“La democrazia esclusivamente formale genera il totalitarismo, cosicché a ragione Hitler poté dire trionfante: “L’ho battuta con la sua stessa follia””. Questa affermazione di Karl Jaspers, psichiatra e filosofo tedesco, risale al 1958, anno in cui , con Hannah Arendt, fu insignito dai librai del suo Paese del Premio per la Pace ed è tratta dal discorso che tenne all’atto del conferimento  del premio.

In un tempo non sospetto, quando, dopo il massacro della Seconda guerra mondiale, rifioriva in Europa la speranza e l’ideale di una vita democratica, gli intellettuali più avvertiti già non mancavano di segnalare un argomento che , per la verità, in forma più o meno stringente, appartiene ad ogni tempo e, infatti, anche a noi si ripropone: come una democrazia possa essere sostanziale e vera piuttosto che meramente rispettosa delle regole dell’ordinamento, ma in effetti priva di un’anima.

Senonché , sostiene ancora Jaspers: “Quando i contrasti tra i partiti trascinano da legami  di solidarietà ad un processo autodistruttivo, lo Stato libero diventa una quinta che domani può essere rovesciata assieme a tutti i suoi politici e i suoi partiti”.

I partiti, dunque, come attori, protagonisti decisivi della vicenda democratica. Voce, così dovrebbe essere, almeno nella tradizione popolare in cui ci riconosciamo, di chi non ha voce. Sì “parte”, ma nella consapevolezza che ogni “parte” è tale solo in riferimento ad un ”intero” e, dunque, destinati a riportare gli interessi particolari che rappresentano entro quella dimensione di “bene comune” che sola può conferire piena legittimità ad ogni  istanza settoriale.

Forze che non nascono a tavolino, ma nel pieno della controversia sociale e culturale. A tavolino, tutt’al più si può mettere in piedi un espediente elettorale. Al contrario, il “combinato disposto” della pandemia e del nuovo governo produce questo effetto: se si passano in rassegna i partiti rappresentati nell’arco parlamentare, si cominci da destra verso sinistra o viceversa, vi sono, pressoché in ognuno, tensioni, domande inevase, divaricazioni o addirittura fratture, che , a prima vista, sembrano le manifestazioni terminali di forze giunte, in qualche caso, addirittura allo stremo della  sopravvivenza.

Eppure il momento che viviamo offre loro una possibilità di riscatto, come se, da qui, al rinnovo del Parlamento, potessero godere di una sorta di momento ”costituente”. Sapranno coglierlo oppure sciuperanno anche questa occasione ?

L’ attività politica presuppone a monte un pensiero, una dottrina, una concezione dell’uomo e della vita, una cultura, un’antropologia di riferimento, poi si estrinseca e si afferma in un’esperienza, testimonia un impegno, risponde ad una scelta di vita, all’ assunzione di una responsabilità morale.

Insomma, la politica è una cosa, la politologia un’altra. Le forze politiche sono una cosa viva. Hanno una storia, sono la loro storia, mostrano le rughe della loro età, recano le tracce delle esperienze vissute.

Se si osserva retrospettivamente la loro vicenda, ad esempio ripercorrendo i decenni della  prima Repubblica, si nota come dal succedersi quotidiano di fatti che si intrecciano quasi inestricabilmente, emergano solo pochi eventi che assumono il carattere di snodi decisivi del loro percorso, come manifestazione ed attestazione della loro  identità.

Ognuno di questi momenti avrebbe potuto cambiare l’orizzonte del loro sviluppo, la loro prospettiva storica e solo chi e fin quando ha saputo mantenere fede all’ ispirazione originaria, alla propria ”mission” ha potuto sopravvivere. Insomma, possiamo ancora avere fiducia nei partiti, ovviamente intesi secondo forme aggiornate e diverse dal classico e tradizionale partito di massa ?

Sono ancora necessari al fine di garantire una partecipazione democratica effettiva, organica, continuativa, coerente, razionale, piuttosto che occasionale, sgranata, solo apparente e di fatto inerte, cui pure sarebbe destinato l’apparato della cosiddetta democrazia diretta?

Vanno abbandonati al loro destino  come relitti di una fase storica ineluttabilmente superata, ricercando altre forme di rappresentanza o addirittura cedendo anche quest’ultima ad un ordine di poteri di tutt’altro segno rispetto all’ordinamento che, per quanto sempre perfettibile, osiamo chiamare ”democratico” ?

Ebbene sì. Per quanto il giudizio abbia un alto tasso di soggettività  e possa apparire un laico atto di fede o, se non altro, una gratuita scommessa, sebbene la loro politica sia stata, in qualche modo, “commissariata”, sebbene pare abbiano dato cattiva prova di sè perfino nella formazione del nuovo governo, vale la pena di credere ancora nei partiti o meglio nella loro funzione.

Purché la sappiano cogliere. Purché avvertano come , pur nel fuoco delle loro legittime controversie, si annidi un essenziale compito da condividere, attorno al quale è necessario fare causa comune e convergere: affermare, cioè, e ribadire il primato della “politica”, rivendicare il ruolo della sovranità popolare nella guida dei processi che attraversano la storia di tutti i giorni, senza cedere alla suggestione di presunta maggiore efficienza, di rigorosa, apparente razionalità di quei poteri “altri”, che, si camuffano dietro  la presunta, smagliante ,incontrovertibile superiorità dell’algoritmo, e  nulla hanno a che vedere con la realtà autenticamente democratica e popolare elle nostre collettività.

Domenico Galbiati