La narrazione della politica di casa nostra è tutta incentrata sulle attese nei confronti della Unione Europea. E quindi sul recente piano franco-tedesco, sul Recovery Fund, sul ricorso o meno al “fondo salvastati” meglio conosciuto come MES, sugli strumenti di intervento già in cantiere, sulle riserve dei Paesi del nord e sulla imminente riunione straordinaria della Commissione Europea.

Sembra quasi già dimenticata la bastonata del declassamento dei nostri titoli del debito pubblico operato dalla agenzia di valutazione Fitch Ratings che li ha retrocessi, non più di tre settimane fa, a un grado immediatamente superiore a quello di “titoli spazzatura”.  Né si è più parlato del fatto che a distanza di pochi giorni la stessa Fitch ha declassato anche il sistema bancario e alcune società italiane esprimendo un giudizio negativo sulla loro capacità di generare risorse in grado di fare fronte ai debiti.

La gravità di questi interventi, che anche i media stranamente dimenticano subito, va ben oltre la solita indignazione per il cinismo dei mercati perché una eventuale ulteriore retrocessione di un solo grado metterebbe i grandi fondi di investimento nella impossibilità di trattare i nostri titoli. Non per scelta di impresa ma in quanto gli statuti di questi fondi vietano di negoziare titoli oltre un certo grado di giudizio negativo. Per non dire della recente frenata di Black Rock, il più grande fondo di investimenti del mondo, che dopo il discutibile verdetto della Corte Costituzionale tedesca sui poteri della BCE ha ritenuto di “rivedere la posizione ‘overweight ‘ sui Paesi periferici dell’eurozona e sui titoli degli Stati del sud” (Huffington Post 12.5.2020).

A questo punto viene da considerare che l’emergenza sia diventata ormai normalità fino al punto di collocare in secondo piano anche fatti rilevanti e inevitabilmente destinati ad avere conseguenze. Si pensi solo, a tale riguardo, ai bilanci delle banche italiane che posseggono nei loro portafogli almeno il venticinque per cento dell’intero nostro debito pubblico, vale a dire circa seicento miliardi di euro: una evidente perdita di valore durevole dei titoli a seguito del declassamento comporterebbe una riduzione delle loro poste attive. Già abbiamo visto quanto hanno pesato sui bilanci delle banche i crediti inesigibili dopo la grande crisi del 2009: a parte lo scompiglio del sistema bancario che ha lasciato sul terreno morti e feriti, la fatica dei ripetuti ricorsi a svalutazioni per eliminare poste attive insussistenti ha costretto gli istituti a ripetuti aumenti di capitale e quindi a chiedere risorse ai propri azionisti.

Ecco perché governo, maggioranza e opposizioni invece di spendere tempo, energie e comunicazioni un giorno si e l’altro pure sui fondi europei farebbero bene a concentrarsi su proposte politiche concrete che dipendono solo da loro. Come iniziative per cercare di dare sbocchi al risparmio italiano che è enorme (e questa sarebbe la migliore risposta a Fitch); come interventi una buona volta sulla qualità della spesa pubblica per fare ripartire la crescita; come porre finalmente mano a una riforma fiscale dove vige un sistema che ha quasi cinquant’anni.

Non basta constatare che il quarantacinque per cento di italiani, cioè quasi la metà, concorre solo al 3% di tutta l’imposta sul reddito delle persone fisiche e che solo il sei per cento dei contribuenti dichiara redditi superiori a cinquantamila euro l’anno? Questi sono dati che leggono anche i valutatori di Fitch e soprattutto leggono i  contribuenti olandesi, danesi, austriaci e svedesi che in questi giorni si oppongono alla manica larga per il sud Europa.

Guido Puccio