All’origine del grande piano per il clima che Joe Biden ha fatto approvare, non senza difficoltà, dal Congresso degli Stati Uniti c’è – e non si rivela nessun segreto ad affermarlo – uno scontro economico e politico tra Stati Uniti e Cina. Uno scontro che da cinque anni non cessa di crescere di intensità. E che verte su un tema a proposito del quale Washinton dichiara essere deciso a restituire agli Stati Uniti la propria indipendenza in tema di industrie “verdi”.

E se lo scontro è tra due potenze ormai giunte a contendersi l’egemonia mondiale, e che si affacciano sul Pacifico, resta però un fatto che nel loro scontro rischia – a dispetto della “scienza” geopolitica oggi così di moda – di essere pesantemente coinvolta anche l’Europa e, di subirne conseguenze di grande momento.

A Bruxelles. questo piano americano, chiamato Inflation Reduction Act (IRA) è stato di recente (il 9 e 10 febbraio 2023) l’oggetto di un apposito vertice dei capi di Stato e di governo; vertice poco concludente, però, anche perché preceduto da una visita a Washington dei ministri dell’Economia dell’Asse franco-tedesco, Bruno Le Maire e Robert Habeck, partiti – ancora prima che l’Unione europea prendesse in considerazione il problema – alla ricerca di accordi finalizzati esclusivamente alla preservazione dei propri interessi nazionali.

I mezzi dispiegati dall’America sono, in questa occasione, particolarmente rilevanti. Con una “cassa” di 430 miliardi di dollari, l’IRA prevede di distribuire sovvenzioni alle industrie “verdi”, quali i produttori di pannelli solari e di batterie per auto elettriche, a condizione che le aziende fabbrichino questi prodotti sul suolo degli Stati Uniti.

L’obiettivo di questa iniziativa è estremamente evidente in termini generali, evitare il declino dell’egemonia economica, industriale e tecnologica degli Stati Uniti, che fatalmente comporterebbe anche il declino della egemonia culturale di tutto quello che Putin (trascurando, per necessità di polemica, il fatto che la civiltà russa ne fa anch’essa parte) ha recentemente battezzato “l’Occidente globale”.  Declino che andrebbe verosimilmente a vantaggio di una potenza, la Cina, che si presenta al mondo esterno con un biglietto da visita piuttosto occidentalizzante – il “socialismo con caratteristiche cinesi” – ma le cui culture tradizionali, quella confuciana, quella taoista e quella buddista rimangono per noi pressocché indecifrabili. Specie se ci si chiede come esse potrebbero, nel futuro immediato, tradursi in termini di regimi politici e sociali compatibili con la modernità tecnica.

Anche per questo, l’ascesa tecnologica della Cina “verrà rallentata a tutti i costi” come ha esplicitamente scritto, sulla rivista conservatrice Foreign Policy, Jon Bateman, membro del think tank americano Carnegie Endowment for International Peace.

Una legge: due obiettivi

Ci sono poi – nell’IRA – due finalità specifiche. In primo luogo, c’è un obiettivo di politica industriale; un obiettivo di miglioramento, della qualità e della sofisticazione dei prodotti americani. Un obiettivo però, da ottenersi attraverso un’azione sistematica di reshoring degli investimenti Usa nei paesi a basso costo del lavoro, e di import substitution per i beni prodotti negli altri paesi avanzati, come l’Europa o il Giappone, ed attualmente importati.

In altre parole, si tratta di escludere i fornitori stranieri dalle catene di produzione in un gran numero di comparti di importanza strategica, che sono poi anche quelli cruciali nella produzione di energia pulita. un obiettivo che solo il ricordo degli eventi con cui questo tipo di politiche furono correlate negli anni ’30 sconsiglia di chiamare “autarchico”. Ed il cui fine politico è quello di interrompere l’attuale declino americano in termini di potere mondiale [1].

