A maggior ragione nel tempo della globalizzazione e dopo una messa alla prova planetaria cui siamo stati ed, anzi, siamo tuttora esposti, si dovrebbe mettere meglio a fuoco un concetto fondamentale, secondo il quale, in termini via via più stringenti, anche se non sempre di immediata evidenza, la politica interna di un Paese finisce per essere, per molti aspetti, una variabile dipendente dalle relazioni internazionali che il Paese intrattiene.

Lo stesso governo Draghi, al di là della preminente finalizzazione programmatica su piano vaccinale e Recovery plan, non può non contemplare la politica “estera” – chiamiamola ancora così – tra i versanti sui quali il suo impegno, per forza di cose, deve essere prioritario e su cui, a suo tempo, verrà giudicato il suo operato.

Il Presidente del Consiglio ha riservato, la scorsa settimana, il suo primo appuntamento internazionale alla Libia, in visita al nuovo governo di unità nazionale. Forse, al di là dell’indubbio rilievo politico, si puo’ attribuire a questa primo impegno diplomatico ufficiale, anche un valore simbolico.

Nel senso che  abbia richiamato, oltre agli storici rapporti con la nostra ex-colonia, l’interesse che l’Italia, anche da Paese fondatore dell’Unione Europea, nutre nei confronti del Mediterraneo.

Se la parte può stare per il tutto, dire Libia già significa dire Africa ed alludere a quella condivisione fisica ed ideale del Mare Nostrum tra due continenti che vi si affacciano da opposte sponde. Non dovremmo, infatti, nel tempo nuovo che si annuncia e nel quale già muoviamo i primi passi, ragionare in funzione di quello che potremmo chiamare , non disponendo per ora di un termine più esaustivo,  una sorta di ”aggregato euro-africano”?

Nel nostro lessico “internazionale”, la dimensione “Est-Ovest” è dominante ed esprime la cifra “divisiva” di una certa concezione del mondo. E’ un po’ come se un emisfero si giocasse in casa i destini del pianeta e li scaricasse, compresi squilibri ed insostenibili diseguaglianze, sull’altro. E’ un’idea così cervellotica tentare – se non altro, in una sorta di esperimento mentale, magari ingenuo – di mettere, invece, a fuoco una dinamica Nord-Sud ed i suoi possibili effetti, secondo un’intenzione “inclusiva” che cerchi, se non di rovesciare, almeno di correggere o integrare la logica precedente?

La politica conserva l’ambizione di “progettare” gli eventi o almeno di cogliere la china dei processi evolutivi che via via si profilano, così per tempo da poterli guidare oppure e’ irrevocabilmente condannata alla sostanziale irrilevanza di chi, tutt’al più, aggiusta qualche profilo marginale o cerca di correggere le più gravi fratture che si manifestano in percorsi che sembrano farsi da se’, se non altro come somma algebrica dei multiformi interessi “particolari” che confliggono senza alcuna intenzione di approdare ad un interesse comune e condiviso? Non dovremmo intanto riconoscere l’enorme credito che l’Africa legittimamente vanta nei confronti dell’Europa?

Se la storia non è il tempo che passa, ma piuttosto il tempo che si accumula, non è forse questo il momento  in cui, se effettivamente intendiamo aprire una stagione nuova, possibilmente di stabilità e di pace, possiamo ricapitolare una storia antica per trarne suggestioni che sono tuttora palpitanti e tradurle  sul piano fattuale dell’azione politica?

Aldo Moro sosteneva che “tutto il Mediterraneo è in Europa perché tutta l’Europa è nel Mediterraneo”. In effetti, in questa logica il Mediterraneo non appare forse come una sorta di vastissimo lago interno a questo spicchio di mondo che si estende da un Polo all’altro e nel Mare Nostrum trova l’epicentro della sua storia e della storia di tutti?

In fondo le prime e più radicate civiltà, che precedono la stessa antichità classica, sono nate non sulla nostra, ma sull’altra sponda mediterranea. Il Mare Nostrum non è forse, a maggior ragione, tale non più secondo l’intenzione di esclusivo possesso concepita dall’antica Roma, bensì, oggi, nel senso di una più matura condivisione, secondo un nuovo concetto di reciprocità tra due sponde bagnate dalle stesse acque ?

Nella cultura imprenditoriale di Mattei e, soprattutto, in quella politica, in modo particolare di Fanfani e di Moro, non ci sono già i primi fondamenti di una simile visione, figlia di un sentimento nuovo, che è consapevole della ”comunità di destino” che comprende tutti? Non a caso, del resto, pare che gli inglesi detestassero Moro, cui imputavano di aver consentito all’ Italia che aveva perso la guerra, di vincere la pace, segnatamente nel Mediterraneo. Il nostro Paese non ha forse un compito da svolgere per la riscoperta di una dimensione “mediterranea” dell’Europa, se non altro trascurata e disattesa?

Del resto, se la geologia avesse qualcosa da insegnare alla politica, non dovremmo, forse,  rilevare come il nostro Paese insista su una propaggine estrema della zolla continentale africana che si incastra,  come un cuneo, in quel vasto promontorio della placca euro-asiatica che chiamiamo Europa, cosicché le Alpi sono il prodotto di questa formidabile pressione e, si potrebbe dire, per colmo di ironia, che le valli prealpine, culla della Lega, non sono che un estremo lembo di terra africana ?

La proiezione geografica della nostra penisola nel mare, la storia, l’origine e l’evoluzione delle culture che sono nate e si sono sviluppate grazie alla varietà ed alla frequenza degli scambi tra differenti popoli che il Mediterraneo ha consentito sono un dato di fatto che neppure oggi  ha smarrito un alto significato, se tuttora, non a caso, i maggiori focolai di tensione internazionale, i conflitti che maggiormente condizionano l’equilibrio mondiale e minacciano la pace sono collocati, ancora una volta in quel Mediterraneo orientale, quasi immediatamente dal di là dal quale si estende l’antica Mesopotamia.

In questa ottica di un meraviglioso ed incredibile miscuglio di popoli, di lingue e di culture, di uomini che si sono bagnati ed hanno navigato le stesse acque, quasi trasformando il mare in una immensa “agorà”, si inscrivono anche i barconi che giungono sulle nostre sponde e ci segnalano l’incredibile passo che l’umanità è chiamata ad affrontare verso lo sviluppo inevitabile di società multietniche, multiculturali e multireligiose.

Domenico Galbiati