G20 a Roma e COP26 a Glasgow, al di là del merito in sé della questione ambientale, mostrano quello che sembra dover essere un connotato necessario ed irrinunciabile per la politica del XXI secolo, in ogni ambito del suo raggio d’azione. Come se, anche nel campo degli accadimenti umani e della storia, debba valere – in modo particolare in ordine alle problematiche dell’ ecosistema – quella legge della relatività, che, nel mondo fisico, segnala come spazio e tempo, per dirla artigianalmente, si tengono reciprocamente al punto d’ essere una sola ed univoca dimensione.
In sostanza, oggi – età della tecno-scienza e della nostra collettiva illusione prometeica – la Politica dove essere in grado di assumere, qui ed ora, decisioni che siano adatte a penetrare il muro, lo spessore compatto dei prossimi decenni.

Senonché non è facile assumere stabilmente questa postura, per quanto, spinta dall’onda lunga della globalizzazione, la storia stia accelerando e quanto più incrementa la rapidità dei processi che la attraversano, tanto più, per assorbirne l’impatto, deve saper governare gli effetti della trasformazione epocale in corso, soprattutto nel lungo termine. Essere “responsabili” significa avere chiara e piena coscienza di ciò che discende dai gesti e dai comportamenti che, ciascuno singolarmente e la collettività nel suo insieme, poniamo in essere. Comprensibilmente, tale esercizio è tanto più delicato quanto più queste conseguenze si sfrangiano, prolungandosi indefinitamente nel tempo.

Lo spazio delle tematiche sul tavolo ed il tempo delle risposte che esigerebbero si intrecciano, cosicché ogni ritardo muta la forma della questione in oggetto e quest’ultima ricade su una nuova declinazione della tempistica, in una rincorsa senza posa. Qualora la Politica e, con essa, i governi , vengano meno a questa capacità di decidere ora per
allora, non preconizzando in astratto, ma determinando da subito precisi indirizzi, la Politica, di fatto, sostanzialmente si dimette dal suo ruolo di “governo” dell’evoluzione sociale e si limita a fungere da “tappabuchi”, ad aggiustare qua e là qualche sbavatura di troppo, secondo un ruolo sostanzialmente ancillare, subalterno ad una logica degli eventi che la trascende, fuori da ogni suo controllo.

E’ un po’ come se, anziché curare, sanare, suturare le lacerazioni del corpo sociale, ci si limitasse a recentarle. Lasciassimo, cioè, che guariscano di seconda intenzione, incuranti del fatto che possano formarsi vistose cicatrici o addirittura esuberanti cheloidi, che alterino anche la simmetria dei tessuti circostanti. Ad ogni modo, la sostanziale insoddisfazione lasciata dai due appuntamenti di cui sopra non esclude che si sia fatto qualche passo avanti, ma piuttosto che questi siano stati talmente inferiori al ritmo secondo cui la questione ambientale si ingarbuglia, al punto da allontanare il momento del relativo equilibrio che si vorrebbe raggiungere, prima di superare il punto di non ritorno del degrado.

Insomma, avanziamo sì, ma è come se camminassimo su un tappeto elastico che viene progressivamente stirato intanto che noi procediamo, per cui rischiamo di non giungere mai alla fine del percorso. Una sorta di variante, a suo modo rovesciata, del paradosso di Zenone ? Rischiamo, se non altro, di giungere fuori tempo massimo, oltre quel punto fatidico oltre cui si compromette la capacità di resilienza dell’ ambiente complessivamente inteso: cioè l’ attitudine a recuperare progressivamente gli squilibri in essere, per rientrare nei parametri, sia pure sofferti, di una sostanziale sostenibilità.

Siamo legittimati, noi occidentali, a lamentarci della resistenza di quei paesi che – a cominciare dall’India, con il pesante concorso di Russia e Cina – non hanno consentito di raggiungere successi più importanti, sia a Roma, sia a Glasgow? Pare di no, se consideriamo come, in ultima analisi, paghiamo il prezzo di uno squilibrio planetario di cui ci rendiamo conto solo quando ci accorgiamo che, in definitiva, ci siamo tirati la zappa sui piedi.

Il punto sta, infatti, qui: come nei singoli paesi, a maggior ragione nella dimensione planetaria della comunità internazionale, libertà e giustizia sociale si tengono reciprocamente, in modo inestricabile, e a noi spetta conoscere e rispettare questa connessione sostanziale. Dobbiamo essere pronti, in un certo senso, a considerare sostanzialmente delegittimata, priva di un solido fondamento, la nostra stessa condizione di uomini liberi, ove conviva con condizioni di ingiustizia e di degrado che offendono la dignità di popoli interi.
Ma questa è riflessione che merita ben altro sviluppo.

Domenico Galbiati