Un ristretto gruppo di autorevoli amici, accomunati da significative ed importanti esperienze nella vita della Democrazia Cristiana, ha “decretato” ed annunciato la fine della diaspora. Ed è sicuramente una buona cosa.
Incoraggiante.
Indica, se non altro, una inedita linea di tendenza e l’emergere di una consapevolezza nuova. Peraltro, affinché la “fine” della diaspora sia davvero possibile, sarebbe necessario che si facesse una analisi accurata dei processi che l’hanno determinata e che risalgono ben più all’indietro dei fatidici anni di Tangentopoli. Se si fosse fatto questo esame, sarebbe risultato immediatamente evidente che, se mai – e qui la questione ha pienamente senso ed appassiona anche noi – si sarebbe dovuto parlare non di “fine”, ma piuttosto di “superamento” della diaspora.
La storia non va a ritroso e – fine o superamento che sia – non si tratta, in nessun modo, di tornare ad una situazione “quo ante”, ma piuttosto di saper interpretare o meno il tempo nuovo che ci è dato. Insomma – dovremmo, anzitutto, chiederci – la “diaspora” è stata solo un percorso di scomposizione e progressiva, reciproca dissidenza interna alla Democrazia Cristiana o piuttosto un processo – di ben più ampia portata, iniziato ben prima della fase agonica della DC – di articolazione di posizione ideali, spirituali, culturali e solo infine politiche che hanno investito il mondo cattolico?
Questo non è forse avvenuto nella misura in cui i cattolici – a cominciare dalla DC e questo merito le va riconosciuto – non si sono mai concepiti come un monolite, ma hanno coltivato – sia pure talvolta contraddicendoli sul piano dei comportamenti – criteri di giudizio e categorie interpretative della politica riferite a valori e principi, mai ossificati nella spirale di una supponenza ideologica, tipica di altre forze?
Tutto ciò va ascritto ad un processo di decadenza e di inarrestabile impoverimento o non possiamo piuttosto ravvisarvi addirittura i germi di un possibile arricchimento, anche se, per più aspetti, lo abbiamo smarrito lungo il cammino per una responsabilità comune, magari attribuibile anzitutto al partito che non ha saputo corrispondervi, ma altrettanto imputabile a molti altri attori del nostro mondo?
Non a caso, del resto, lo stesso collateralismo è entrato in crisi solo quando, appannati lo smalto ed il vigore della sua stagione migliore, la DC non è più riuscita a tradurre e rappresentare sul piano dell’iniziativa politica le nuove istanze che, da Papa Giovanni e dal Concilio in poi, via via fermentavano in un mondo cattolico animato da una nuova coscienza di sé
Se le cose stanno così, non è forse vero che la ricomposizione della diaspora non può essere l’ “amarcord” di un antico “c’eravamo tanto amati…”, nél’ammucchiata di spezzoni e schegge sparse attorno dall’esplosione della DC?
Ma piuttosto una nuova modalità di raccordo elastico e flessibile, eppure tenace, da costruire secondo criteri differenti dal collateralismo di una volta, capaci di rispettare le differenze e le diverse attitudini di un mondo plurale, a cominciare da chi è disponibile alla militanza attiva in un partito e da quanti, al contrario, intendono concorrere altrimenti ad una ispirazione comune?
In sostanza, la diaspora, intesa non tanto come processo interno alla DC ed alle sue correnti, bensì in quanto fenomeno ampio che concerne l’intero campo cattolico, non è stata un incidente o una svista della storia, ma una fase problematica, a suo modo dolorosa, ma, nel contempo, testimone di una libertà di spirito e di una autonomia critica dei cattolici che hanno sancito un pluralismo del nostro mondo che è acquisito una volta per tutte ed, in definitiva, è pur sempre una ricchezza. Le rime di frattura che si possono saldare vanno riaccostate, ma senza quella “damnatio memoriae” che, cancellando del tutto anche le tracce dell’ avvenuta ricomposizione, impedirebbe di trarre quell’indicazione di senso e di prospettiva che anche la storia della diaspora ha in sé.
Per parte nostra, riproponiamo tre capisaldi essenziali e da cui non può prescindere chi intenda riproporre una presenza autorevole dei cattolici nella vita civile e politica del nostro Paese.
L’ autonomia, smarrita da decenni, è, ad un tempo, la condizione di possibilità e la “cifra” che riassume il senso politico e programmatico di una nuova presenza organizzata di ispirazione cristiana.
La competenza e la ricchezza dei contenuti da proporre per una fase che va ben oltre quello che possiamo contemplare evocando vecchie parole d’ordine quali ” centro”, “casa dei moderati” o quant’altro di simile. Dobbiamo piuttosto avere viva la percezione delle imponenti trasformazioni in corso che esigono, come sostiene Zamagni, si vada oltre il classico e tradizionale riformismo. Basterebbe riflettere, del resto, come la globalizzazione stia alterando niente meno che la nostra stessa intuizione originaria di cosa siano spazio e tempo, addirittura le kantiane forme pure del nostro impatto con il mondo, per capire la portata dei processi in corso.
Infine, l’impegno per una classe dirigente nuova, attestando con franchezza – attraverso appropriati gesti simbolici e, nel contempo, molto concreti – che questa ripresa d’azione non ha alcun intento diretto a riciclare politici di un’altra stagione.
Domenico Galbiati