Prologo: cogliendo l’occasione del grande successo dell’Odissea di Cristopher Nolan e di un programma sull’eroe greco trasmesso di recente sulla rete 7, ho voluto abbandonarmi ad un gioco. Eccolo.
Per quanto possa parer strano, questo testo in fondo non tratta di un argomento surreale, almeno non nel senso in cui spesso viene usata questa parola. È, piuttosto, una piccola macchina di storia delle idee che mette di fronte due forme di potere profondamente diverse e chiede di immaginare che cosa accadrebbe se l’astuzia politica di un eroe arcaico incontrasse la politica-spettacolo di un leader contemporaneo. Ulisse non esiste, naturalmente; ma proprio per questo può essere trattato come una figura simbolica, mentre Trump è un uomo storico, con una biografia, un elettorato e un sistema politico alle spalle. Se si accetta questa convenzione, la sfida diventa sorprendentemente seria.
Se dovessi scommettere sull’esito di un’elezione presidenziale americana nella quale, per una di quelle bizzarre anomalie che talvolta la fantasia concede alla politica, Donald Trump dovesse misurarsi con Ulisse, sceglierei Ulisse. Ma non perché l’eroe omerico sarebbe necessariamente più intelligente di Trump, né perché l’intelligenza, da sola, vinca le elezioni. Sceglierei Ulisse perché i due rappresentano due concezioni quasi opposte del potere: Trump tende a conquistarlo attraverso la forza della presenza, la semplificazione del conflitto, la ripetizione ossessiva del messaggio e la capacità di trasformare se stesso nel principale argomento della propria campagna; Ulisse, al contrario, appartiene alla famiglia dei poteri invisibili, delle identità mobili, delle parole ambigue, delle alleanze provvisorie, delle strategie che funzionano proprio perché l’avversario non riesce a comprenderle fino in fondo.
In altre parole, Trump sarebbe probabilmente il candidato più rumoroso. Ulisse sarebbe quello più difficile da battere.
E qui comincia la parte interessante
Trump possiede una qualità politica che sarebbe un errore sottovalutare: sa intuitivamente che la politica democratica non è soltanto amministrazione, ma spettacolo ed immagine. Sa che milioni di elettori non votano un programma nel senso tecnico del termine, bensì una rappresentazione del mondo nella quale desiderano riconoscersi. La sua politica è costruita attorno a questa intuizione. Il comizio diventa spettacolo, lo slogan sostituisce l’argomentazione, il conflitto diventa identità e l’avversario non è semplicemente qualcuno che propone una politica diversa, ma qualcuno che appartiene all’altra America.
Trump, sotto questo profilo, possiede qualcosa che molti politici professionali hanno perso: il senso dell’istinto.
È un uomo che ha capito prima di molti altri che nell’epoca della televisione permanente, dei social network e dell’informazione trasformata in flusso continuo, l’attenzione è una forma di potere. Essere continuamente presenti equivale, almeno in parte, a esistere politicamente. E Trump è quasi sempre presente. Perfino quando viene attaccato, continua a essere il centro della conversazione. Perfino quando perde una battaglia comunicativa, spesso riesce a trasformare quella sconfitta in un’altra occasione per parlare di se stesso. È una tecnica antica quanto il potere, anche se il mezzo è nuovo.
Cesare comprese quella della narrazione personale, Augusto comprese l’importanza delle immagini, Napoleone comprese il valore politico del simbolo e Mussolini comprese, in forma tragicamente degenerata, la potenza della messa in scena. Più recentemente Kennedy comprese quella della televisione. Trump ha compreso quella dell’ecosistema digitale: non importa soltanto ciò che dici; importa quanto spazio occupi nella mente degli altri.
Ulisse, tuttavia, appartiene a un’altra categoria
Il personaggio omerico non è il più forte degli eroi greci. Non è Achille. Non possiede la forza sovrumana, né la bellezza che la tradizione attribuisce ad altri eroi. La sua arma principale è il mêtis: una forma di intelligenza pratica che non coincide con la semplice saggezza. È capacità di leggere la situazione, prevedere la reazione dell’avversario, assumere una maschera, mentire quando la verità sarebbe suicida, dire la verità quando la menzogna sarebbe sospetta, aspettare quando gli altri hanno fretta e agire quando gli altri credono di avere ancora tempo.
