Altre centotrenta vite si sono inabissate  nelle acque del Mediterraneo. E noi dove eravamo? Popolo di santi e di eroi, di poeti e di navigatori, che hanno cessato di prendere il mare.

Il governo Draghi non è a sovranità limitata alla campagna vaccinale ed al PNRR. Il Presidente del Consiglio è stato del tutto recentemente in visita al governo libico. E’ legittimo ritenere che si sia parlato anche di migranti. In che termini?

Vogliamo ancora difendere i confini nazionali dalla povera gente disarmata che affida  la propria vita ai barconi? Oppure ci vogliamo far carico di un dramma umanitario che si vive ancor prima che sul mare nelle prigioni libiche? Draghi ritiene di spendere il suo indubbio prestigio, l’alta considerazione di cui gode presso le cancellerie europee anche per richiamare l’ Europa  all’ ordine  del suo dovere e del suo onore?

E dov’era, dov’è l’Europa? Può esistere ciò che chiamiamo “Europa” senza un ideale di libertà e di giustizia, senza un progetto di umanità e di civiltà che non sia gelosamente arroccato nei suoi confini, ma valga per tutti? Può esistere l’Europa senza la coscienza di una missione che la sua stessa storia le consegna ed a cui non può venire meno?

Talvolta si ha l’impressione che l’enorme ricchezza, la straordinaria fioritura di opere e di pensiero, di popoli, di tradizioni e di culture che hanno fatto dell’Europa, ad un tempo, l’approdo delle più antiche ed originarie civiltà giunte da ogni dove ed il luogo della loro ricomposizione, sia diventata per noi, oggi, in questa stagione incerta e di transizione, un peso difficile da sopportare piuttosto che motivo di fiducia in noi stessi ed occasione di un nuovo progresso.

La storia corre ed accelera i suoi processi. Neppure la pausa con cui la pandemia ci restituisce a noi stessi, imponendoci di fare il punto e ripensarci, potrà rallentarne la rincorsa. Quanto tempo resta all’Europa?

Quanto tempo ancora per riacquistare consapevolezza del proprio destino, prima di essere soverchiata da dinamiche che inevitabilmente dovrà passivamente subire, riducendosi, tutt’al più, ad essere uno stupefacente “parco delle rimembranze”, testimone di una gloria antica ormai spenta?

Quando parliamo dei migranti, parliamo di noi stessi, del nostro compito storico e del nostro destino. Se smarriamo il primo, compromettiamo irreparabilmente il secondo. La malattia dell’Europa non è forse questo avvitamento su sé stessa, un ossessivo movimento centripeto, una progressiva involuzione che disperde il dono più prezioso che il cristianesimo le ha offerto?

Il rifiuto o l’oblio del suo radicamento cristiano – tra altri fattori, a loro volta rilevanti e fondativi, di un  pluralismo irrinunciabile – architrave della sua identità profonda, orizzonte da cui nessuno, credente o meno che sia può prescindere, non significa forse smarrire quel sentimento della “trascendenza”, che ha a che vedere non solo con la religione, ma rappresenta piuttosto il vettore decisivo della storia, della sua storia, la condizione stessa perché una storia vi sia?

Privata della sua coscienza cristiana, della sua anima credente, di quel perenne andare “oltre” che rappresenta la cifra originale della sua vicenda, l’Europa non rischia forse di regredire fino ad avvolgersi in una grigia e triste e sterile concezione circolare del tempo che la espelle dal corso vitale degli eventi che trovano altrove il nodo tematico del loro incessante sviluppo?

Non dobbiamo forse comprendere che – pur stanziali in questo splendido territorio dai confini incerti che concettualmente definiamo Europa –  migranti siamo noi, che tali dobbiamo tornare ad essere, migranti nel tempo e nella storia; migranti di  un inarrestabile progresso umano che ci attraversa a nostro dispetto eppure esige che, consapevoli della nostra responsabilità morale e civile, spetti anche a noi, forse soprattutto a noi in virtù dell’imponente lascito storico di cui siamo portatori, modulare e forgiare secondo un ordine di valori condiviso e ricco di umanità?

Domenico Galbiati