Rischiamo di dimenticare la guerra. O, almeno, di leggerla solo in funzione dell’ impatto che immediatamente esercita sulle questioni di casa nostra. Eppure è rischioso assuefarci, accettare che la nostra coscienza sia addomesticata dal livore di una guerra di feroce, sistematica distruzione. “Normalizzare” interiormente un conflitto talmente cieco e cruento, assumerlo nella cornice mentale di ognuno come evento che cessa di creare scandalo e sconcerto, in qualche modo abbassa l’asticella di quel sentimento di sdegno e ribellione morale che dovrebbero suscitare le crudeltà e le sofferenze inferte al popolo ucraino.

Sorprende che non se ne rendano conto i “pacifisti” tutto d’ un pezzo, soprattutto quelli che , di fatto, lamentano la resistenza del popolo ucraino come un oggettivo concorso alla prosecuzione del conflitto, una sorta – verrebbe da dire – di indebita ingerenza nei piani di Putin. Coloro che giustamente invocano pace, pace ed ancora pace, ma contraddicono sé stessi quando, di fatto, declinano questa loro doverosa aspirazione nei termini di una sostanziale resa dell’Ucraina che vorrebbero, ingannevolmente, nobilitare nei termini di una resistenza che dovrebbe essere esclusivamente morale. C’e’, infatti, chi addirittura cerca di attribuire la responsabilità della guerra al fatto che, da ben prima del conflitto, l’Ucraina sarebbe stata talmente foraggiata di armi dall’Occidente da aver suscitato quella pulsione bellica che ha impedito che un intero popolo libero si offrisse inerme come vittima sacrificale alle voglie di Putin. Il quale non si ferma, non si limita al Donbass né mostra, come mai ha mostrato, alcuna propensione al negoziato.

Vi sono atteggiamenti francamente indecenti che si ammantano di “pacifismo”, ma di fatto nulla hanno a che vedervi. Si tratta, piuttosto, di una copertura di persistenti presunzioni ideologiche che, non a caso, vengono assunte soprattutto da anziani uomini di sinistra, spesso vecchi comunisti che hanno visto le loro attese palingenetiche sepolte sotto i calcinacci del muro di Berlino. Probabilmente, li conforta il fatto che nelle foto celebrative delle avanzate russe, scattate sulle macerie di città sbriciolate dalle bombe, campeggi talvolta una bandiera rossa che ancora reca l’insegna di “falce e martello”. A riprova di una sorta di continuità ideale che, ai loro occhi, perfino inconsciamente, erge Putin a “vindice” delle attese della loro gioventù tradita e delle frustrazioni ideologiche interiormente sofferte ed oggi intrise di una tale rabbia o da tanto sconforto da annebbiare loro lo sguardo, al punto che non sanno più distinguere chi sia l’aggredito e chi l’aggressore.

In fondo, vanno compresi ed, anzi, va riconosciuta la loro buona fede, vissuta sinceramente con quella passione degli anni giovanile che, al di là del consenso razionale, implica un’adesione affettivamente forte all’ universo mentale della propria visione del mondo. E’ stata per molti una dura prova dover ammettere che sia stata quella stessa storia, quel naturale decorso degli eventi che altro non avrebbe dovuto se non confermare, con l’indubitabile certezza di una dimostrazione scientifica, la verità del loro assunto ideologico, a mostrarne tutta la fallace inconsistenza. Ma pur trascurando questi casi estremi, dove sono i pensosi, sofferti appelli degli intellettuali “engage’” contro l’aggressore, a difesa di un popolo violentato?

Dove sono i “sit-in”, i “flashmob” o quant’altro si possa esibire, dalle bandiere arcobaleno a quelle ucraine, davanti all’ ingresso di quell’ambasciata russa che, al contrario, qualcuno attraversa per sedere a tavola, graziosamente invitato a pranzo? Dove sono i militanti in servizio permanente ed effettivo, pronti ad infiammarsi per ogni causa libertaria? Ma è soprattutto l’Europa che non deve scordare Kiev, dove si combatte una battaglia vitale per il suo domani, ma soprattutto decisiva per la dignità dei popoli che la abitano.

Domenico Galbiati