Diplomazia e limiti del negoziato russo‑ucraino
Come da tanti auspicato, la diplomazia ha fatto la sua apparizione nei giorni scorsi sulla scena del conflitto russo‑ucraino. Gli inviati del presidente americano, Kuchner e Witkoff, hanno fatto la spola tra Mosca e Kiev. Ahimè, per quel che si riesce a capire, i risultati sono stati pari a zero o poco più. Forse ci sarà un incontro trilaterale, ma non ad alto livello, nelle prossime settimane o mesi, mentre un incontro diretto Zelensky‑Putin continua ad essere rifiutato da Mosca. Intanto guerra e bombardamenti russi sulla popolazione civile ucraina continuano e anzi si intensificano.
Si potrà certo dire che poco ci si poteva aspettare da una “diplomazia” così poco qualificata, condotta invece che da professionisti del Dipartimento di Stato americano da due faccendieri immobiliaristi che non erano ancora mai stati a Kiev (ma molte volte a Mosca!), e per di più mentre il loro capo aveva per la testa tutt’altre questioni… In realtà, anche se condotta da competenti professionisti, questa iniziativa diplomatica aveva ben poche speranze.
Potenzialità e limiti dell’azione diplomatica
Qui bisogna dirsi con franchezza quali sono le potenzialità e i limiti dell’azione diplomatica in generale e nel nostro caso particolare. Per portare risultati concreti, la diplomazia — cioè una tela di approfonditi e ripetuti colloqui diretti e indiretti tra le parti in causa, possibilmente con l’ausilio di una terza parte (o più terze parti) — deve riuscire a far avvicinare posizioni inizialmente distanti, giocando su una riduzione dei costi di un accordo e parallelamente sulla valorizzazione dei suoi benefici. Il processo deve portare le parti a riconoscere che quello a cui rinunciano delle proprie posizioni iniziali (i costi) è inferiore ai vantaggi conseguiti con un accordo. La terza parte avrà un ruolo tanto più importante se potrà inserire nel processo dei concreti vantaggi per le parti contendenti (ad esempio garanzie di sicurezza, aumento della fiducia reciproca sul rispetto degli accordi, ecc.). Nel nostro caso queste condizioni mancano completamente e raggiungerle appare a tutt’oggi molto difficile.
La variabile Putin
Perché la soluzione che sembra più ovvia in una situazione in cui la guerra sul fronte è sostanzialmente in stallo da mesi — cioè un congelamento del conflitto grosso modo sulle linee attuali insieme a garanzie che gli attacchi non riprendano da nessuna delle due parti — non riesce a farsi strada? La variabile cruciale qui rimane Putin con le sue preferenze.
Mentre l’Ucraina, come espresso dal suo presidente, sarebbe soddisfatta da una soluzione di quel genere, dunque da uno status quo che comporta pur sempre la perdita de facto se non de iure di ampie parti del suo territorio ma assicura la possibilità per il Paese di riprendere una vita normale e giovarsi dei vantaggi dell’integrazione prossima con l’Unione Europea, perché Putin non si accontenta della estesa porzione di Ucraina che è riuscito ad occupare con questa guerra?
La risposta è semplice e insieme tragica: a Putin non interessa il Donbass, gli interessa tutta l’Ucraina. Per due concorrenti motivi:
- perché l’Ucraina è il pezzo più grosso e importante perso della vecchia Unione Sovietica e Putin ritiene di doverlo riacciuffare per riportare indietro la storia e ristabilire la dimensione imperiale della Russia;
- perché un’Ucraina autonoma nelle sue scelte politiche e democratica (pur con ancora tanti limiti) è un modello alternativo rispetto alla sempre più chiusa autocrazia imposta da Putin alla Russia, dunque una pericolosa tentazione per il popolo russo.
La posta e il rischio
Avendo fallito clamorosamente nel 2022 la decapitazione del sistema politico ucraino e la sua “vassallizzazione”, Putin ha scommesso enormi risorse umane — si parla di circa un milione e mezzo tra morti e feriti nelle truppe russe — ed economiche (ormai la spesa per la guerra rappresenta più del 40% del bilancio federale) per raggiungere comunque quell’obiettivo attraverso un prolungamento della guerra e sperando nel cedimento dell’Ucraina e del sostegno dei suoi alleati europei. Un armistizio stabile renderebbe invece del tutto evidente la follia (criminale) di questa impresa e metterebbe in serissimo pericolo il potere di Putin stesso.
Purtroppo ci dobbiamo aspettare che, come il giocatore invasato di Dostoevskij, Putin alzi ancora la posta cercando con la campagna di bombardamenti d’inverno sulle città ucraine di piegare il Paese che non riesce a conquistare. Ma anche questa scommessa fallirà se l’eroica resistenza ucraina potrà contare ancora sul sostegno europeo — e forse qualcuno in Russia dovrà cominciare a chiedersi se il futuro del Paese debba continuare ad essere nelle mani di chi ha sbagliato tutti i calcoli.
Maurizio Cotta

