1.Con l’enciclica Fratelli tutti, papa Francesco ha compiuto un salto di qualità nella comunicazione. Per la prima volta, infatti, il riferimento alla politica non è indiretto, ma esplicito. Il capitolo V si intitola “La migliore politica”, e al paragrafo 171 viene precisato che la politica non deve sottomettersi all’economia, e che questa a sua volta non deve sottomettersi al paradigma efficientista della tecnocrazia. Come ampiamente noto, fino agli anni ’70-80 del secolo scorso era la politica a guidare le danze, e l’economia interveniva in seconda battuta per dare attuazione a quanto politicamente veniva stabilito. Oggi, in tutto il mondo occidentale, avviene il contrario: gruppi di imprese, si pensi a certe finanziarie, all’high tech, al big pharma, hanno un tale potere di ricatto e di condizionamento sulla politica, che l’uomo della strada neppure immagina. Ebbene, il partito Insieme nasce il 4 ottobre 2020 anche sulla base di considerazioni come queste.

Parlare di politica equivale a parlare di potere. Due sono le dimensioni del potere che vanno attentamente distinte. Il potere come influenza, che mira a incidere sui comportamenti individuali attraverso l’educazione e la formazione politica, così da accrescere il senso di responsabilità dei cittadini. È questo il compito specifico delle tante scuole di formazione socio-politica, delle fondazioni culturali, dell’associazionismo di promozione sociale. Il potere come potenza mira invece a modificare le regole del gioco, cioè l’assetto istituzionale. Un tale compito non può che essere svolto dai partiti politici. La ragione è presto detta. In democrazia, l’assetto istituzionale si modifica nei parlamenti e nei governi, entità queste che rappresentano il campo d’azione dei partiti, non certo delle associazioni.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, entro il variegato mondo dell’associazionismo cattolico, si è andata imponendo una posizione a dir poco ingenua, quella secondo cui la responsabilità del cittadino cattolico si esaurirebbe nel piano pre-politico, quello cioè del potere come influenza. Di qui il triste fenomeno della diaspora cattolica con la conseguente adiaforia etica, cioè l’indifferenza di fronte al bene e al male. Conviene rammentare che la diaspora consegue all’accoglimento della tesi di Agostino, per il quale la politica serve a porre un freno al male – a limitare cioè il katechon. Per Tommaso, invece, la politica ha il compito di realizzare il bene comune. Lo spirito di soggezione del nostro mondo cattolico nei confronti di altre matrici culturali in ambito politico è figlio della diaspora.

2.Un partito si regge su tre capisaldi: l’identità; un progetto di trasformazione dell’esistente che abbia il respiro della visione; un metodo (Methodos, in greco, è la via che occorre seguire per conseguire lo scopo). Tutte e tre le componenti vanno tenute insieme se si vuole scongiurare il rischio, per un verso, della faziosità (l’identità che diventa ideologia) e, per l’altro verso, dello sterile pragmatismo (il programma delle cose da fare privo di un orizzonte di senso). Circa il metodo, il principio che guida è questo: su ciò che unisce, si agisce; su ciò che divide, si ricerca. È questo il fondamento della temperanza – cosa ben diversa dal moderatismo conservatore.

L’Italia di oggi ha bisogno urgente di una triplice scossa. Primo, una scossa spirituale per contrastare i corifei delle passioni tristi (Spinoza), di chi ritiene che non ci siano alternative allo status quo e di chi indulge alla “cultura del piagnisteo”. Secondo, una scossa politica che valga ad affermare che la vocazione propria della politica è quella del bene comune e non del bene totale. Terzo, una scossa economica che immetta il nostro paese su un sentiero di prosperità inclusiva in grado di contrastare l’avanzata dei dualismi, territoriali e sociali, e di realizzare l’integralità dello sviluppo umano. Come ognuno può comprendere, rispetto a sfide del genere, l’approccio riformista non è sufficiente, perché le riforme mirano a dare nuova forma ad un sistema che non si vuole cambiare, mentre è proprio questo che invece va cambiato in alcuni suoi “pezzi” basilari.

Ebbene, Insieme è il nuovo partito (non già un partito nuovo) che fa suo l’approccio trasformazionale per rispondere, con mitezza e perciò con determinazione, alla triplice sfida di cui sopra. Quale il suo genoma? Insieme è un partito:

  • di ispirazione cristiana, quindi laico e non laicista, che si riconosce nella matrice culturale giudaico-cristiana. In quanto laico, è aperto a credenti, non credenti, diversamente credenti;
  • di centro ed autonomo rispetto sia alla destra sia alla sinistra, che ricerca il dialogo sincero e il confronto con altre posizioni politiche. E’ cosa nota che il modello di democrazia liberale non può fare a meno di un Centro autonomo. È la re-istituzionalizzazione del Centro politico ciò di cui l’Italia ha oggi necessità;
  • popolare e perciò antipopulista. Un partito popolare non si limita a dare risposte ai tanti portatori di interesse, ma suscita le domande latenti nella società e le anticipa. Respinge la democrazia diretta a favore della democrazia rappresentativa;
  • che fa della temperanza la sua divisa metodologica. Respinge pertanto la negative politics, quella che cerca in consenso denigrando e insultando le altre forze politiche.