Ulisse non entra nella guerra di Troia con un martello. Entra con un’idea. Il cavallo di Troia è, in questo senso, molto più di un episodio mitologico. È una metafora della politica. Gli altri guerrieri vedono una città fortificata e pensano alla forza necessaria per abbatterne le mura. Ulisse vede le mura e si domanda quale errore potrebbe indurre gli abitanti ad aprirle dall’interno.
È esattamente qui che, nella mia ipotetica campagna elettorale, comincerebbe il vantaggio dell’eroe greco. Trump probabilmente attaccherebbe Ulisse frontalmente. Lo chiamerebbe falso, manipolatore, perdente, straniero, elitista, forse persino “globalista” se il termine potesse essere adattato al mondo omerico. Cercherebbe di trasformarlo in un personaggio antipatico: l’uomo che mente, che complotta, che non dice mai chiaramente ciò che pensa. E avrebbe persino argomenti.
Ulisse è davvero un mentitore straordinariamente abile. È l’uomo che torna a Itaca sotto mentite spoglie, che racconta storie inventate, che nasconde la propria identità, che usa l’inganno come strumento di sopravvivenza. Ma proprio qui potrebbe commettere un errore l’avversario contemporaneo: confondere la capacità di mentire con l’incapacità di governare la verità. Ulisse non mente perché non conosce la realtà. Mente perché la conosce fin troppo bene.
La differenza tra l’astuzia e la semplice falsità
E in una campagna presidenziale americana immaginaria, Ulisse avrebbe probabilmente capito una cosa fondamentale: non dovrebbe cercare di battere Trump sul terreno di Trump. Non dovrebbe urlare più forte, non dovrebbe insultarlo meglio, non dovrebbe cercare di essere più televisivo. Dovrebbe lasciargli il palcoscenico. È una distinzione fondamentale.
La politica moderna è spesso una gara nella quale ogni candidato cerca di occupare il centro dell’inquadratura e mettersi sotto i riflettori. Ulisse farebbe probabilmente il contrario. Lascerebbe che Trump parlasse di Trump. Lascerebbe che ogni attacco contro di lui diventasse un’altra occasione per il suo avversario di parlare di se stesso. E intanto costruirebbe, silenziosamente e nell’ombra una rete di alleanze.
Perché questa è forse la caratteristica più moderna di Ulisse: è un uomo che sa che non tutte le vittorie devono essere visibili prima che la battaglia sia finita. Trump, al contrario, ha bisogno di un conflitto riconoscibile. Il suo talento politico consiste in larga misura nella capacità di costruire una coppia narrativa: noi e loro, popolo ed élite, America e stranieri, vincitori e perdenti. Ulisse sarebbe difficilissimo da collocare dentro una di queste categorie perché, per definizione, cambia forma.
È il re che si finge mendicante, è il guerriero che si traveste, è l’uomo che vuole tornare a casa ma deve attraversare il mondo, è il vincitore di Troia che diventa, nel viaggio di ritorno, quasi un naufrago. La sua identità non è una fotografia: è una strategia. Trump, invece, costruisce gran parte della propria forza politica proprio sulla riconoscibilità. Il suo nome è il suo marchio. La sua persona è il veicolo del messaggio. La sua immagine deve essere immediatamente identificabile.
Ulisse potrebbe quindi attaccarlo dove Trump è apparentemente più forte: nella personalizzazione della politica. Non gli direbbe: “Sei incompetente”. Gli direbbe qualcosa di molto più pericoloso: “Perché credi di essere indispensabile?” È una domanda devastante per ogni leader populista. Perché il populismo personalizzato ha bisogno che il leader coincida con la soluzione. Se il leader è soltanto uno strumento fra altri strumenti, perde parte del proprio fascino. Ulisse, invece, non avrebbe bisogno di presentarsi come il salvatore. Potrebbe presentarsi come colui che sa trovare la strada.
E qui arriviamo a una delle differenze più profonde: Trump è essenzialmente un uomo della conquista, Ulisse è un uomo del ritorno. Trump dice, in sostanza: Make America Great Again. Il suo linguaggio politico contiene la nostalgia di un passato perduto e la promessa di restaurarlo. Ulisse, invece, ha una nostalgia ancora più antica: vuole Itaca. Ma non può tornarvi uguale a come è partito.
