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Dalle piazze al coprifuoco: quando la protesta fa paura al potere – di Edoardo Matteo Infante

Il 17 ottobre erano tra 550 mila e 800 mila i francesi a manifestare in numerose città della Francia. Agli studenti, che da settimane ormai portano avanti una lotta contro le condizioni pietose del sistema educativo nazionale, si sono aggiunti sindacati, agricoltori e simpatizzanti dei gilet jaunes. Si è trattato della prima vera mobilitazione contro il caro vita dopo gli accenni fatti dai dipendenti del settore pubblico durante le mobilitazioni di settembre, scaturite, va ricordato, dalle iniziative dei rappresentanti delle forze dell’ordine.

Nei giorni precedenti, anche grazie ai giovanissimi che, con la loro conoscenza ed eloquenza, hanno catturato l’affetto e il sostegno dei francesi, circa il 70% della popolazione si dichiarava favorevole alle mobilitazioni, secondo un sondaggio di Elabe pubblicato da BFMTV (emittente francese di centrodestra, poco incline a schierarsi dalla parte dei manifestanti).

Un incendio che ha fatto scalpore
Poi, le immagini che mostrano le fiamme inghiottire il municipio di Limoges e le vetrine che si frantumano nelle principali vie commerciali francesi.

Nel caos generale, riparte a gran voce l’attacco del governo contro Jean-Luc Mélenchon, il leader di uno dei principali partiti di opposizione. Sono ormai settimane che il governo accusa LFI di aver organizzato e fatto degenerare le proteste che, dai primi di settembre, scuotono la Francia. E sembra esserci un progetto politico dietro tutto questo: il giornale indipendente Mediapart ha pubblicato un’inchiesta che dimostrerebbe come il governo abbia preso di mira il partito di sinistra.

I giornalisti della testata francese avrebbero ricevuto documenti datati 18 ottobre dai quali emergerebbe che un funzionario dell’intelligence territoriale si lamentava del fatto che agli ufficiali fosse stato chiesto di scrivere che dietro le mobilitazioni ci fosse lo zampino di Mélenchon. Un’affermazione che gli stessi servizi di intelligence ritenevano del tutto falsa, sulla base delle loro indagini. Nel suo intervento la sera successiva alle manifestazioni, il Presidente Emmanuel Macron aveva indicato i manifestanti, soprattutto quelli coinvolti in atti di violenza, come un gruppo di estrema sinistra.

Il Procuratore di Parigi, Laure Beccuau, ha dichiarato il 19 ottobre di non poter confermare che i responsabili delle violenze fossero politicamente vicini alla sinistra radicale. Ha inoltre indicato che la maggior parte delle persone fermate e poste in custodia di polizia non erano nota alle autorità e non avevano avanzato rivendicazioni politiche.
Intanto, non mancano le polemiche su come siano state gestite le proteste del 17 ottobre: dalle cariche della polizia quando la manifestazione non era nemmeno iniziata; al numero insufficiente di agenti dispiegati sul territorio; dal fatto che fosse stato consentito di parcheggiare veicoli nelle strade in cui sarebbero passati i cortei; fino all’abbandono, da parte della polizia, delle principali vie commerciali di diverse città francesi una volta conclusasi la manifestazione pacifica.

Di tutta l’erba un fascio
Lo stesso giorno, anche l’Italia, sebbene con numeri ben più contenuti, ha visto le piazze riempirsi di giovani e lavoratori e le strade bloccarsi a causa degli agricoltori, che protestavano da settimane senza che i giornali ne parlassero. E gli stessi episodi di violenza che hanno trovato spazio all’interno della più grande mobilitazione pacifica si sono ripetuti anche in Italia, in particolare a Milano. La risposta dei due governi, sebbene di colori diversi (almeno per gli ultimi daltonici rimasti), è stata curiosamente la stessa. Coprifuoco in Francia, militari spediti a Milano e due interventi dei rispettivi principali leader che sembrano essersi passati la parola sottobanco.