3. In coerenza con quanto precede, quali trasformazioni Insieme ritiene che sia oggi più urgente avviare nel nostro Paese? Ne indico cinque:

1.la trasformazione del modello bipolare di ordine sociale fondato su Stato e Mercato, e quindi sulle due categorie del pubblico e del privato, nel modello tripolare Stato, Mercato, Comunità. Solamente tale trasformazione è possibile dare ali al principio di sussidiarietà, secondo quanto contemplato dall’art.118 della Carta Costituzionale, del Codice del Terzo Settore (D. Lgs. 117/2017) e della originale sentenza 131/2020 della Corte Costituzionale. Quella finora accolta non è la piena sussidiarietà, ma semplicemente un suo surrogato. Non solo, ma il passaggio, da tutti invocato, dall’obsoleto modello di Welfare State (Stato del benessere) a quello del Welfare Society (Società del benessere) mai potrà essere realizzato restando entro lo schema Stato-Mercato – a meno di voler rinunciare all’universalismo delle prestazioni, autentica conquista di civiltà. Un welfare delle capacità di vita, in sostituzione dell’attuale welfare delle condizioni di vita, esige la messa al centro della famiglia (e delle reti familiari), vista come soggetto e non come oggetto della benevolenza pubblica;

2.una seconda trasformazione riguarda il comparto dell’economia, divenuta la nuova grammatica della società. L’impianto del nostro assetto economico-istituzionale è ancora prevalentemente di tipo estrattivo. È di istituzioni economiche inclusive ciò di cui l’Italia ha bisogno, se si vuole ridurre significativamente l’area della rendita che, nell’ultimo quarantennio, si è andata espandendo a danno del profitto e del salario. La stanchezza della cultura imprenditoriale (e il declino dei livelli di produttività), oltre che il nanismo del sistema di impresa trovano in questo la loro causa principale. Lo stesso dicasi della condizione di sofferenza delle famiglie, soprattutto di quelle numerose, ingiustamente penalizzate. Se si crede che è il lavoro, nella duplice dimensione acquisitiva ed espressiva, il fattore decisivo di libertà, oltre che di benessere, allora occorre dire che è l’impresa che crea Ma l’impresa nella molteplicità delle su forme: di tipo capitalistico, cooperativa, impresa sociale, società benefit. Insieme respinge sia la prosperità senza inclusione sia l’inclusività senza prosperità, che si attua per via assistenzialistica;

3.una terza trasformazione chiama in causa il sistema scuola-università. Cosa c’è da trasformare? Il fondamento stesso del sistema: scuola e università devono tornare ad essere luoghi di educazione e non solamente di istruzione. Nel Patto Globale per l’Educazione (15 ottobre 2020), papa Francesco indica come all’origine della crisi della scuola vi sia l’abbandono, nel corso dell’ultimo secolo, del concetto aristotelico di conazione – parola che viene dalla crasi tra conoscenza e azione – ed il cui significato è quello di porre la conoscenza al servizio dell’azione e di non consentire che l’azione abbia luogo se non su una base di conoscenza. Le nostre scuole e università veicolano bensì la conoscenza, pure di buon livello, grazie alle riforme dell’istruzione dei passati decenni, ma non aiutano i giovani ad inserirsi “nella realtà totale”. (Di qui il triste fenomeno della fuga dei cervelli). Volere fare la cosa giusta è qualcosa di diverso dal sapere la cosa giusta da fare; e questo è qualcosa di diverso dal fare effettivamente la cosa giusta. E’ responsabilità specifica delle istituzioni scolastiche quelle non solo di vedere il mondo così com’è (istruzione), ma anche di immaginare il mondo come potrebbe essere (educazione);

4.il discorso sull’Europa va ripreso di petto. Insieme, è un partito convintamente europeista e dunque il suo è un europeismo pro-attivo che respinge sia l’opzione sovranista sia l’atteggiamento succube di chi, per complessi di inferiorità o per accidia, accoglie passivamente ogni decisione presa da altri. Insieme si adopererà per rivedere in profondità il contenuto dei Trattati, da quello di Maastricht (1992), a quello di Dublino e altri. Si tratta di riprendere il disegno originario dei padri fondatori del progetto europeo mirante ad una “Unione di diversi”, nella quale moneta unica e mercato unico devono intrecciarsi all’unitarietà delle politiche estera, fiscale, di welfare. Insieme fa proprio il monito di Pericle che, nel celebre “discorso agli Ateniesi”, scrisse che nessuna democrazia potrà mai durare a lungo se la più parte dei suoi membri è formata da idiotés, da soggetti cioè che vedono solo il proprio ego e il proprio interesse;