Il viaggio lo cambia
Questa differenza potrebbe diventare politicamente enorme. Perché l’America contemporanea è attraversata proprio dal conflitto fra due nostalgie: quella di chi vuole tornare a un passato idealizzato e quella di chi teme che quel passato non possa più essere recuperato. Trump parla soprattutto alla prima. Ulisse, se fosse davvero l’Ulisse di Omero, potrebbe parlare alla seconda e direbbe agli americani: il problema non è tornare indietro. Il problema è arrivare a casa. Sembra una distinzione poetica, ma in politica potrebbe diventare potentissima.
E tuttavia sarebbe un errore immaginare Ulisse come una specie di candidato progressista ante litteram. Non lo è affatto. Ulisse è aristocratico, guerriero, gerarchico. Non è democratico nel senso moderno del termine. Il mondo omerico non conosce la nostra idea di cittadinanza universale. L’eroe non è un uomo del popolo: è un re.
Anzi, sotto molti aspetti Ulisse sarebbe perfettamente in grado di comprendere la politica di Trump. Capirebbe il potere dell’orgoglio, della paura, della vendetta, dell’identità e dell’umiliazione. Capirebbe che gli uomini non si muovono soltanto per interesse materiale, ma per onore, appartenenza e riconoscimento. Ed è forse questo il motivo per cui sarebbe pericoloso: non sarebbe l’intellettuale che guarda dall’alto il populismo, sarebbe piuttosto il populista che ha letto Omero. Avrebbe capito che una massa non si conquista spiegandole il mondo, ma raccontandole quale posto occupa nel mondo. Avrebbe compreso anche un’altra regola fondamentale: l’elettore non vuole soltanto sapere che cosa farai. Vuole sapere chi sarà lui se vincerai tu. Trump offre ai suoi sostenitori una risposta potentissima: sarete quelli che hanno ripreso il controllo. Ulisse potrebbe offrirne un’altra: sarete quelli che hanno trovato la strada.
E qui la partita diventerebbe davvero incerta. Perché Trump possiede un’arma che Ulisse non ha mai dovuto affrontare: la democrazia di massa mediatizzata. Il re di Itaca può ingannare poche decine di principi, guerrieri e marinai. Un candidato presidenziale deve persuadere centinaia di milioni di cittadini attraverso televisioni, piattaforme digitali, sondaggi, pubblicità, algoritmi, comizi e una macchina politica gigantesca.
Trump è straordinariamente adattato a questo ambiente in quanto la sua comunicazione non richiede necessariamente precisione: richiede memorabilità. Non deve convincere tutti. Deve mobilitare abbastanza persone. Non deve essere sempre coerente. Deve essere riconoscibile. Non deve necessariamente eliminare la contraddizione. Deve impedire che la contraddizione diventi più importante della propria narrazione. Ulisse, dunque, avrebbe un problema: potrebbe essere troppo sofisticato.
La democrazia moderna non premia sempre l’uomo più intelligente
La democrazia moderna non premia sempre l’uomo più intelligente. Premia spesso quello capace di rendere la propria intelligenza politicamente comprensibile. E Trump sa farlo. È qui che la mia previsione iniziale deve essere corretta da una cautela: Ulisse vincerebbe probabilmente il duello strategico, ma non necessariamente quello elettorale.
Se la domanda fosse chi dei due riuscirebbe meglio a capire l’altro, sceglierei Ulisse. Se fosse chi riuscirebbe a sorprendere l’avversario, sceglierei Ulisse. Se fosse chi costruirebbe più abilmente una coalizione dietro le quinte, sceglierei Ulisse. Se fosse chi riuscirebbe a trasformare una debolezza in una risorsa, sceglierei ancora Ulisse.
Ma se la domanda fosse chi sarebbe più efficace nei tre minuti di un dibattito televisivo, davanti a cinquanta milioni di spettatori, dovrei riconoscere che Trump avrebbe possibilità formidabili. Perché Trump conosce lo spettacolo. E la politica americana è, almeno in parte, lo è.
a vera sfida, allora, non sarebbe fra l’intelligenza di Ulisse e l’imprevedibilità di Trump. Sarebbe fra due idee della persuasione. Trump direbbe: guardate me. Ulisse direbbe: guardate ciò che accadrà dopo. Trump costruirebbe il presente come spettacolo. Ulisse costruirebbe il futuro come conseguenza. Uno avrebbe bisogno della luce dei riflettori; l’altro saprebbe aspettare nell’ombra.
