Il nuovo Governo Draghi ha suscitato un dibattito su vincitori e vinti. Tuttavia affrontare con questi argomenti la crisi rischia di nascondere la vera questione e cioè che la situazione nella quale ci troviamo è il risultato di un problema più profondo. Anche i “ravvedimenti”, le nuove “alleanze”, sono il frutto di una ferita ben più grave, in seno alla democrazia rappresentativa e ai partiti. Perciò, se si vuole che questa sia realmente una fase di passaggio, bisogna trovare e darsi, all’interno di Insieme, poi in Italia e in Europa, un fine, un orizzonte.

La mia generazione, dei nati cioè nella seconda metà dell’Ottanta, nella transizione c’è nata e cresciuta. Dalla caduta del muro è stato tutto un passaggio, vero e presunto. La teoria del cambiamento è stata la più irremovibile delle filosofie. Il nostro Paese, ma possiamo dire l’Europa, ha effettivamente attraversato grandi cambiamenti. Una spinta (insufficiente) verso l’Europa unita, il cambiamento di un Paese che ha sfiduciato via via partiti e Governi. La logica della transizione, però, non dovrebbe comprendere soltanto un’evoluzione, ma un punto di arrivo. Ecco allora che qualche dubbio sul fatto che siamo in una fase transeunte viene. Verso cosa transitiamo da così tanto tempo?

Presi singolarmente alcuni rappresentanti in Parlamento potrebbero rispondere brillantemente a questa domanda. Ma i partiti? L’unica transizione che li riguarda sembra essere quella verso l’estinzione della forma organizzata. Il M5S è stato in questi anni il sintomo più acuto di tutto ciò, portatore dell’illusione (perché senza veri strumenti sostanziali) della rappresentanza diretta e non mediata. Ma dato che la crisi è ancor più profonda, appare finalmente non essere bastato lo sforzo.

Il racconto lo svolgerei grosso modo così: non essendo legittima la sostituzione totale del Parlamento per incardinare la nuova generazione di “onesti”, la preselezione diretta delle “truppe” tramite la piattaforma Rousseau (a cui avevano già lavorato a dire il vero le primarie, ripetendo sostanzialmente e l’incapacità dei partiti di prendersi una qualche responsabilità e l’insufficienza dei meccanismi istituzionali di recuperare questa incapacità), può ridare potere di scelta ai cittadini e dunque fiducia. Legittimo ma ingenuo. Un metodo fondato sul principio di onestà che, presso alcuni, doveva essere necessariamente più adamantino… Storia vecchia, di superiorità morale, di alternanza antropologica (dopo il declino vengono i buoni) che ogni volta si inceppa in quel brutto inconveniente chiamato storia. Ma perché parlare di questo adesso? Perché, “onestismo” a parte, la teoria non pratica della democrazia diretta promossa in questi anni ha imbarazzato intellettualmente un’intera classe politica e dirigente. Ha disintermediato definitivamente quello che c’era da disintermediare, rendendo i partiti una sorta di boccascena continuo dove sketch e battute si improvvisano sulla scorta del gradimento del pubblico pagante, secondo un processo che ha radici abbastanza indietro nel tempo e che adesso non importa ripercorrere. Quello che importa però è leggere in questa controluce le vicende attuali del nostro Paese. Soprattutto se si sta cercando di costruire un nuovo soggetto politico che non occupi lo spazio lasciato libero da altri, ma sia quello spazio.

Dunque, da questo controluce, risultano a mio avviso alcune interpretazioni che se si condivide la base del ragionamento non possono essere trascurate. Il primo riguarda la bilancia dei vinti e dei vincitori, esercizio che ho letto anche su queste pagine. Non credo, per capirci, che il punto sia individuare gli esiti positivi del “ravvedimento” o dell’incoerenza di Salvini…

Stabilito  – e spiace vedere che non ci sia su questo una convergenza di opinioni, dopo che lo stesso Renzi era stato additato come l’autore di una crisi irresponsabile – che il Governo Draghi è il frutto di un’ operazione politica di Renzi e, altrettanto probabilmente, da parte del centrodestra (Lega compresa), alla radice del ravvedimento c’è proprio quel crollo del sistema a cui va trovata una soluzione.

Non è che Salvini si sia ravveduto, è che gli eventi hanno dato ragione a una corrente ormai storica molto importante interna alla Lega, rappresentata da Giancarlo Giorgetti, che ha un’idea divergente di Italia nel contesto europeo. Non diversa, divergente. Semplicemente, quando ancora i partiti avevano una struttura, questa discussione si sarebbe svolta anche internamente. Ora, invece, gli indirizzi politici prevalgono a seconda dell’opportunità storica e stop. Lì si comincia e lì si finisce. Per cui è lecito rifarsi alla domanda di partenza: verso dove stiamo transitando? Dire, come qualcuno ha detto, che Salvini ha vinto, è non aver visto bene la dinamica interna al suo partito e aver taciuto il contesto nei quali adesso i partiti vivono, crescono e decadono. Porsi il problema di stabilire chi ci guadagnerà dalla lottizzazione ministeriale nel nuovo Governo è allontanarsi dalla traccia che una nascente forza centrista (solo per brevità è accettabile la definizione) deve obbligatoriamente portare a svolgimento.

Anziché posizionare le pedine all’interno della crisi forse occorrerà, molto più faticosamente, chiedersi se alla conclusione di un copione a soggetto, che negli ultimi anni ha, in maniera coatta, trattenuto la discussione sui vecchi canoni destra-sinistra, di qua o di là, si possa ipotizzare una visione a più lungo termine, un’idea di Paese che sia funzionale a un obiettivo più ambizioso dell’equilibrio di bilancio. C’è in circolazione questa idea? Allora bisognerà impegnarsi ad allargarla. Non c’è? Allora l’impegno sarà per costruirla. Ma senza restare incanalati in piste troppo strette per le manovre di un Paese.

Il ruolo di Draghi, a mio avviso, entra logicamente proprio a questo punto della crisi che stiamo vivendo, dopo quasi un decennio di magliette “no euro”, di esagitazione, sovranismo e critiche (spesso giuste) alle regole. Tutto questo mondo, incapace di cambiare il mondo (per troppa volontà? per poca capacità? per idealismo?), si ritrova compagno di viaggio di quella versione di futuro finora antagonista.

La prima speranza, molto ambiziosa, è che il Governo Draghi, in concomitanza con la fine della leadership esercitata in Europa dalla Merkel, riesca a trovare alleati per tornare, a colpi di trattati, a costruire un’Europa che non abbia come fondamento unico i vincoli di bilancio. La seconda è che l’energia di una parte di Paese che adesso scopre di aver superato le isterie dell’adolescenza, possa adoperarsi costruttivamente. La terza è che a partire da progetti come quello di Insieme questo diventi davvero un passaggio. Prima però, senza avere l’ansia di aggregare tutti, serve il presupposto, una meta.

Emanuele Maffei