5 Stelle e Pd convolano a nozze. Quella che sembrava destinata ad essere una relazione provvisoria, a mano a mano che è andato crescendo il suo frutto, il Governo Conte bis, diventa una cosa regolarizzata con tutti i crismi. Da incontro occasionale, Mina canterebbe ” …all’improvviso le tue mani sulle mie…”, necessitato dall’impedire che l’anno scorso Matteo Salvini facesse dell’Italia un solo boccone, si passa ad un accordo di lungo respiro e, nonostante i tentennamenti mostrati finora dalla maggioranza formata da Pd e dai pentastellati, si presume che l’attuale assetto riesca a giungere alla fine della legislatura.

A mio modesto avviso, il partito di Nicola Zingaretti e il movimento di Beppe Grillo non escono dalla situazione con un guadagno simile in termini d’immagine, ma esprimerò a questa mia personale valutazione alla fine.

Una prima conseguenza, ma anche una prima verifica, perché qua e là emergono delle ritrosie, la si dovrebbe vedere a partire dalle imminenti elezioni di settembre in cui saranno impegnate alcune regioni non di poco conto come la Toscana, improvvisamente scopertasi terra di incerto confine anche per il Pd, la Campania e la Puglia. Zone in cui deve ancora scoppiare l’amore, a differenza di quel che è accaduto a livello nazionale tra Zingaretti, da un parte, e Grillo e Di Maio, dall’altra.

Per quanto riguarda il referendum sul taglio del numero dei parlamentari questa strategica di lungo respiro dovrebbe, a rigor di logica, farci trovare il Pd impegnato fino allo spasimo perché vincano i Sì a conferma della legge voluta dai 5 Stelle e votata sul filo di lana, con molti mal di pancia, anche dai parlamentari del partito di centrosinistra. Vedremo.

C’è poi la questione Virginia Raggi dimostrasi davvero molto abile a lanciare la propria ricandidatura a Sindaca di Roma immediatamente poche ore prima dello scambio delle fede nunziali tra i vertici del suo movimento e quelli del Pd.

Le comunali della Capitale, previste per la prossima primavera non sono cosa da poco. Anche perché si collocheranno nell’insieme di probabili accordi da stabilire in altre città importanti come Milano, Napoli, Torino, Bologna e Palermo. Zingaretti non potrà fare finta di niente e dichiarare che l’intesa strategica va bene dappertutto, ma non nella Città eterna. A meno che Virginia Raggi, dopo aver incassato il sostegno di Grillo, il quale già sapeva dell’accordo con il Pd, non riceva una proposta che “non potrà rifiutare”. Potrebbe essere quella di un incarico ministeriale? Per i 5 Stelle non è facile ammainare una bandiera tanto emblematica senza colpo ferire. Anche se si rendono conto che potrebbe non essere assolutamente facile issarla nuovamente sul più importante dei sette colli “fatali” di Roma.

Il futuro ci dirà. Oggi dobbiamo constatare quanto sia forte il collante rappresentato dalla comune gestione delle cose di governo e dal tempo guadagnato da due formazioni  ultimamente apparse non proprio in buona salute in vista di un possibile ritorno alle urne. Questo spiega l’entusiasmo delle ultime ore di Luigi Di Maio ricomparso da dietro la lavagna dove sembrava essere finito in castigo per tutte le resistenze messe in campo contro il Pd l’anno scorso, allorquando dovette separarsi dal compagno di banco preferito: Matteo Salvini.

La pandemia da Coronavirus ha fatto emergere in tutti una irrefrenabile pulsione riformista sorvolando sul fatto che, in realtà, il Paese ha bisogno di una serie di trasformazioni profonde le quali richiedono una vera unità d’intenti da verificare nell’intero Paese. Cosa che va ben oltre un accordo verticistico, e forse neppure sincero fino in fondo, come quello che si dicono pronte a realizzare due forze che su molti punti si trovano, o dovrebbero trovarsi, concettualmente parlando, su posizioni persino opposte. Ma tant’è, così vanno le cose del mondo. Dopo la fine dei partiti popolari di massa di una volta, abbiamo assistito ad una tale labilità in materia di coerenza e di tenuta dei principi di riferimento che c’è poco da meravigliarsi.

