.

Un’interessante ricerca presentata da Avvenire, promossa dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo e dalla Fondazione Migrantes, in collaborazione con Istat, invita a guardare ai rapporti tra nonni e nipoti, italiani, nuovi cittadini, stranieri e italiani residenti all’estero. Ne emerge un’Italia nella quale le differenze di origine, le distanze geografiche e il succedersi delle generazioni non rappresentano necessariamente fattori di divisione. Possono diventare, al contrario, occasioni di conoscenza, scambio e crescita.

È questa la realtà che dobbiamo imparare a leggere. Non si tratta soltanto di un’Italia multiculturale, nella quale convivono tradizioni e identità diverse, ma di un’Italia sempre più multietnica, nella quale persone provenienti da Paesi differenti partecipano, con ruoli e responsabilità differenti, alla costruzione della stessa comunità nazionale. La distinzione non è puramente terminologica: richiama il passaggio dalla semplice coesistenza delle culture alla partecipazione concreta alla vita economica, sociale e civile del Paese.

Il Mezzogiorno, tra inverno demografico e nuove opportunità

È soprattutto nel Mezzogiorno che questa trasformazione assume un significato strategico. Qui l’invecchiamento della popolazione, la diminuzione delle nascite, lo spopolamento di numerosi centri e la partenza di tanti giovani verso il Nord o l’estero mettono in discussione la tenuta di interi territori. Ogni ragazzo che parte senza prospettive di ritorno rappresenta una perdita di competenze, energie e possibilità imprenditoriali. Ogni attività che chiude e ogni servizio che scompare rendono più difficile invertire la tendenza. Ma sarebbe sbagliato considerare il Sud soltanto attraverso la lente delle sue fragilità. Nelle campagne, nelle attività commerciali, nella ristorazione, nell’assistenza alla persona, nell’edilizia e in diversi comparti produttivi, il contributo dei lavoratori stranieri è già parte della vita quotidiana. Nelle scuole crescono ragazzi con storie familiari differenti, mentre nuove famiglie costruiscono relazioni, consumano, studiano, lavorano e alimentano le economie locali.

Questa trasformazione non risolve automaticamente i problemi del Mezzogiorno. L’integrazione richiede politiche abitative, formazione linguistica e professionale, servizi efficienti, legalità e condizioni di lavoro dignitose. Richiede anche la capacità di evitare la formazione di comunità separate, prive di reali occasioni di incontro. Ma, se governata con lungimiranza, può contribuire a contrastare lo squilibrio demografico e a sostenere attività che rischierebbero altrimenti di perdere risorse umane indispensabili.La sfida è costruire un patto tra generazioni e provenienze diverse. Gli anziani custodiscono memoria, competenze ed esperienze; i giovani portano innovazione, conoscenze digitali e nuove aspirazioni. Chi arriva dall’estero può mettere a disposizione professionalità, iniziativa e relazioni internazionali. Chi parte può mantenere legami economici e culturali con la propria terra. Nessuno, tuttavia, deve essere considerato una risorsa soltanto in funzione del lavoro che svolge: la partecipazione alla comunità presuppone diritti, doveri e opportunità condivise.

Un nuovo Mezzogiorno dentro l’Europa che cambia

Il futuro, dunque, non consiste nel contrapporre italiani e stranieri, giovani e anziani, chi resta e chi parte. Consiste nel creare le condizioni perché queste esperienze possano concorrere a un progetto comune. È una questione demografica, ma anche economica, culturale e politica. Un Paese che non riesce a trattenere i propri giovani, ad attrarre competenze e a valorizzare chi già contribuisce alla sua crescita finisce per indebolire le proprie possibilità di sviluppo.Per il Mezzogiorno questa prospettiva può diventare il fondamento di un nuovo meridionalismo. Non una rivendicazione assistenziale, né una politica limitata alla denuncia dei divari, ma una strategia capace di mettere in rete imprese, università, istituzioni, territori e comunità.

Il Sud dispone di una posizione geografica che lo collega naturalmente all’Europa, al Mediterraneo e all’Africa. Può trasformare questa collocazione in un vantaggio concreto attraverso scambi commerciali, formazione, ricerca, turismo, innovazione e cooperazione internazionale. L’Europa, a sua volta, ha bisogno di territori capaci di affrontare insieme le transizioni demografica, tecnologica e produttiva. Il Mezzogiorno può contribuire a questa prospettiva se saprà superare localismi e frammentazioni, investendo sulle competenze e sulla qualità delle istituzioni.

L’Italia del futuro, allora, non è un modello astratto da inventare domani. È una realtà in formazione, fatta di famiglie, lavoratori, studenti, imprenditori e cittadini che già condividono spazi, responsabilità e aspettative. Non dobbiamo idealizzarla, perché persistono disuguaglianze, diffidenze e difficoltà reali. Dobbiamo però imparare a riconoscerla e a governarla.La vera domanda non è se questa Italia esista. Esiste già. La domanda è se saremo capaci di darle un progetto, trasformando le differenze in collaborazione e la collaborazione in sviluppo. Perché il progresso del Mezzogiorno e dell’intero Paese dipenderà anche dalla capacità di comprendere che il futuro non appartiene a una sola generazione o a una sola origine: si costruisce insieme, dentro un’Italia più consapevole di sé e in un’Europa sempre più  solidale e interdipendente.

  Michele Rutigliano

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