Ecco all’improvviso, come un temporale estivo, la tassazione straordinaria sugli extraprofitti delle banche. Siccome nessuno sa esattamente che cosa siano gli extraprofitti, si è scelta una imposizione pari al quaranta per cento sul maggior valore del margine di interesse che eccede, nel 2022, il cinque per cento, rispetto a quello del 2021; ed inoltre, sempre sul margine di interesse che eccede, nel 2023, il dieci per cento dell’anno precedente.

La nuova imposta è stata annunciata dal Presidente del Consiglio e dal Ministro che si occupa di strade e ferrovie. Quantomeno singolare. Che dire infatti del ministro dell’Economia che non è nemmeno intervenuto nella conferenza stampa dell’annuncio? Un fatto in sé  già clamoroso.

Come accade ancora nel periodo estivo, il nuovo provvedimento non è a sé stante, ma è contenuto in un decreto “omnibus” dove si parla anche dei voli low cost, dei taxi, dei piromani, del granchio blu, delle intercettazioni e della cybersicurezza. Proprio come al tempo della tanto vituperata “Prima Repubblica”.

Il copione è sempre lo stesso: prima si va a cercare dove c’è trippa per i gatti, poi si dichiara di voler modificare il provvedimento. In particolare, Forza Italia sta assumendo le stesse sembianze dei vecchi dorotei della DC.: aspettiamo il confronto in Parlamento per modificare il decreto. A conforto della maggioranza per ora ci sono i soliti titoloni dei giornali di destra e le rivendicazioni di M5S sulla paternità dell’intervento.

Le prime reazioni dei mercati non si sono fatte attendere: forte caduta in Borsa nei corsi del settore bancario con perdite di valore fino a dieci miliardi in un giorno. Poi, come d’uso, il rimbalzo.

Dal punto di vista economico e finanziario ci sono già rilievi non del tutto infondati.

Un primo rilievo riguarda la atipicità del provvedimento. Non sono i profitti delle banche ad essere colpiti (peraltro sbandierati sino a ieri dagli amministratori delegati dei più grandi istituti), ma il differenziale di una delle voci dei ricavi, cioè il margine di interessi lucrati con l’aumento dei tassi. E’ come se in una industria farmaceutica fosse tassata solo l’aspirina e non gli altri prodotti.

Quanto al gettito, si prevede che l’operazione dovrebbe portare nelle casse dello Stato dai due ai tre miliardi di euro, secondo le stime governative. Beninteso, al netto di opposizioni, ricorsi e operazioni varie che le banche non mancheranno d’intraprendere. L’effettivo gettito si conoscerà solo ex post. Non dimentichiamoci che anche Draghi intervenne sugli extraprofitti delle industrie farmaceutiche prevedendo l’apporto di risorse per undici miliardi, che alla fine si ridussero a due.

La reazione dei mercati è stata scomposta. Non possiamo ignorare che le banche operano in un mercato aperto dove gli investitori esteri sono rilevanti. La botta della perdita del dieci per cento in un giorno sui loro investimenti apre qualche interrogativo, specialmente se hanno intenzione di investire in Italia. Non dimentichiamoci che il mercato è aperto anche per i nostri titoli di Stato, e che la BCE ne possiede ben il trenta per cento, ed oggi non ne acquista più.

Dal punto di vista politico c’è invece sentore di sovranismo. Forse hanno capito che l’economia rallenta ed è meglio prevedere di mettere un po’ di fieno in cascina. Ma la certezza del diritto tanto evocata nella recente riforma fiscale?

“Abbiamo dato una botta alle banche” vantano con orgoglio gli ideatori del provvedimento, convinti che dove ci sono sovraprofitti vadano colpiti subito.  E l’industria per gli armamenti? E i prezzi applicati di fronte al boom del turismo?

L’impressione è che abbiano sparato nel mucchio secondo la nostra lunga tradizione governativa: si cerca di trovare i soldi là dove ci sono.

Guido Puccio

 

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