E’ questa un’occasione per esprimere alcune considerazioni generali sul recente accordo, salvo nel futuro ritornarci sopra. Intanto, sarebbe bene sapere se Zingaretti affronterà con Grillo e compagni una questione ideologica, chiamiamola così, relativa a quel particolare punto di vista dei 5 Stelle che concerne la cosiddetta “decrescita felice”. Il Coronavirus, al contrario, stimola a puntare decisamente su una convinta crescita destinata, in primo luogo, a partire dagli investimenti in infrastrutture e ad andare oltre la logica del reddito di cittadinanza. Siamo di fronte a un ripensamento dell'”illuminato” Grillo al riguardo? O è una questione accantonata, “salvo intese”?

Ora, c’è da chiedersi se non siano i 5 Stelle ad avvantaggiarsi di più dell’intesa prospettata sotto il profilo dell’immagine. Essi escono definitivamente dall’ideologia del “vaffa” e dalla separatezza ed alternatività rispetto al resto del mondo della politica. Del resto, se con il prossimo referendum riusciranno a far trionfare il Sì potranno ben cantare vittoria e, quindi, con l’animo in pace e soddisfatto, diventare un partito come gli altri e far parte di quello che un tempo si sarebbe chiamato “l’arco costituzionale”.

Certo, restano tutti intatti i quesiti su quali siano i loro riferimenti sociali e chi intendano rappresentare. Le elezioni politiche generali di due anni fa indicarono loro la via del Mezzogiorno, perché lì hanno mietuto davvero tanti consensi. Finora, però, non hanno risposto granché alle attese dei meridionali cui non può certo bastare il reddito di cittadinanza. I 5 Stelle potranno applicarsi in materia e provare a fare un’operazione alla rovescia e mettersi alla ricerca, sulla base della maggioranza che hanno oggi in Parlamento, a divenire rappresentanti di più coerenti parti della società italiana. Non hanno molto tempo a disposizione, ma l’enorme mole di finanziamenti in procinto di giungere a seguito del Coronavirus potrebbe aiutare.

Il Pd, invece, resta a metà del guado. Grazie a quest’alleanza può assegnarsi il merito di rinviare il rischio Salvini, ma si conferma senza grandi prospettive ideali e, soprattutto, progettuali. A meno che non si pensi davvero che, in una società articolata come quella di oggi, basti agitare il pericolo della destra, che si chiami Lega salviniana o Giorgia Meloni poco cambia, per connotare una presenza politica e ricevere i voti che servono a governare. Una delusione in tal senso l’hanno ricevuta i laburisti britannici e i democratici statunitensi che hanno visto vincere, rispettivamente, Boris Johnson e Donald Trump.

Il partito di Zingaretti è oramai ridotto alla struttura di potere ereditata dal Pci e sopravvissuta all’esperienza Ds. Vedremo i risultati della Toscana, forse gli unici rivelatori sullo stato di salute dell’organizzazione perché quelli di Campania e Puglia saranno frutto di una sorta di “distorsione” ottica conseguente alla presenza di due personaggi “ingombranti” che si chiamano Vincenzo De Luca e Michele Emiliano capaci, spesso, di mettere sotto tono il peso del loro partito di appartenenza. Poi, arriveranno al voto alcune grandi città.

Nel corso dei prossimi otto mesi, un grande affresco elettorale ci dirà se verrà confermato quanto, al di là delle dichiarazioni roboanti cui siamo stati abituati, il partito di centrosinistra, ultimamente trasformato però sempre più in un partito radicaleggiante che mette la sordina alle istanze popolari e degli ex democristiani sui grandi temi della Vita e delle relazioni interpersonali, sarà più che mai espressione solamente della borghesia dei centri urbani. O se sarà riuscito a convincere pure le aree periferiche fatte di ceto medio e di lavoratori e quelle rurali, oltre che una “periferia” italiana in effetti distante dai modelli di vita che le nostre televisioni e i nostri giornali continuano tenacemente a presentare a vantaggio dell’immagine di ciò che si vive e si pensa a Roma e a Milano.

Giancarlo Infante