La discussione sul Centro sta diventando persino stucchevole. Lo abbiamo già detto tante volte: non si sa cosa sia questo Centro perché nessuno lo riempie di contenuti. Non diventa un nuovo abito mentale che, ricostruendo sopra le macerie provocate dal “bipolarismo”, in cui si sono crogiolati per decenni anche coloro che oggi parlano abbondantemente di Centro, in realtà, significhi un metodo, contenuti e una postura nuova da assicurare alla gestione della cosa pubblica. Tutta questa richiesta di Centro, in parte fuorviata, è giustificata da circa un trentennio di mentalità bipolare che ha obnubilato menti e coscienze.

La dimensione del Centro ha un senso se presuppone una lunga opera di ricostruzione della cultura politica in grado di andare oltre la logica degli schieramenti. Se è capace di cogliere il senso profondo della centralità delle questioni istituzionali, sociali, economiche ed antropologiche proprie di una società moderna e, nonostante tutto, evoluta com’è la nostra. Il Centro, tanto per continuare a seguire quella che è divenuta una impoverente terminologia corrente, ha una sua rilevanza strategica se serve per la ricomposizione di ciò che è disarticolato e, dunque, declinato come assunzione di una responsabilità trasformativa dell’intero Paese. E’ evidente che la trasformazione, quella vera, autentica e costruttiva, non la si avvia se non superando l’estremizzazione del ragionare politico, se non ci si muove in una logica progettuale, se non ci si allontana dalla politica fatta di spettacolo e slogan, oltre che dalla prigionia della logica dei sondaggi.

Ci imbattiamo, inoltre, in tante ambiguità, in tanti opportunismi, in troppi tatticismi da dover superare da parte di chi pensa di dare vita ad una centralità concepita solamente guardando a ciò che accade a livello politico – parlamentare. Questo, infatti, è proprio ciò che dev’essere superato. Incluso quegli interessi personali dei soggetti coinvolti; siano di gruppo, partito o delle persone singole che li rappresentano.

In fondo, a ben guardare, la prima delle tante ambiguità nasce già a partire dalla terminologia corrente: centrodestra, centrosinistra. Due contenitori in cui è raffazzonato di tutto e dietro cui si pensa di poter nascondere quello che non va.

In questi due contenitori, ci si imbatte in evidenti ambiguità e contraddizioni. Ci sono quelle  del leghismo salviniano che continua a presentare un volto bifronte: all’insegna del provare ad essere di governo, ma anche di opposizione. Più nel profondo, tra l’illusorio istinto ad assumere un’impronta di destra nazionale e, all’opposto, preservare un radicamento territoriale che fa della Lega quello che fu all’inizio e che non ha mai smesso di essere per strada: espressione esclusiva della difesa degli interessi del tessuto produttivo ed economico soprattutto del lombardo veneto. E’ questa una pietra d’inciampo emersa in maniera palese già da quando vide la luce la nuova “maggioranza Ursula” destinata a porre dei vincoli ben precisi quale condizione per l’erogazione dei fondi del Next Generation Eu.

Un’altra ambiguità è quella che riguarda ciò che resta di Forza Italia che, certo, emerge con una caratura nettamente europeistica e, quindi, assicura un sostegno al Governo Draghi assolutamente non equivoco. Al tempo stesso, però, sente forte il richiamo di quella foresta del centrodestra che solo apparentemente prosegue la lunga stagione del bipolarismo berlusconismo. Peccato che in quella stagione erano del tutto rovesciati i rapporti di forza nel centrodestra la cui guida, oggi, è oggettivamente contesa tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Così, quella quota di partecipazione alla “centralità” che potrebbe essere assicurata dal liberalismo berlusconiano finisce per essere annacquata in quella insistenza con cui si dice di credere in un centrodestra che non è più quello che fu. Una finzione che si giustifica solamente a seguito del chiaro abbandono dell’attenzione alle dinamiche sociali ed economiche in atto.

Altre ambiguità sono proprie del Pd. Dopo le sonore sconfitte degli ultimi anni, per miracolo restano al partito di Enrico Letta pochissime regioni ed alcuni centro città. Evidente  appare l’incapacità a delineare una presenza politica all’altezza di altre precedenti stagioni della vita politica italiana. Quando almeno erano veri i tentativi d’inclusione e di mantenimento dei rapporti con parti vitali del tessuto sociale e civile.

Altre ancora le mostrano i 5 Stelle che, oramai, costituiscono solamente un presidio parlamentare. Importante perché restano sempre il gruppo che alla Camera e al Senato ha più deputati e più senatori degli altri. Intanto, però, un po’ dappertutto, sono in via di liquefazione, qualcuno parla direttamente di sublimazione. A partire dal Mezzogiorno, dove avevano quasi superato soglie di consenso vicino al 40%.

E’ evidente che il “nuovo”, e quindi soprattutto un più coerente, consistente e più largo raggruppamento centrale, non si costruisce in astratto. E’ necessario essere realisti, sapendolo costruire anche sulla base del meglio che una parte del “vecchio” conserva. Ne consegue che il “nuovo” si presenterà riconoscibile e spendibile quanto più pregresse esperienze, singole e collettive, vorranno impegnarsi in un processo rigenerativo. Parlare, così, di Centro, a meno che non ci si riferisca alla cosiddetta “ammucchiata”, richiede discernimento. Solamente sulla base di un adeguato discernimento si potrà dare corpo ad un qualcosa di davvero riconoscibile per la sua cifra innovativa, propositiva e costruttiva.

E’ un ragionamento che viene spontaneo ascoltando alcune proposte, come quelle che vengono dal Sindaco di Firenze, Dario Nardella, il quale ritiene davvero credibile la possibilità di dare corso ad una coalizione che vada da Giancarlo Giorgetti a Pier Luigi Bersani. Questa visione di un centro “nardelliano” dà per scontato che sia ancora possibile trovare una soluzione contando sul solo intervento riguardante i piani alti della politica. Il rischio è quello di ritrovarsi a dover ingurgitare una minestra riscaldata. Tra l’altro, destinata ad avere vita effimera

Alcuni rappresentanti del mondo politico cattolico si stanno trovando a Saint Vincent mentre a Taranto si svolge la Settimana sociale dei cattolici. Nella ridente cittadina valdostana si prova a rinnovare i fasti di quella che fu una effervescente corrente della sinistra sociale democristiana. Vi è, però, anche un problema di nomi che pesano. Se questo non lo si capisce, si conferma solamente che queste operazioni comunicazionali servono ad altro. Non certamente a segnare una svolta attorno cui sia possibile mobilitare una larga parte della pubblica opinione.

Va di per sé che noi, intenzionati a costruire altro, guardiamo più a Taranto e allo sforzo che vi è in corso per portare una specificità di pensiero sui temi della transizione ambientale sapendo che si tratta di andare oltre la dimensione ecologica ed energetica, ma misurare queste con le loro derivazioni e implicazioni antropologiche.

Intendo continuare a riflettere su come altri stanno ragionando sull’idea del Centro e su taluni nomi che al riguardo sono, anche con compulsione, particolarmente citati; ma per motivi di lunghezza ci tornerò in una prossima, sollecita puntata.

Giancarlo Infante

 

 

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