“La politica è appiattita sulla comunicazione”. E’ un’espressione di rammarico che si sente sempre più spesso e su cui concordano tutti.

Ma la recente gestione della epidemia di coronavirus spiazza a mio parere questa semplice affermazione e stimola riflessioni ulteriori.

Infatti, come mai un interesse così assoluto, un investimento così alto, sulla comunicazione (anche a scapito di altre competenze) produce alla fine risultati così scadenti?

Sul piano comunicativo abbiamo visto di tutto in questi giorni e quasi nessuno è uscito indenne dalla prova. Per contraddittorietà, per goffaggine, per evidente esibizionismo, per bassa credibilità, ecc.

Dunque, che consigli elargiscono ai nostri politici i super esperti di comunicazione di cui essi si circondano? Qual è la qualità del loro lavoro sottotraccia?

Ad esempio, possiamo legittimamente chiederci: come esce da questa prova il responsabile della comunicazione del Presidente del Consiglio? Lascio a voi il giudizio.

E allora? Come mai questo grande investimento sulla comunicazione rende così poco?

La mia idea è che anche la parola “comunicazione” sia oggetto di equivoci nel clima generale di confusione e povertà culturale e valoriale in cui è immersa la nostra vita pubblica in questa – difficilissima – fase storica.

L’impressione è che – a seguito di un equivoco generalizzato – per “comunicazione” si intende qualcosa come “esibizione propagandistica della propria persona e della sintonia fra questa e i presunti umori popolari”. Ma questa non è comunicazione.

Comunicazione è processo creativo e brillante di sintesi di un pensiero elaborato. Tanto più creativa è (potenzialmente) la comunicazione quanto più ricca è l’elaborazione di pensiero a cui si riferisce.

Un esempio mi capita proprio in questi giorni fra le mani: un freschissimo libro di memorie scritto tanti anni fa (1979) da Jacques Séguéla, quello che – fra tante altre cose – fu anche il consigliere per la comunicazione di Mitterand nella trionfale campagna presidenziale del 1981. Séguéla arrivò a questo incarico dopo una scintillante esperienza giornalistica e dopo aver collaborato con personaggi come Prévert e Dalì. Portò nella comunicazione politica la sua creatività, la sua straordinaria ironia, il suo spirito.

Ma – se guardiamo all’attualità – non è solo questione di uomini diversi, è una missione completamente diversa. A Séguéla si affidava un personaggio che aveva una strategia politica per il Paese, elaborata in lunghi anni di apprendistato e di prove, e che intendeva tradurrre in un linguaggio radicato nei valori, ricchissimo di riferimenti culturali e al tempo stesso popolare, sorprendente e al tempo stesso accettabile dal grande pubblico (è di Séguéla lo slogan che si rivelò geniale in quella fase storica, “una forza tranquilla”).

L’Italia politica che abbiamo di fronte è tutt’altra cosa. Esattamente l’opposto: si usa la comunicazione per riempire un vuoto di strategia. Questa comunicazione è ridotta a mero espediente per la conquista – con qualunque mezzo – dei titoli sui giornali o ad autopromozione pubblicitaria o all’attacco ossessivo di un avversario, magari creato ad hoc attraverso processi degradanti di demonizzazione. Il tutto rivolto ad un popolo del tutto immaginario: sempre truculento e attratto da ogni bassezza.

Addirittura, a volte la comunicazione detta l’agenda politica. Per esempio è forte il sospetto che Zingaretti – da una parte – e la Meloni dall’altra non possano scegliere liberamente se aderire all’ipotetico governo di unità nazionale semplicemente perché messi in guardia dai rispettivi esperti di comunicazione: “e che diciamo se poi stiamo nello stesso governo e non possiamo attaccare quotidianamente lo stesso bau bau? Non è che poi viene fuori che … non abbiamo niente da dire?”.

Inteso in questo senso, ma solo inteso in questo limitatissimo senso è vero che “oggi la comunicazione è la prima preoccupazione dei politici”.

Con buona pace dei veri ed onesti comunicatori (che certamente esistono ancora ma stanno alla larga dal mondo politico più in voga) e dei tanti scienziati sociali che a questo termine avevano conferito dignità.

Enrico Seta

 

Immagine utilizzata: Pixabay