In giornata sapremo da Carlo Calenda se si è conclusa la sua riflessione, e con quale esito, tra l’alternativa di far parte del “campo aperto”, nuova linea Maginot di Enrico Letta dopo la fine di quello “largo”, o decidersi per una presenza distinta rispetto al centrodestra e al centrosinistra. Questa seconda ipotesi, in realtà, rappresenta quello che Calenda ha sempre agitato negli ultimi mesi, ma bisogna aspettare oggi per vedere se si accontenterà o meno di fare una cosa con minor carica virale, come sarebbe quella di acconciarsi a fare il “centro” nella coalizione del centrosinistra. E, forse, soprattutto se anch’egli dimostrasse maggiore duttilità, vedremo altri che potrebbero farne parte.

Ora, c’è da rendersi conto, con grande realismo, che la valutazione e la scelta ruotano attorno ad un equivoco e ad una valutazione d’opportunità. La cosa è confermata, dal resto, anche dai poco sostanziali paletti fissati dal leader di Azione, e individuati nella sola presenza di Di Maio e di Fratoianni tra i candidati di quel campo. Un po’ poco, in effetti, alla luce di tutte le attese che Calenda aveva creato attorno a sé.

L’equivoco è lessicale. Riguarda l’abusato uso del termine “centro” mentre la scelta d’opportunità è quella conseguente all’esistenza di un sistema elettorale che tende alla bipolarizzazione. Equivoco e opportunità si fondono nel lavorio che emerge nell’adorazione del “totem” del cosiddetto “centro”, ma sempre concependolo sulla base di un’astuzia politico – elettorale qual è quella del porsi a metà tra gli schieramenti pensando di attirare indecisi, moderati, astensionisti e gente stufa di una contrapposizione di natura bipolare che ha perso molto della sua ragione d’essere risalente a trent’anni fa esatti. Cose che fanno parlare ad Angelo Panebianco su Il Corriere della Sera di ieri (CLICCA QUI) di paradosso giacché la questione del “centro” è a suo avviso, insieme, rilevante ed irrilevante. A seconda che la si esamini sotto il punto di vista del “funzionamento della democrazia” oppure, nel concreto, per quanto concerne le scelte dei politici e degli elettori. Il risultato, come scrisse Ernesto Galli della Loggia (CLICCA QUI) tempo fa, è che “In Italia il centro è un luogo vuoto”. Perché vuoto di contenuto e, diciamolo, anche di personale politico adeguato alle necessità vere del Paese nell’offrire una reale alternativa nel gioco delle contrapposizioni obbligate.

Noi abbiamo sempre precisato che il nostro intendimento di essere alternativi a destra e a sinistra debba essere inteso per la necessità di giungere al superamento di un’intera stagione politica, e diretto ad una radicale trasformazione del sistema politico – istituzionale in grado di rimettere l’Italia nella condizione di riprendere quel cammino, lo constatiamo sempre più, che il bipolarismo ha bloccato. Una relazione tra sistema politico e posizione del Paese nelle classifiche mondiali  che contano esiste e come. Questo è il vero problema del “centro”, se vogliamo continuare ad abusare di un termine tanto usato e, al tempo stesso, tanto tradito. Purtroppo, un tema che non è quasi mai all’ordine del giorno in un sistema di guida politica del Paese che con esso non ha più molta corrispondenza, come dimostrano il crescente astensionismo e la refrattarietà nei confronti dell’impegno politico.

In effetti, ha ragione Nino Labate (CLICCA QUI) si tratta di un continuare a lambiccarsi più attorno a un’idea di “neocentrismo” senza una vera cultura politica, che poco ha, dunque, a che fare con quella fase post Seconda guerra mondiale servita, invece, a definire collocazione e linee di sviluppo di un’Italia in quel preciso contesto storico. Oggi, registra sconsolato Nino, siamo di fronte ad un qualcosa di “spezzettato sino all’irrilevanza elettorale”, al punto che la sopravvivenza di tutti i soggetti che si “attaccano” all’idea di centro finisce legata esclusivamente all’ospitalità interessata che trovano nei due poli contrapposti. Una

La nostra non è l’idea di “centro” simile a quella di tutti coloro che, per un posto in Parlamento, continuano a riproporre il gioco degli ultimi tre decenni durante i quali li abbiamo visti esclusivamente seguire la logica del bipolarismo  e rinunciare ad intraprendere l’unica strada oggi possibile per chi vuole superare un sistema in decomposizione, e cioè quella di intraprendere un percorso di rigenerazione sociale ancor prima che politica. E quindi riempire di contenuti proposte che riguardino vecchie e nuove povertà, la crisi del ceto medio, la sudditanza del cittadino/consumatore/elettore/, lo sfacelo burocratico- amministrativo, i ritardi nelle tante transizioni che sta imponendo il mondo contemporaneo e così via. E quindi, per ricordare qualcos’altro di fondamentale mettere mano al sistema educativo e formativo completamente abbandonato a se stesso, cioè al … nulla.

In questi giorni di posizionamento dei partiti, c’è come l’impressione che in molti diano per scontato il fatto che nessuna futura maggioranza in grado di uscire dalle urne sia destinata a durare a lungo. La legge elettorale spinge per le coalizioni, la pratica politica per decomporle, prima o poi. Del resto, cosa c’è d’attendersi dalle modalità con cui il centrodestra si è improvvisamente riaccorpato senza una metabolizzazione sincera su quanto accaduto con la Lega partecipe, anzi propugnatrice, del Primo Governo Conte con i 5 Stelle e, poi, con l’entusiastica partecipazione di Salvini e Berlusconi all’esperienza Draghi, da loro abbandonato dall’oggi al domani? A sinistra le considerazioni sono sostanzialmente simili nel ripercorrere il Conte 2 seguito, poi, dal Governo Draghi.

Non abbiamo difficoltà a parlare di “centro”, ma se questo significa partecipare alla creazione di un “baricentro” capace di trovare la propria ragione d’essere non nella logica di accordi parlamentari del tutto avulsi da una strategia di risposta ai problemi reali del Paese. Un ” baricentro” che per quanto ci riguarda può essere costruito proponendo sì efficientismo, ed ovviamente puntando su autentiche competenze, ma con la consapevole della necessità di recuperare il più ampio possibile tasso di solidarismo economico e sociale. Cosa che poco ha vedere con accordi elettorali pronti ad essere disfatti alla prima occasione possibile.

C’è poi tutto un capitolo a parte sul concetto di “centro” elaborato, ma forse questa è una parola davvero grossa, all’interno del cosiddetto mondo cattolico. Ne abbiamo già parlato molte altre volte e ci dovremo ritornare sopra al più presto. Vi saremo spinti da quello che tra poco accadrà con il definitivo posizionamento indotto dalle prossime elezioni. E, quindi, … segue.

Giancarlo Infante