Nel maggio del ’94 si insediava il primo governo  della storia italiana, democratica (dopo “il governo più longevo” in assoluto, capeggiato da Benito Mussolini, già socialista), inventato da un imprenditore sceso in campo per bloccare l’avanzata della “macchina da guerra” comunista. Berlusconi aveva appena legittimato il crisma della democraticità a favore dell’M.S.I., sostenendo la candidatura di Fini a sindaco di Roma, ma poté avvalersi dalla forte, encomiabile spinta elettorale di un appassionato Tatarella, “cavallo di razza” definito da G. Letta il “ministro dell’armonia”, considerato a posteriori un “visionario” (detto dalla vedova, Angiola Filipponio, Bari, 4 c.m.).

Seguiranno altri tre esecutivi a firma del “Cavaliere”, segnati da un significativo moderatismo e scarsissimo riformismo, com’è d’uopo nella tradizione secolare della politica italiana – caratterizzati, piuttosto, da una decisa presa di posizione anti-giudiziaria per ovvie e palesi ragioni personali/aziendali di resistenza ad un centinaio, circa, di procedimenti penali a vario titolo.  Nella stagione elettorale del 2000 un gruppo di persone di diversa estrazione – dicasi intellettuali impegnati nelle Istituzioni (P. Napolitano, R. Alesse, S. Sfrecola ed il sottoscritto), ovvero nella magistratura, come Alfredo Mantovano, sotto la guida politica e virtuale di G. Fini, presidente di A. N., si ritrovò concorde nel dar vita ad un progetto di rinnovamento della cultura politica e di alcune colonne portanti dello Stato-centrale; sotto la direzione di Gustavo Selva veniva redatta la rivista periodica “Nuova amministrazione”, i cui due numeri sarebbero stati distribuiti in tutti gli uffici di Gabinetto e Legislativi ministeriali e parlamentari, sui seguenti temi: a) riforma della P. A., b)  della dirigenza pubblica, c)  delle autorità indipendenti, d) approfondimenti vari sulla comunicazione istituzionale, la trasparenza, ecc.

E’ molto semplicistico, nonché scontato affermare e dimostrare che il governo più longevo della nostra democrazia, appena celebratosi tra panzerotti e selfie, non solo non ha approvato, ma neanche sfiorato una di queste tematiche di alto rilievo e largo interesse ai fini della modernizzazione del sistema e della migliore qualità dell’attività statale verso il cittadino e le imprese. Peraltro, va precisato che detti filoni, politologicamente, non sono mai stati al centro dell’attenzione massmediologica, né tantomeno all’interno del programma di Governo Meloni.

Ecco, allora, che sentivo il dovere – diciamo anche il richiamo della “giungla” – di dare ancora il mio contributo di Tecnico legislativo (vietato dalle leggi in vigore per noi, dirigenti in quiescenza, ma ammesso per tutte le altre categorie dai magistrati ai professori universitari, dagli ufficiali ai prefettizi e diplomatici!), elaborando una proposta di emendamento in sede di presentazione della legge finanziaria 2024, vertente sulla riforma della dirigenza pubblica, cui sono particolarmente affezionato e di cui sono esperto, oltre che da ex docente nelle Scuole superiori della P. A., quale fondatore del sindacato di categoria presso la Presidenza del Consiglio (1987). Si trattava di un’idea che avevamo già condiviso con il “gruppo” coordinato da Mantovano e proprio al medesimo avrei fatto pervenire, nella veste di Sottosegretario a palazzo Chigi, avendo collaborato in piena sintonia dal 2000 al 2003. Nessuna risposta: non c’è più bisogno alcuno di fare ordine nel “ginepraio delle nomine di I fascia”, dei cosiddetti “yes man”, pronti a mettersi proni ai diktat del potente di turno.

In assenza di altre, più importanti riforme come quella dell’ordinamento giudiziario, dobbiamo accontentarci delle novelle promesse per la prossima legislatura? Quanto meno c’è da augurarsi che il risultato negativo del referendum sulla riforma costituzionale del C.S.M. e conseguente depotenziamento dei poteri del Presidente della Repubblica, abbia fatto capire che nel sistema democratico è fondamentale il confronto, il rispetto delle opinioni di chi non la pensa come chi conta, numericamente, di più. Basterebbe ispirarsi al modus operandi del compianto Pinuccio Tatarella, mentre non è sufficiente celebrarlo in occasione dei festeggiamenti nella città di Bari, tant’è che il deputato con cui più spesso parlava e concludeva democraticamente gli scambi dialettici era … un certo Sergio Mattarella.

Alla luce di tutto ciò, che dire? Auspichiamo una presa di distanza, netta ed inequivocabile, dall’ascesa dell’estrema destra in Germania, che significhi anche saper mettere all’angoletto il neo fascista Vannacci; mentre sarà inevitabile riscontrare una finanziaria tutta “lacrime e sangue” che continuerà ad impoverire i cittadini a reddito fisso, alla faccia degli impegni della “destra sociale”, tanto cari ad Alemanno.

Michele Marino

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