Oggettivamente Mario Draghi rappresenta un saldo punto di riferimento, oltre che sul piano interno, anche a livello europeo ed internazionale. Accreditando il nostro Paese di un “europeismo” serio e della capacità di stabilire un rapporto che potremmo chiamare di equilibrio consonante ed attivo tra vocazione europea e scelta atlantica. Com’è, d’altra parte, nella tradizione del nostro Paese. Senza cedere alla tesi cervellotica di chi ritiene si possano liberare spazi e campi d’azione al protagonismo europeo solo sottraendolo alle relazioni con oltreatlantico. Accampando come – cosa del tutto ovvia – tra Europa e Stati Uniti non vi sia una completa coincidenza di interessi. E scordando, in verità – ed anche questa è una constatazione ovvia, ma non banale – quanto le due sponde dell’Atlantico condividano l’interesse preminente che fa da cornice e ricomprende ogni altro versante e, cioè, la finalità comune a difendere e conservare i nostri ordinamenti democratici.

Draghi mostra di avere le idee chiare e soprattutto l’ardire di esporle senza circonvoluzioni. Ha detto, nella conferenza stampa a margine della seduta del Consiglio europeo, senza infingimenti, almeno quattro cose fondamentali:
*il governo italiano è saldamente attestato sulle posizioni dell’Unione Europea e della Nato;
*la Russia non deve vincere la guerra che ha scatenato;
*la pace si fa solo alle condizioni che decide l’Ucraina;
*le sanzioni dureranno molto, molto a lungo.

Intanto l’Europa ha approvato, sia pure faticosamente, ma con l’elasticità necessaria in un tale frangente, il sesto pacchetto di sanzioni. Ha avviato, sia pure con talune riserve, il necessario percorso di fuoriuscita dalla dipendenza energetica dalla Russia. Il che non significa né ignorare che la Russia esista né spingerla dentro il contesto asiatico, come se potessimo dimenticare la sua sostanziale vocazione prevalentemente europea, e neppure regalarla all’imperialismo cinese. Vuol dire segnalare al Cremlino che non ci lasciamo mettere un cappio al collo e pretendiamo che le relazioni internazionali si attengano al principio del rispetto sacro dei confini altrui. “Erga omnes”. Cioè vale per tutti: russi, americani e cinesi. E’, anzitutto, a questo livello, sul piano del diritto, grazie alla sua superiore esperienza storica, in virtù della millenaria cultura politica di chi la democrazia l’ha inventata dal tempo della Grecia antica che l’Europa è chiamata a dare le carte. A ribadire, rielaborare e meglio puntualizzare dove serve, doveri, valori e principi che siano la necessaria premessa di un percorso di costruzione “politica” di una prospettiva di pace.

Resterebbe da abbozzare un confronto tra il nostro “europeismo” e quello, forse meno schietto e meno sincero, di nostri partner apparentemente più titolati di noi e sicuramente più sussiegosi.

Domenico Galbiati