Non è sfuggita agli esperti di comunicazione la distinzione evocata da Macron, riecheggiata da Meloni e ripresa dai diversi macronisti e repubblicani francesi, apparsi in tutte le trasmissioni televisive di questa settimana: quella della nazionalità dei manifestanti. Durante un dibattito su France 24, la domanda è stata posta senza battere ciglio: ma i manifestanti erano veri francesi? E allo stesso modo, senza battere ciglio, ormai si parla soltanto dei singoli episodi di vandalismo, sporadici ma decisamente eclatanti e spaventosi, anziché delle cause che li hanno provocati.

Il presente
Non è un caso che queste ondate di protesta in tutta Europa vedano come avanguardia i più giovani delle nostre società. Perché il futuro, si sa, è roba loro. Ma quale futuro li attende e come vivono il presente? L’Italia ha registrato un forte e costante aumento delle disuguaglianze dall’inizio degli anni Novanta, collocandosi nettamente al di sopra delle medie OCSE e UE per quanto riguarda le disuguaglianze di reddito e di ricchezza. I salari reali sono fermi da trent’anni. Nel 2025 erano ancora 7,5% sotto il livello del 2021. Nel 2005 il 3% dei giovani fra i 18 e 34 anni viveva nella povertà assoluta. Oggi abbiamo superato il 12%. Secondo Bankitalia, nell’1980 l’affitto assorbiva l’8,7% del reddito delle famiglie. Nel 2020, siamo arrivati a oltre il 20%.

Sempre negli anni Ottanta, gli under 35 detenevano l’11% del patrimonio immobiliare nazionale. Oggi ne detengono un misero 3%. Gli over 65, invece, sono passati dal 18% al 40%. Ma la disuguaglianza non è solo un problema fra generazioni: tra il 2010 e il 2025 la ricchezza nazionale è cresciuta di oltre 2,000 miliardi. Il 91% è però andato al 5% più ricco, lasciando un miserrimo 2,7% alla metà più povera.

Tra il 2023 e il 2025, oltre 313 miliardi di interessi lordi dalla BCE sono andati alle banche europee. Le banche italiane hanno realizzato quasi 135 miliardi di profitti. Il risultato è che dal 2011 al 2024, 630 mila giovani sono emigrati all’estero.

Alla crisi economica si aggiunge quella esistenziale. Secondo l’OCSE, i quindicenni con disturbi fisici o psicologici ricorrenti sono passati dal 37% del 2014 al 52% del 2022. In Italia il 66%, tra i dati più alti dei paesi avanzati. Il nesso appare evidente.

Intanto, ci si interroga sull’utilità dei propri studi di fronte ai licenziamenti di massa di cui si legge sui giornali, attribuiti all’avanzata delle tecnologie di intelligenza artificiale. Solo qualche mese fa, la catastrofe climatica — e chiamiamola con il suo nome — ha causato migliaia di morti a causa delle ondate di calore, che hanno inoltre innescato incendi in metà del continente. Continua indisturbato, anzi, sostenuto, il genocidio di un popolo, quello palestinese, trasmesso in diretta ogni giorno direttamente sui loro telefoni mentre rischiano di divampare le fiamme di un’altra serie di conflitti che un numero sempre maggiore di analisti definisce parte di una possibile terza guerra mondiale.

Il futuro
I giovani, inevitabilmente si interrogano. Ma dagli «adulti» e dalla intera classe dirigente europea ricevono un segnale chiaro: non crediamo nel futuro. Lo dimostra la corsa alla militarizzazione, mentre troppi cittadini non sanno più come sfamare le proprie famiglie o pagare l’affitto. Mentre troppi subiscono la violenza di un’élite che ormai agisce come se la fine fosse imminente.
Si partecipa alla gara di chi condanna di più la violenza e si dice alla ricerca della comprensione dei giovani: si finisce per non fare né l’una né l’altra cosa.

Edoardo Matteo Infante

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