E c’è un’immagine dell’Odissea che, più di ogni altra, potrebbe sintetizzare questa partita immaginaria: Ulisse legato all’albero della nave mentre ascolta il canto delle Sirene. È una scena di straordinaria modernità politica. Ulisse sa di essere vulnerabile. Sa che ascoltare le Sirene potrebbe distruggerlo. Non pretende di essere immune alla tentazione. Non dice: “Io sono abbastanza forte da resistere”. Fa qualcosa di più intelligente. Si fa legare. È una delle grandi intuizioni politiche dell’antichità: la libertà non consiste sempre nell’assenza di vincoli; talvolta consiste nel costruire volontariamente vincoli che impediscano alla nostra debolezza di governarci. Trump, al contrario, ha costruito una parte della propria identità politica proprio attorno all’idea dell’uomo che non deve essere legato: né dalle convenzioni, né dalle istituzioni, né dal linguaggio tradizionale della politica.
Ulisse probabilmente avrebbe guardato quella libertà con sospetto. Perché avrebbe saputo che l’uomo che crede di poter governare tutto senza vincoli finisce spesso per essere governato dalle proprie passioni. E tuttavia Trump avrebbe avuto un’ultima carta, forse la più potente: la capacità di trasformare la stessa astuzia di Ulisse in un’accusa. “Non fidatevi di lui”, direbbe. “È un manipolatore. Non sapete mai cosa pensa veramente. Io invece sono quello che vedete”. E avrebbe colto una contraddizione autentica.
Ulisse è difficile da amare perché è difficile da conoscere. Trump, al contrario, è facilissimo da riconoscere. In una democrazia di massa, questa è una forza enorme. Perciò, se si dovessero realmente collocare i due davanti alle urne americane, non vi sarebbe da immaginare una vittoria schiacciante dell’eroe greco. Piuttosto una campagna sorprendentemente combattuta. Trump partirebbe probabilmente in vantaggio sul piano della notorietà, dell’impatto emotivo e della capacità di dominare il ciclo informativo. Ulisse crescerebbe lentamente, costruendo alleanze, ascoltando, studiando le fratture territoriali e sociali, individuando gli elettori indecisi, lasciando che l’avversario commettesse errori.
E arriverebbe all’ultima settimana della campagna con una domanda semplicissima: Chi dei due sarebbe meglio avere accanto quando la tempesta comincia? È una domanda ulissiana perché sposta il voto dal carattere alla navigazione. Non chiede chi sia più forte. Chiede chi sappia governare quando il vento cambia.
Ed è probabilmente qui che Ulisse vincerebbe. Non perché sarebbe più buono. Non perché sarebbe più democratico. Non perché direbbe necessariamente più verità. E neppure perché sarebbe più competente in senso moderno. Vincerebbe perché il mondo di Ulisse è un mondo nel quale il potere è sempre provvisorio, gli alleati possono diventare nemici, gli amici possono tradire, le tempeste arrivano senza preavviso e il comandante che si crede invulnerabile è già sulla strada della rovina.
Il caos
Trump ha costruito una parte enorme della propria forza sull’idea dell’uomo che non teme il caos. Ulisse è l’uomo che conosce il caos. E questa, alla fine, è una differenza immensa. Trump è il politico che entra nella tempesta dicendo che la dominerà. Ulisse è il navigatore che, prima ancora di salpare, guarda il cielo, osserva il mare, studia gli uomini dell’equipaggio e si domanda quale errore sarebbe fatale commettere.
In una campagna elettorale, la prima figura può entusiasmare di più. La seconda, se il viaggio è lungo, ha maggiori probabilità di arrivare a Itaca. E forse è proprio per questo che, se dovessi mettere una croce sulla scheda, sceglierei Ulisse. Non perché sia l’eroe più forte. Ma perché, tra un uomo che vuole convincerti di poter governare il destino e un uomo che sa che il destino non si lascia governare, mi fiderei maggiormente di quello che conosce la differenza.
Edoardo Almagià

