Se c’è un modo altamente probabile di consegnare il Paese a Salvini, dopo la parentesi Draghi, è quello suggerito da Paolo Mieli nell’articolo di fondo che ha firmato sul “Corriere della sera” di ieri.

Avanti tutta e con il maggioritario a go-go. Infiliamoci in una riedizione del bipolarismo asfissiante di cui abbiamo goduto fin qui. Anzi, se possibile, anche più rissoso e muscolare, dato che questa volta la contesa non sarebbe più giocata dai due poli insistendo prevalentemente sulle rispettive estreme, ma più vicino alla linea di demarcazione tra i due schieramenti – insomma a ridosso di quel fatidico “centro” che campeggia nei sogni di molti – e, quindi, potrebbe risolversi in un corpo a corpo anche più furioso.

Mieli plaude alla “gradita sorpresa” del cenno di Letta al Mattarellum, immaginando che ciò indichi – ma è ancora tutto da dimostrare ed infatti il Nostro sollecita chiarimenti – come il PD abbia cambiato non solo il segretario, ma anche la linea politica. Con Zingaretti era attestata sul proporzionale, come da intese intervenute con il Movimento 5Stelle, per compensare, in qualche modo, gli effetti della riduzione del numero dei parlamentari.

Il maggioritario, per quanto invocato in nome della governabilità e della stabilizzazione del nostro sistema politico, salutato addirittura come approdo finalmente compiuto di quella “democrazia incompiuta” che abbiamo ereditato dalla prima Repubblica, in effetti non ha mantenuta nessuna delle promesse e delle attese per le quali ci è stato propinato. Basti considerare quanti governi si siano succeduti dalla metà degli anni novanta ad oggi, per rendersi conto, ad esempio, che la loro durata media non ha affatto migliorato lo standard che ha contraddistinto i decenni precedenti.

Eppure, c’è chi continua a ritenere che la rappresentanza, anziché esprimersi secondo il libero, pieno ed incondizionato dispiegarsi della sovranità popolare,  debba essere, poco o tanto, sacrificata alla governabilità; per lo meno accompagnata per mano dentro l’alveo obbligato di due campi elettorali che riducono il confronto politico ad una contrapposizione pregiudiziale, fondata su una reciproca delegittimazione ed incapace di dar conto della realtà viva di un Paese che tutto è, nella ricca articolazione che lo caratterizza, meno che bipolare.

Senonché, è vero piuttosto che in una democrazia in piena salute sia la governabilità ad essere funzione della rappresentanza e non viceversa, come vorrebbero  i cultori del maggioritario a tutti i costi.

“Matteo Salvini ha raccolto il guanto di sfida….” esulta Mieli ed ora per il PD, che  non può essere da meno,  “si rendono necessari passi altrettanto decisi”. Insomma, Salvini e Letta sono invitati a “militarizzare” fin d’ora i rispettivi campi, secondo l’invalso costume tale per cui appena fatto un governo, già si pensa a preparare il terreno per ciò che verrà dopo.

Escludendo, dunque, a priori che il governo Draghi possa rappresentare una salutare boccata d’ ossigeno, un momento “politico”  di pausa  e di  riflessione per forze politiche che hanno tutte manifestamente bisogno di ripensare a fondo sé stesse, maturando una visione più larga delle prospettive che devono essere offerte al Paese, senza ricadere nella coazione a ripetere errori inveterati, che offuscano l’autorevolezza  della politica come tale, a prescindere dal prevalere dell’ uno o dell’altro schieramento, lasciando, in tal modo, libero campo all’affermarsi di altre influenze ed altri equilibri.

E’ talmente accorata – quasi da pedagogo, più che da osservatore – la preoccupazione di Mieli per il maggioritario da indurlo – pur concedendo che se così non dovesse essere, perfino  l’aborrito proporzionale sarebbe meglio dell’attuale sistema che “assomma i difetti del proporzionale e del maggioritario” – a derubricare come “estemporaneo”, dunque non attendibile, un non meglio precisato accenno del segretario PD che potrebbe essere interpretato in senso contrario a quanto fin qui auspicato.

E’ necessario – anziché trattenerla nelle spire di un gioco incrociato tra parti del tutto avverse, meno che in ordine alla reciproca utilità di un sistema artatamente preordinato – restituire, senza ipocrisie, l’Italia agli italiani, investendo sulla loro autonomia di giudizio, sulla personale capacità critica di ognuno.

Occorre  un atto di fiducia nella sovranità che la Costituzione conferisce al popolo , anche a quell’alta percentuale di elettori che non si recano più alle urne e, peraltro, non possiamo regalare all’inerzia cui li ha condotti l’ignavia di un sistema politico bloccato nelle forme di una sorta di democrazia “contratta”.

Domenico Galbiati