5.da ultimo, ma certo non per ultimo, Insieme si batterà per vedere affermate le ragioni del progetto neo-umanista, contrastando l’avanzata, a dir poco preoccupante, di quello trans-umanista. In California, dove all’inizio del secolo è stata fondata l’Università della Singolarità, culla del trans-umanesimo, si coltiva la speranza che entro il 2050 si possa arrivare ad un ordine sociale in cui non vi sarà più bisogno dell’essere umano, un ente giudicato ormai antiquato. La nuova frontiera è quella della “coscienza artificiale” che andrebbe ad aggiungersi alla già acquisita intelligenza artificiale. Non v’è chi non veda dove la deriva della “servitù digitale” potrebbe portare. Per questo, Insieme pone al centro della propria strategia per l’ambiente il principio della sostenibilità antropologica – di cui nessuno parla mai –, in aggiunta alla sostenibilità ecologica e a quella socio-economica. È triste osservare che nel dibattito in corso nessuna forza politica ne faccia parola. L’Italia ha donato al mondo l’Umanesimo civile (XV secolo) e poi il Rinascimento. Bisogna adoperarsi – e Insieme lo farà – perché l’Unione Europea affidi al nostro paese il compito di far decollare e di sostenere il progetto del neo-umanesimo.

Per concludere. Avere dimenticato il fatto che non è sostenibile una società di umani in cui si estingue il senso di fraternità e in cui tutto si riduce, per un verso, a migliorare le transazioni basate sullo scambio di equivalenti e, per l’altro verso, ad aumentare i trasferimenti attuati da strutture assistenziali di natura pubblica, ci dà conto del perché, nonostante la qualità delle forze intellettuali in campo, non si sia an cora addivenuti ad una soluzione credibile di quel trade-off. Non è capace di futuro la società in cui si dissolve il principio di fraternità; non c’è felicità in quella società in cui esiste solamente il “dare per avere” oppure il “dare per dovere”. Ecco perché, né la visione liberal-individualista del mondo, in cui tutto (o quasi) è scambio, né la visione statocentrica della società, in cui tutto (o quasi) è doverosità, sono guide sicure per farci uscire dalle secche in cui iperglobalizzazione e 4° rivoluzione industriale stanno mettendo a dura prova la tenuta del nostro modello di civilizzazione. Restituire un’anima alla politica – questa la missione che Insieme ha deciso di assegnarsi. Ci vogliono grandi cause, ancorché talvolta deviate dal loro alveo originale, per mobilitare le persone in gran numero. Non esiste forza politica, degna di questo nome, che non si rifaccia ad un’ispirazione. Senza di essa, un partito si riduce ad una mera aggregazione mercantile. “La tradizione – ha scritto Gustav Malher – è la salvaguardia del fuoco, non la conservazione delle ceneri”. È per questo che l’unità non si oppone alla pluralità delle posizioni, ma alla divisione.

È l’individualismo libertario – questo tarlo nefasto del tessuto sociale – ad alimentare gli atteggiamenti di intolleranza, e a sostenere la pretesa di voler imporre il proprio punto di vista perché ritenuto quello vero e opportuno. Lo sguardo di Insieme è uno sguardo che non giudica e, tanto meno, delegittima l’altro. Insieme fa proprio il modello della con-vivenza di stampo personalista. Il quale postula il rispetto di tre regole basilari. La prima è la pratica del principio di reciprocità (da non confondersi con quello dello scambio). La seconda è il rifiuto dell’uniformismo, secondo cui tutti dovrebbero pensare allo stesso modo.  È questo il grave rischio del pensiero di gruppo (“group think”, nel senso di L. Janis) che limita la creatività. La terza condizione è che la comunanza delle azioni va declinata sui fini da raggiungere e non già sui mezzi.

Sono ben consapevole delle grandi sfide che questo nostro tempo ci lancia e dei limiti di Insieme. Ma so anche che il senso di possibilità dipende non solo dalle opportunità e dalle risorse, ma pure dalla speranza. Ci sono due modi errati di affrontare le difficoltà. L’uno è cedere alla tentazione di rimanere al di sopra della realtà con l’utopia; l’altro è la tendenza a rimanere al di sotto della realtà con la rassegnazione. Dobbiamo scongiurare tentazioni del genere. Piuttosto, dobbiamo coltivare il seme della speranza, la quale poggia sulla certezza che la realtà non è un dato, ma un compito. E’ la speranza che sprona all’azione, all’intraprendenza: chi è capace di sperare è anche colui che è capace di agire per vincere la paralizzante apatia dell’esistente.

“Hanno spine le rose; fango gli argentei rivi”. (W. Shakespeare). E’ proprio così, ma quando le rose poi sbocciano ripagano, con la loro bellezza, le sofferenze patite e gli sforzi profusi. Mai si dimentichi che con i mattoni si costruisce, ma è grazie alle radici che si avanza. E le radici di Insieme sono profonde e robuste.

Stefano Zamagni