C’è una diffusa voglia di essere leader unici a tutti i costi. Prevale il desiderio di affrontare la tempesta elettorale e il governo di uno Stato salendo da soli sulla propria barchetta personale.

Mettiamola come vogliamo, ma i sostegni e gli appigli di queste oneste critiche sono tuttavia da ricercare nella  razionalità della scienza politica, del diritto costituzionale e del diritto pubblico, nelle  ricadute pericolose sugli equilibri previsti dalla nostra Costituzione, ecc…Tutto giusto!  Quello però che a mio avviso manca in queste analisi riguarda solo un pizzico di psicologia politica e di antropologia culturale, insieme alla osservazione accurata delle “personalità monocratiche”, ovvero con forti poteri istituzionali che circolano per il mondo.

Oggi possiamo notare che c’è una diffusa voglia di essere leader unici a tutti i costi. Capi forti e solitari. Comandanti singoli e autonomi. Insomma una incomprensibile voglia di affrontare la tempesta elettorale e il governo di uno Stato salendo da soli sulla propria barchetta personale, senza remare insieme a compagni di mare e senza cedere un poco della propria spocchia: basti pensare agli spropositati 34 simboli che nelle ultime elezioni politiche italiane hanno delegittimato l’autentico e insostituibile significato del pluralismo. Tutti partiti simili. Fotocopie. Movimenti immaginifici, gruppi politici individuali, simboli nostalgici e storici tenuti sotto chiave, liste civiche, liste di scopo, ecc…

E tutti partiti che si somigliano grosso modo nei grandi valori portanti e di base della socialdemocrazia liberale, e – se ancora c’è spazio – della Dottrina sociale della Chiesa: almeno così si dichiarano e cosi si spera che siano, se non si crede più al ritorno del fascismo e del comunismo storici. Insomma, una caterva di simboli che disorientano e frantumano l’elettorato. E che ormai, forse proprio per questo ultimo motivo, lo confonde e lo lascia a casa. Ma nello stesso tempo tutti partiti decisamente e fondamentalmente  diversi solo e soltanto  per la faccia del leader.

Non è infatti solo il modello tecnico elettorale con i più giusti equilbri democratici dei pesi e contrappesi che dovrebbe giustamente attirare l’attenzione. Anche perché, a ben vedere, di un leader che coordina senza ordinare, la democrazia ne ha bisogno. I tanti dubbi che rimangono sospesi, riguardano sia quelli come dicevo sul profilo e la personalità del premier eletto, sia quelli relativi alle modalità e alle sofisticate tecniche comunicative e informative che adopera  nella sua campagna elettorale per essere eletto.

Dunque, anche se il Premierato sarà supportato da una legge elettorale più idonea, e dalle proposte di correzioni suggerite da capaci studiosi sinceramente democratici – cito solo Ceccanti e Guzzetta – ai nostri giorni rimangono senza risposta questioni strutturali date per scontate, ma connaturate al modello elettivo diretto, di un Premier dei nostri tempi digitali. Sono tutte questioni relative alla imperante telepolitica-spettacolo, al ruolo centrale che ormai occupano i media, vecchi e nuovi, i social, ecc…nella comunicazione politica e nella propaganda politica. E che una volta fatte emergere dal dimenticatoio e portate alla consapevolezza di tutti noi, dovrebbero suggerire molte cautele e molte preoccupazioni, prima di istituzionizzare l’elezione diretta di un Capo di Governo solo… a distanza. Chi elegge un premier? Quanti lo eleggono? E come  si elegge ?

Di queste preoccupazioni ne elenco  solo due. La prima riguarda la rappresentanza, ormai in mano a un ristrettissimo numero di votanti, con una partecipazione al voto e livelli di astensionismo mai prima registrati. Per cui se non si mette in agenda il tasso di partecipazione, non è  molto sbagliato supporre che un premier che vinca le elezioni, mettiamo con il 51% dei voti ma con il 40 % di votanti, rappresenterà solo e soltanto il 20% degli italiani con diritto al voto.

La seconda riguarda la totale crisi del partito politico, trasformato nel migliore dei casi in un tele-partito sul modello Casaleggio-Grillo. Padronale sin dai tempi di Berlusconi. Senza Congressi e Direzioni. Con le sue rarissime sezioni territoriali, con i suoi ormai vuoti Circoli, con il progressivo calo di iscritti e militanti, specie tra i giovani. E con la conseguente e totale rimozione di una democrazia partecipata e deliberativa che parta proprio dal basso e dai territori della sana dimensione locale e comunitaria.

Rimangono le primarie aperte, che servono però solo a svuotare dall’esterno il partito politico. Allora, cosa resta? La scelta del premier eletto solo grazie ai media, vecchi e nuovi? Un premier estratto a caso da una certa classe politica, quasi come un numero della tombola? Magari un premier con disturbi narcisistici della personalità? Intendo dire un premier spesso senza nessuna formazione prepolitica, senza nessuna esperienza amministrativa locale e civica, con spessori etici ai minimi termini e livelli culturali discutibili, ma  solo con un enorme fascino comunicativo e con una voglia estrema di essere “Primo” a tutti i costi? Un premier caratteriale, con sorrisi forzati, gli occhi sbarrati dall’ira e l’indice della mano destra minaccioso? Con una ripulsa odiosa verso i diversi: i non patrioti, i non nazionali, e quegli immigrati che organizzano le “sostituzioni etniche”?

Domande e interrogativi che meritano risposte convincenti. Senza invocare i test attitudinali per i candidati al premierato, è però necessario che per quella carica monocratica – qualora il Referendum non dovesse, come speriamo, affossare la Riforma – venga scelta e votata una persona sapiente e saggia. Equilibrata e competente. Non odiosa. Non tetragona a difesa della formula amico/nemico. Una persona che sappia che leader significa guida e rispetto non solo degli amici. Un “Premier” che sia corretto e attento anche verso i… “Deuxième” e i “Troisième”, vale a dire i Secondi e i Terzi.

Antonio Labate

Pubblicato su www.ildomaniditalia.eu

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