Il mese scorso gli USA ci hanno offerto due immagini potenti, eloquenti, non equivocabili, della loro realtà. I media opportunamente non sono stati avari nell’aprirci la finestra per guardare. Le due immagini riguardano con un forte effetto di contrasto la fine di una presidenza e l’inizio di un’altra, politicamente diverse e con caratterizzazioni accentuate. Ma non è nel confronto di posizioni politiche il nucleo di questa riflessione.
L’assalto a Capitol Hill ha denudato i malesseri di società, che, pur nelle crisi che ci impegnano sono tra le più prospere mai esistite. Mi limito a trarne due insegnamenti, non da americanista, che non sono, ma da osservatore comune. Il primo è che nel ventre delle società moderne qualcosa si ammalora, come nelle strutture portanti di alcuni ponti. E se questi deterioramenti non vengono messi in manutenzione tempestivamente e risolutamente si rischia la caduta dei ponti e degli imperi (ammaloramenti sociali ne vediamo anche in casa nostra).
Il secondo è che pare diffusa nel mondo la tentazione per un politico di pescare nel torbido, anzi di diventare invece che “educatore”, come è qualunque vero politico, sobillatore e maestro del tanto peggio tanto meglio. Guardiamoci da questi falsi politici.
La seconda finestra, per una peculiare unità di luogo, aperta anch’essa su Capitol Hill, ha mostrato la cerimonia del giuramento e dell’insediamento della nuova presidenza.
Ne traggo tre “clips”. Uno: a onta di ogni giovanilismo di maniera, più diffuso dove ci sono meno giovani, i “prìncipi” dell’Impero sono spesso anziani e appesantiti. Non si arriva e non si dura in alte e complesse responsabilità ancora principianti, almeno non di norma.
Secondo: i processi di secolarizzazione non hanno imposto agli uomini pubblici Usa, a differenza di quelli europei, di lasciare a casa la loro identità religiosa quando calcano la scena pubblica. Anzi l’evidenza di questa identità fa parte dello stile di servizio alla comunità. Che cosa ci darà il futuro – a noi e a loro – non provo a immaginarlo qui.
Terzo: abbiamo ascoltato che per la prima volta c’è una vicepresidente donna, per la prima volta un segretario alla difesa afroamericano, per la prima volta c’è un segretario all’interno nativa americana, per la prima volta un segretario al tesoro donna….e l’elenco è ben lungi dall’essere esaurito.
Dunque è effettiva la scelta che la composizione della Amministrazione non comprenda esponenti solo di élite sociali e di ceti egemoni, ma riassuma la diversità e complessità (etnica, sociale, religiosa, di stili di vita…) della società USA. Ma non meno importante è il fatto che tutte queste “prime volte” segnalano processi in corso, ben lontani dal concludersi. Dunque le cose nuove richiedono tempo per completarsi. Non si sa quando questi processi si completeranno, ma intanto è vitale che siano attivamente in corso.
Ci sono infatti nativi americani, angloamericani, irlandesi-americani come i Kennedy, tedeschi americani come Trump, sloveni come la firstlady Melania, polacchi come diversi, ebrei come tanti, Italo-americani come gli antenati della first lady Jill e di Lady Gaga (e c’era una volta Mike Pompeo), ispanici, sinoamericani, indiani-americani e così via. Del resto gli americani degli USA pretendono che il presidente abbia cittadinanza per ius soli, ma l’origine di genitori, nonni, bisnonni e trisavoli non è decisiva.
Si sa che i grandi paesi sono generosi nel concedere la cittadinanza. È la capacità di condividerla, l’apertura ad altri, che fa della cittadinanza fattore politico, instrumentum regni, mentre esserne gelosi è proprio dei piccoli sulla difensiva. Le semplici memorie scolastiche ci dicono che i Romani erano raccogliticci di loro, sposarono delle Sabine, ebbero tra i primi re degli etruschi, si associarono gli italici, impararono dai greci vinti, e già Cicerone era un ciociaro. L’ottimo principe Traiano e il suo erede Adriano, con il quale Roma raggiunse la massima espansione, erano ispanici, diremmo, nati in Spagna da famiglie coloniali oriunde dell’Umbria. Del resto San Paolo non era cittadino romano perché di Tarso, oggi nella Turchia asiatica (Cilicia)? E il mito costitutivo di Roma, quello virgiliano, non individua come progenitore un profugo, un immigrato dall’Asia minore, errante in fuga su tutte le rive del Mediterraneo, quasi un navigatore di barconi? Grandi cioè sono i paesi che attraggono ed accolgono.
Dall’atteggiamento verso i nativi americani alla importazione degli schiavi, ai muri e alla divisione delle famiglie, questa complessità americana non si forma solo con percorsi virtuosi. E come ho sottolineato la convivenza di tanti diversi è ancora in via di perfezionamento (o più indietro direbbero in Black Lives matter).
Questa digressione arriva al punto. Non diventeremo a mano a mano anche noi europei un popolo composito come quello statunitense? Non continueranno a crescere fra di noi gli afroeuropei, gli abitanti delle Chinatown, i filippini e gli indiani, i turco-tedeschi, gli immigrati da vari paesi asiatici spesso musulmani, i latinoamericani?
(Quanti sono già oggi sarebbe da sapere per farne argomento di seria riflessione, ma trascende uno sguardo immediato).
Intanto gli USA sono alleati, sono potenti e tecnologicamente evoluti, e forti non solo perché primeggiano nella spesa militare. Somigliano al nostro futuro. È una riflessione difficile, ma chi chiude le finestre non ottiene che il mondo fuori cessi di esistere. È chi si chiude dentro che vive di meno.
Vincenzo Mannino