E’ il 29 marzo 2020: il direttore della Protezione civile Angelo Borrelli firma l’ordinanza 658, annunciata dal presidente Conte in una conferenza stampa a cui per l’occasione partecipa il presidente Anci e sindaco di Bari Antonio Decaro.

Con quel provvedimento si ripartiscono tra i Comuni italiani 400 milioni di euro per far fronte all’emergenza alimentare effetto del Covid 19. L’ordinanza è rivolta ai 7.904 Comuni italiani e non prevede alcuna centralizzazione dei pagamenti attraverso Inps o le Regioni o gli Ambiti territoriali, come avviene da diversi anni per tutte le misure di contrasto alla povertà (Sia, Rei, Rdc) al fine di garantire la giusta distanza tra chi paga (Inps), chi istruisce la pratica (i Comuni associati nei Piani sociali di zona) e chi definisce i requisiti di accesso alla misura (ministero del Lavoro).

Un traguardo, quest’ultimo, raggiunto negli anni e risultato molto utile nel fronteggiare la tentazione costante all’assistenzialismo (che incombe specie al Sud ma non solo) e per fare terra bruciata attorno alla criminalità organizzata: quando le regole sono certe, precise e concordanti, le mafie trovano terreno difficile per insinuarsi. E invece dietro front: tutto va in capo ai Comuni, dalla definizione dei criteri fino alla diretta erogazione dei buoni spesa ai beneficiari. Questo ha previsto l’ordinanza con un triste ritorno al passato che non può ritenersi giustificato dal carattere emergenziale del periodo che stiamo vivendo. Il tutto mentre il ministro dell’Interno Lamorgese e il Procuratore nazionale antimafia De Raho, a più riprese, segnalano le facili connessioni tra assistenzialismo, clientelismo e mafie ai tempi del coronavirus.

Le somme ripartite sono ingenti se vengono confrontate a quelle che gli stessi Comuni erogano ordinariamente nell’intero anno solare per contributi per l’integrazione al reddito e per rimborsi dei canoni di locazione ai cittadini indigenti (quest’ultima voce non è contemplata nelle opzioni di utilizzo dei fondi assegnati dalla Protezione Civile e incide ordinariamente per almeno un terzo).

La spesa ordinaria è di circa 534 milioni annui: così riportano i dati Istat 2020, riferiti all’anno 2017, annualità che non beneficiava ancora delle ingenti risorse investite nel Reddito di Cittadinanza e che potrebbe aver portato la spesa sociale comunale per l’indigenza a livelli più bassi. Dalla Protezione civile, invece, arrivano ai Comuni 400 milioni da spendere in 1-2 mesi. Queste somme hanno il merito di tener conto della popolazione residente secondo un marcato principio di eguaglianza: la prima volta a beneficio dei Comuni meridionali.

Notoriamente le città meridionali sono più povere e quindi più parche nell’erogazione di contributi quando la spesa è propria, fattore che determina una spesa sociale pro-capite che oscilla dai 244 euro annui di un cittadino del Nord-Est residente in un Comune capoluogo, ai 45 euro di un Comune non capoluogo del Sud Italia. Insomma, ripartizione equa e proporzionale tra gli Enti locali, ma nessun criterio su come spendere questi denari, se non quello di utilizzarli per buoni spesa o acquisto di derrate alimentari o prodotti di prima necessità. Triste ma dura realtà!

In nome dell’emergenza, la residenza di ogni italiano è diventata il discrimine che parcellizza il Paese in 7.904 condizioni diverse nell’accesso ai benefici, tanti quanti sono i Comuni, facendo un baffo alle storiche disuguaglianze tra Nord e Sud che erano solo due. Sulla stessa lunghezza d’onda le Regioni che hanno stanziato propri fondi a fini similari, dove il margine di libertà (o di arbitrio) è lo stesso: nessun vincolo sui criteri per garantire un eguale trattamento dei cittadini e nessuna misura preventiva dell’assistenzialismo, in cui spesso si annida la cultura del privilegio dove prolificano le mafie, il clientelismo, la rincorsa degenerata al consenso.

Basterebbe, per raddrizzare questa enorme stortura, che da parte dei governi nazionale e delle giunte regionali arrivasse un elenco di criteri per rendere omogenea la condizione di tutti i cittadini dei 7.904 comuni italiani: stessi requisiti d’accesso, stesso importo massimo a cui accedere, stessa pesatura per i carichi familiari e per la presenza dei diversamente abili, stesse esclusioni per chi possiede liquidità in banca, eccetera. Così si eliminerebbero le differenze tra cittadini, visto che appartengono tutti alla stessa nazione.

Gianluca Budano

Consigliere Presidenza Nazionale ACLI con delega alle Politiche della Famiglia e della Salute