Si è conclusa da poco la conferenza la XXVI conferenza dell’ONU sui cambiamenti climatici, chiamata COP26,conferenza delle parti. La discussione in sede ONU era iniziata a Rio de Janeiro nel 1992 quando si stavano evidenziando sempre più frequenti fenomeni di siccità accompagnati ad inondazioni che mettevano a dura prova in particolare paesi dell’America Latina, dell’Africa e del Sud-Est Asiatico.

Da allora le discussioni e i vari accordi raggiunti , da quello di Kyoto nel 1997 ,a quello di Parigi nel 2015, per finire a quello recente di Glasgow, hanno dimostrato sostanzialmente due cose : le grandi potenze, in primis gli Stati Uniti, hanno sempre anteposto i propri interessi a quelli dell’insieme dei paesi partecipanti. Per esempio uscendo dagli accordi di Kyoto nel 2001 con la presidenza Bush e da quelli di Parigi nel 2019 con Trump. Più in generale le grandi potenze hanno sempre lesinato gli aiuti ai paesi poveri che hanno minori possibilità di difendersi dai cambiamenti climatici.

L’uscita dal carbone, considerato la fonte energetica più inquinante, e il contenimento a 1,5- 2 gradi dell’aumento della temperatura globale entro la metà del secolo e un piano sostanzioso di aiuti ai paesi poveri erano gli obiettivi principali della conferenza. Sul primo punto si è raggiunto un accordo su una diminuzione e non sull’abbandono totale dell’utilizzo del carbone, mentre sul secondo punto, i 100 miliardi l’anno che già erano stati promessi nel 2015 , sono rimasti nel vago.

I giovani del movimento Fridays for Future hanno definito un fallimento la Cop26 e Greta Thunberg ha parlato di blablabla dei politici intervenuti ,compreso l’ex presidente degli USA Obama.

In realtà dietro la questione climatica si cela la lotta per la supremazia economica. L’abbandono delle energie basate sulle fonti fossili investe tutta la struttura industriale dei paesi avanzati e la prima potenza economica , gli USA, che non ha più l’egemonia di un tempo, non intende fare sconti a nessuno, almeno fino a quando non penserà di avere raggiunto la supremazia tecnologica nelle nuove fonti energetiche, avendo nel frattempo raggiunto l’indipendenza energetica.

Da questo punto di vista si spiega il fatto che grandi paesi come la Cina e la Russia, non abbiano partecipato con esponenti politici di primo piano alla cop26 e che un altro grande paese, l’India, abbia posticipato al 2070 l’impegno ad uscire dal carbone.

Da notare che questa conferenza era stata preceduta dal cosiddetto G20,all’inizio il Forum dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali dei principali paesi industrializzati, poi con la presenza dei capi di stato ,in modo da dettare poi la linea agli altri 170 paesi partecipanti.

La linea è quella di controllare l’aumento della temperatura , ridurre l’uso dell’energia da fonti fossili, utilizzare nuove tecnologie legate alle fonti rinnovabili ,tecnologie che però sono in gran parte in possesso dei principali paesi del G20. A sostegno di questa linea vengono poi presentate statistiche sui cambiamenti climatici, sull’aumento dei gas serra, sulla deforestazione, sugli stati che inquinano maggiormente.

Come guardare a queste statistiche ? Guardare non soltanto all’oggi, ma in un arco di tempo più lungo . Gli Stati Uniti e i paesi europei , secondo un rapporto dell’ Agenzia Internazionale dell’Energia , sono quelli che hanno prodotto negli ultimi 50 anni la maggior quantità di CO2 e la produzione e il consumo di idrocarburi l’ha fatta da padrona. Non solo, se consideriamo la produzione di CO2 in rapporto alla popolazione, vediamo che procapite sono sempre i cittadini americani ,europei e di altri paesi industrializzati a guidare la classifica.

Questi paesi hanno raggiunto un grado di sviluppo superiore al resto del mondo. Altri paesi intendono svilupparsi, perché noi sì e loro no ?

Sta qui il nodo da sciogliere e la miseria dei 100 miliardi all’anno promessi e non rispettati per aiutare i paesi poveri a ripararsi dai cambiamenti climatici stona clamorosamente di fronte alle cifre che circolano di migliaia di miliardi di dollari di investimenti nella cosiddetta economia green.

E’ proprio a questa grande maggioranza di paesi, in gran parte con gravi problemi di sviluppo e di povertà, che occorre guardare, per non incorrere in una nuova visione neocoloniale ammantata dalla transizione ecologica in mano alle grandi multinazionali dell’energia.

Perché, nella pratica, sta succedendo questo : prima i paesi capitalisti hanno inquinato, adesso, per ridurre i danni all’ambiente, pretendono di condizionare lo sviluppo degli altri con le tecnologie in loro possesso.

Un grande patto  paritario tra i paesi industrializzati e i paesi in via di sviluppo è dunque la base politica necessaria per fronteggiare i cambiamenti climatici, fermare il riscaldamento globale, ridurre l’inquinamento , bloccare la deforestazione, garantire uno sviluppo a tutti i paesi della comunità mondiale. Vale a dire un patto che può essere concretamente più forte se sostenuto da una volontà politica, unitaria e indipendente, dell’insieme dell’Unione Europea. Gli investimenti necessari riguardano sia la transizione ecologica ma anche le tecnologie per ridurre le emissioni di CO2 prodotte dalle fonti tradizionali di energia che necessariamente molti paesi , compresi quelli già industrializzati, dovranno continuare ad utilizzare. Ci sono infatti nuove tecnologie in fase di ricerca in grado di catturare e riutilizzare l’anidride carbonica che potrebbero essere di grande aiuto sia ai paesi in via di sviluppo e sia al nostro paese e agli altri paesi europei che non potranno abbandonare dall’oggi al domani gli idrocarburi.

Un grande patto dove valgano due principii fondamentale, quello del trasferimento tecnologico e quello degli aiuti a fondo perduto e dei prestiti a lunghissima scadenza. L’aiuto che i paesi ricchi dovranno dare ai paesi poveri non dovrà riprodurre un rapporto neocoloniale di dipendenza e di sfruttamento delle risorse dei primi sui secondi ,ma finalizzato a permettere che questi ultimi siano in grado di produrre poi da soli l’energia e tutto il resto di cui avranno bisogno e dunque a trasferire a quei paesi le tecnologie richieste senza nessun tipo di condizionamento politico .E questo potrà essere possibile soltanto se attorno ai problemi del clima , dello sviluppo, della pace , si svilupperà un vasto movimento popolare . Su questi presupposti la prossima Conferenza ONU, la Cop27, potrebbe imprimere quella svolta nella politica mondiale di cui c’è bisogno e che getterebbe alle ortiche il blablabla criticato dai giovani ambientalisti.

Iglis Restani

 

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