Nel mondo delle “frasi ad effetto” e dei “luoghi comuni”, spacciati per “verita’ sacrosante”, uno dei mantra più edificanti e ricorrenti – perennemente intonato da sacerdoti e vestali del “maggioritario d’abord” – recita così: “dobbiamo sapere la stessa sera delle elezioni chi ha vinto e, con un voto in più, governerà il Paese per i cinque anni a seguire”. Campa cavallo….
Bisognerebbe fare alcuni conti e raffronti. Nei 46 anni decorsi dal 1948 al 1994, quelli della Prima Repubblica, siamo andati al rinnovo del Parlamento 11 volte, cioè si sono succedute 11 legislature per una durata media poco superiore ai 4 anni. Se consideriamo, invece, le sei legislature trascorse nei 24 anni dal 1994 all’ultima consultazione dello scorso anno, la durata media è addirittura leggermente inferiore e si ferma ai quattro anni netti. Non c’è, quindi, nessuna evidenza di un primato di stabilità del maggioritario rispetto al proporzionale, almeno per quanto concerne la rappresentanza parlamentare.
47, invece, i governi succedutisi nei 46 anni della prima esperienza repubblicana, e va riconosciuto che , sulla carta, non è stata una ” performance” straordinaria. Nei 25 anni dal 1994 ad oggi già ne contiamo 16: una durata media superiore – di poco e poco significativa – a quanto non sia stato nella stagione precedente.
Senonché i governi  via via succedutisi nella lunga fase della Prima Repubblica- perfino i cosiddetti “governi balneari” – hanno rappresentato delle modulazioni di frequenza o delle variazioni condotte su uno spartito coerente, che non ha mai smarrito il suo tema conduttore, costantemente ispirato all’allargamento della base democratica dello Stato e alla maturazione di una democrazia finalmente “compiuta”.
La costruzione della “coalizione” centrista, il passaggio al centro-sinistra, la stessa fase della solidarietà nazionale si spiegano come processi graduali, frutto di una evoluzione che risponde, di volta in volta, ad una maturazione progressiva della coscienza civile del Paese.  Un processo, se vogliamo, lento, che ha pure accumulato ritardi, ma senza strappi, attento a non produrre lacerazioni, capace addirittura di assorbire e ricomporre le ferite profonde inferte dal terrorismo.
Se qualcuno avesse, invece, la pazienza di esaminare la vita tormentosa della Seconda Repubblica, in particolare i passaggi da una legislatura all’altra, constaterebbe come  la pratica del “ribaltone” l’abbia fatta da padrone.
Ora si torna a parlare di “proporzionale” e subito c’è chi si straccia le vesti e sostiene una tesi francamente strampalata, secondo cui l’espressione della sovranità popolare, anziché dare una immagine compiuta e fedele della ricchezza plurale del Paese, dovrebbe piuttosto preordinare un alveo che, a priori, consenta di convogliare o forzare il consenso popolare verso una soluzione garantita di “governalità”.
E’ vero che un’eccessiva frammentazione delle forze in campo, potenzialmente indotta dal sistema proporzionale,  può rendere meno scontato il governare. E’ altrettanto vero che una “governabilità” non suffragata da una rappresentanza autentica è destinata ad impaludarsi in una sostanziale inerzia. Insomma, non si può sfuggire ad un percorso logico secondo cui la “rappresentanza” precede la “governabilità” e le assicura quel fondamento e quella legittimazione che non potrebbe avere ove si capovolgesse la sequenza.
Non esistono automatismi o modelli istituzionali che, di per sé, garantiscano l’efficacia dell’azione di governo, a prescindere dagli attori politici. Ad ogni modo, oggi, come è meglio orientarci per quanto concerne la legge elettorale, tenendo conto del fatto che la “democrazia” è ben più che non una mera procedura?
Veniamo da una stagione “maggioritaria” che, in nome del primato della “governabilita’” e dell’”alternanza”, ha cercato di configgere il Paese nel corsetto rigido di un “bipolarismo” obbligato che si è, via via, trasformato in una camicia di forza e concorso ad allontanare molti dalla stessa partecipazione al voto.
Il “bipolarismo”, di per sé, non farebbe una grinza se fosse, non un artefatto, bensì la raffigurazione dell’effettiva condizione del Paese. La Prima Repubblica- pur in presenza di un’ampia articolazione di forze politiche – non ha sempre vissuto di questa “doppia polarita’” tra DC e PC, non prodotta ad arte, ma “portato fisiologico” di quella rappresentanza proporzionale che dava puntualmente conto del radicamento popolare di ambedue i maggiori partiti?
Se ci chiedessimo perché oggi da noi non c’è, ad esempio, un fenomeno come quello dei “gilet gialli” in Francia, dovremmo riconoscere che sia la Lega di Bossi, prima, sia oggi il Movimento 5 Stelle, hanno avuto il merito – al di là di non condividerne i rispettivi contenuti – di “parlamentizzare” movimenti d’opinione, sentimenti di disagio, paure e proteste che avrebbero altrimenti potuto devastato le piazze. Questo è avvenuto perché la vocazione “parlamentare” della Prima Repubblica è stata -altro che “consociativismo” deteriore – così forte ed incisiva da essere diventata un dato di comune “cultura politica” del popolo italiano.
E’, dunque, il momento di avviare una fase nuova e, con una legge a forte tendenza proporzionale, “restituire l’Italia agli italiani”, investendo su un atto liberatorio di fiducia nella saggezza del popolo, abbandonando la presunzione di doverlo accompagnare per mano, quasi si trattasse di un gregge immaturo, verso approdi preconfezionati.
La democrazia si fonda su un atto di fiducia nei confronti della maturità civile dei cittadini e delle loro libere e spontanee aggregazioni che rappresentano la ricchezza della società civile. Ne consegue che le forze politiche candidate a rappresentarli devono essere in grado di rispettare il principio di “coalizione”.
Del resto, mai come in un contesto complesso come quello dei nostri giorni, è indispensabile dare voce a tutte le istanze che convivono del Paese, stando ben attenti a non spingere nessuno verso in opzione “extra parlamentare”.
La “complessità'”, peraltro, si governa anzitutto dandole compiuta rappresentazione. Non certo pensando
di sfrondare la realtà con potature e semplificazioni artefatte che la rendano irriconoscibile.
Si dirà: come si ovvia alla possibile frammentazione politica della rappresentanza proporzionale? In fondo, nei processi sociali e politici finisce per valere – per analogia – la stessa legge che presiede all’evoluzione della vita.
L’evoluzione tenta tutte le strade potenzialmente possibili, ma poi la “selezione naturale” agisce come una mannaia severa che non guarda in faccia a nessuno, pur di eliminare gli inadatti e costruire contesti ecologicamente ottimali.
Ci vuole un po’ di tempo e di pazienza, ma il risultato è garantito e sicuro.
Domenico Galbiati