Il primo passo per avere uno Stato più moderno è certamente quello di poter contare su una pubblica amministrazione più efficiente. Ma il riordino dello Stato è considerato dagli scettici questione insolubile, se non incaglio insormontabile. Forse l’origine di questo intoppo risale ai tempi della nascita della Costituzione Repubblicana che non ha toccato le strutture burocratiche dello Stato preesistenti. Tanto è vero che da allora i tentativi di riforma della pubblica amministrazione non si contano.

In questi giorni, di fronte all’aumento delle risorse da impiegare per affrontare la crisi sanitaria (maggior utilizzo del debito pubblico) e soprattutto di fronte alle risorse che verosimilmente saranno messe a disposizione dai vari fondi europei, il problema di modernizzare strumenti e procedure dello Stato si pone nuovamente in termini indifferibili, quasi condizione assoluta per dare efficacia alle decisioni della politica.

Ci troviamo così nella paradossale situazione di dover utilizzare strumenti che nello stesso tempo devono essere riformati, e per farlo” ci vuole tempo” come ha scritto il più autorevole studioso in materia, il professor Sabino Cassese che interviene sovente e con passione anche attraverso i media.

I tentativi che si sono succeduti nel tempo sono stati numerosi e, solo per citare i più recenti, l’ultima legge delega è del 2015 mentre la legge Madia che qualche   risultato aveva dato è ormai del 2017. Ora siamo al “decreto semplificazione” che interviene in alcuni settori ma non è certo una riforma organica.

Una delle ragioni delle difficoltà permanenti nasce certamente dal contrasto tra la evoluzione rapida e incessante nella vita economica e sociale e le immutabilità delle strutture amministrative che frenano i tentativi di adeguamento, tanto è vero che non è solo il nostro Paese a porsi il problema di riformare la pubblica amministrazione. In Francia, dove da sempre l’organizzazione dello Stato è tra le più avanzate, sono già in corso tentativi di riforma fra i quali vi è addirittura il superamento di quella che è ritenuta la scuola di eccellenza della pubblica amministrazione: la mitica Ecole Nationale d’Administration (EDA) che seleziona con estremo rigore la classe dirigente dello Stato.

Un’altra ragione che rende difficile immaginare una riforma ampia e organica della pubblica amministrazione è la differenza tra i settori dove si svolge l’attività dello Stato. Basti pensare, oltre alle tradizionali forme della burocrazia, alla scuola, alla magistratura, alla sanità per constatare come il funzionamento di queste branche dello Stato ha composizioni, strutture, regole, funzioni e servizi diverse tra loro.

Eppure esistono forme di intervento comuni per sperare in uno Stato più moderno.  Si pensi ai meccanismi di valutazione dei ruoli dirigenti non in base all’anzianità di servizio ma piuttosto in base ai risultati ottenuti, come potrebbe valere in particolare per le carriere dei magistrati. Come pure si pensi alla formazione professionale specifica per i quadri amministrativi.

Anche il riordino delle competenze tra Stato e Regioni, che alla prova della recente crisi sanitaria ha mostrato i suoi limiti, può concorrere a definire uno Stato moderno per non dire per le nuove tecniche contabili da introdurre nella pubblica amministrazione con finalità anche  gestionali.

Insomma, per fare qualche passo avanti nella modernizzazione dello Stato più che attendere la grande riforma della pubblica amministrazione che, come il Godot di Beckett “oggi non verrà ma verrà domani”, meglio cominciare con interventi possibili. Purché nella direzione attesa.

Guido Puccio