La cosa che mi ha preoccupato di più nel corso di questi mesi di dibattito sul cosiddetto ddl Zan è l’intolleranza nei confronti di chi sostiene un punto di vista diverso da quello che si ritiene essere il pensiero della maggioranza dei “ benpensanti”.

Dobbiamo partire col ricordare, ammettere e stabilire che ognuno è libero di esprimere le proprie opinioni. Sembra una affermazione ovvia, ma evidentemente non è così. In prima fila nel diffondere intolleranza i paladini della tolleranza, a diffondere il disprezzo per le idee altrui chi dice di voler spegnere l’odio a colpi di codice penale. Con loro molti organi di informazione. Cito ad esempio un giornale che vuole passare per essere il campione di un pensiero laico non ideologico come il principale quotidiano torinese. Ospitando qualche opinione problematica e critica di un certo livello (ricordo quelle di alcune storiche femministe e di due presidenti emeriti della Corte Costituzionale) le sommerge regolarmente di anatemi e derisioni da parte di un assai numeroso coro di voci, per lo più dello show business.

Ha ragione Stefano Fassina che ricorda le sciocchezze dette e scritte dopo lo stop al Senato: “Non hanno voltato le spalle al PD, ma all’Italia migliore”… “Chiunque osservi dall’estero ci vede come noi guardiamo a Polonia e Ungheria”.

Tutto questo per una legge che, a mio avviso, non è principalmente una legge per affermare dei diritti, ma una legge repressiva: vuole innanzitutto essere un deterrente (come ha ammesso lo stesso Zan e ha anche detto candidamente pochi giorni fa in tv Riccardo Barenghi). Una legge repressiva che reprime non solo i comportamenti ma anche le opinioni.

Come ho già detto e sottolineo, questo tipo di leggi (non solo il ddl Zan) vanno criticate per la loro natura, perché discriminano fra cittadini e violano il principio dell’uguaglianza di fronte alla legge, perché mettono in pericolo la libertà di critica che deve poter essere anche chiara ed esplicita ed essere fatta in assoluta sicurezza. E infine affermano un principio con il quale non sono assolutamente d’accordo: quello dell’aggravamento delle pene per contenere i reati, teoria, ricordo, simile a quella dei sostenitori della pena di morte (il massimo dell’aggravamento).

Ma il dibattito sul ddl Zan ha messo in evidenza altri e più profondi problemi. In un articolo su “La Stampa”, Maria Corbi, scandalizzata per lo stop al Senato, indica come modello virtuoso, e rappresentante dell’opinione soprattutto giovanile, un gruppo rocchettaro di successo che fa dell’ambiguità di genere il suo core business. Per la Corbi, il verso di una loro canzone “«Siamo fuori di testa ma diversi da loro» è il “ reale” e l’ideale della nostra società.

La Corbi, con superficiale baldanza, trascura l’apprensione delle famiglie per figli adolescenti e giovani che temono veder andare “fuori di testa” per alcool e droga nelle movide notturne. E un giornale che dovrebbe essere la voce dell’Italia produttiva, lavoratrice, impegnata nello studio e nella società, finisce per fare ambiguamente propaganda a uno stile di vita inconciliabile con essa. Sceglie la Corbi la società dei “Rave party”? E con lei il giornale che poi ne scrive preoccupato pochi giorni dopo quando fa la cronaca dell’ultimo, svoltosi a Torino con 6000 partecipanti, diversi dei quali soccorsi per eccessi nell’uso di sostanze e bevute? Oppure c’è alla base una sorta di darwinismo sociale che pensa “sono sempre gli stracci ad andare per aria” , quindi i più deboli , in una naturale e necessaria selezione?

La legge Zan è la punta di un iceberg, e il modo con cui i suoi sostenitori hanno affrontato la questione, una questione sulla natura stessa dell’umano, mi dà la sensazione di una superficialità ispirata da maitres à penser che suonano un vecchio rock, anche di successo, ma che, come cantava Bennato, alla fine ”sono solo canzonette”.

So che qualcuno mi riterrà “passatista” (accusa che era rivolta per altro dai fascisti ai democratici) perché pongo domande sul delirio di onnipotenza dell’uomo contemporaneo e di senso, ma penso lo siano gli altri quando ci conducono nell’oscurità di teorie che negano le neuroscienze e la biologia, che ci dice che il pianeta può sopravvivere se c’è il rispetto per l’ambiente, ed è popolato se dei “reazionari” fanno ancora dei figli.

Non sono quindi d’accordo con chi sostiene che l’errore del PD è stato quello di non accettare modifiche. L’errore non è stato di tattica, ma di contenuti: impuntarsi su una legge inutile (il codice penale è già troppo ricco di aggravamenti di pena) e sbagliata sotto molti punti di vista.

L’educazione a valori di tolleranza e compassione verso tutti (non solo verso categorie di volta in volta “di moda”) , alla sacralità della vita di ogni persona, contro ogni violenza anche verbale, è secondo me l’unica ricetta valida per una società migliore. Viviamo in un mondo in cui la manipolazione della natura e della vita umana crescono in relazione con l’aumento delle capacità tecniche. Se entro certi limiti la tecnica aiuta, oltre è distruttiva: vale per la natura come per gli umani. Forzare questi limiti, nel campo dell’uomo ad esempio, ci poterà a una società in cui si sottrae la procreazione a un atto d’amore e si privano i nati artificiosamente di un padre o di una madre.

Mi pare che la natura profonda di leggi come il ddl Zan negando ogni differenza di genere (basta leggere il primo articolo) vada in questa direzione.

Paolo Girola

 

Pubblicato su Rinascita popolare dell’Associazione I Popolari del Piemonte ( CLICCA QUI )