A ciò si associa una seconda finalità; quella della creazione di milioni di posti di lavoro, al fine della re-industrializzazione degli Stati Uniti, che hanno subito in questi ultimi trent’anni, cioè per una intera generazione, un gravissimo declino anche quantitativo in campo manifatturiero. E qui il fine politico è quello di porre termine alle conseguenze negative interne, sociali e politiche, di cui – dapprima con la crisi dei subprimes poi a partire del 2016, con l’avvento di Trump alla Casa Bianca [2]– la società americana ha appena incominciato a pagare il prezzo.

Il piano di Biden per correggerli – quello fondato sull’IRA, appunto – rischia però di avere gli stessi effetti inflattivi e destabilizzatori sul ruolo internazionale del dollaro che fecero seguito all’aumento della spesa e degli investimenti sociali voluti della – non a caso, breve – presidenza Carter.

Danni collaterali in Europa

Negli Stati Uniti, la questione dei danni collaterali che dal perseguimento di questi obiettivi possono derivare per gli “alleati” dell’America non è stata immediatamente posta, anche perché i suoi vicini più prossimi – il Canada e soprattutto il Messico – avevano in parte beneficiato dell’accordo NAFTA, in comparti in cui l’attuale necessità del reshoring non si pone in maniera acuta o immediata. Più grave è invece che non siano state prese in considerazione le ricadute sui paesi europei, ed il fatto che l’Europa sia destinata subire un non piccolo danno collaterale in questa vicenda.

Già nel 2018, in era Trump, questo ha assunto la forma di tasse doganali punitive. Con una linea che è rimasta in vigore anche dopo l’avvento dell’Amministrazione Biden. La quale – ancora prima che venisse approvata l’IRA – ha cominciato ad imporre restrizioni alla esportazione di alcuni componenti elettronici verso la Cina in nome dell’interesse nazionale. Ed ha dato contemporaneamente vita ad un “Chips Act” che stanzia quasi 53 miliardi di dollari per rilanciare la produzione di semi-conduttori avanzati e miniaturizzati negli Stati Uniti.

Negli ultimi tre anni, inoltre, come conseguenze della pandemia e di un lungo anno di guerra guerreggiata in Ucraina, enormemente accresciuta è risultata l’importanza dell’efficacia dei sistemi produttivi, cioè della loro capacità di mettere a disposizione, a qualsiasi costo, nei tempi più rapidi possibili e nelle quantità più grandi possibili, forniture militari e mediche. Il che è andato a scapito del criterio della efficienza– cioè del rapporto tra costo e risultato ottenuto. Criterio, quest’ultimo che è essenziale tenere presente a fini della concorrenza, ma che viene peraltro strutturalmente sacrificato dalle preoccupazioni di tipo autarchico [3].

Tutto ciò ha profondamente sfidato le regole della distensione post-1989, nonché le regole dell’integrazione e della globalizzazione economica. Sicché più che giustificati appaiono i timori e le preoccupazioni dei singoli paesi europei di una forte perdita di concorrenzialità, come conseguenza dell’IRA, da parte dei loro sistemi manifatturieri. Preoccupazioni tanto più forti in quanto l’aumento della produzione e la reindustrializzazione, anche nel campo delle armi, sono diventate delle priorità universali.

Le autorità di Bruxelles, ovviamente, non hanno mancato di porsi in problema di come reagire di fronte a questa sorta di non dichiarata guerra economica- E lo hanno fatto immaginando una risposta anche ideologicamente contrapposta, perché fondata soprattutto su principi liberoscambisti, e su un forte grado di autonomia nelle politiche industriali dei paesi membri. Il che porta a prevedere una ulteriore corsa ai sussidi da parte non solo degli Stati Uniti e della Cina, ma anche da parte di quei paesi europei i cui Stati hanno – ciascuno pro domo sua – i mezzi per permetterselo.

Non a caso l’economista James Galbraith ha notato a questo proposito che “c’è un elemento da tenere a mente; ed è che tanto gli interessi, quanto il potenziale di intervento, non sono gli stessi nei diversi paesi della UE.” E che, se “la Commissione pensa di creare un fondo per sostenere finanziariamente i vari paesi membri in quello che essi faranno per compensare gli effetti dell’IRA” deve tenere conto del fatto che ciò farebbe aumentare le differenze tra di essi” e che “bisogna inventare una formula diversa”[4].

Si spiega così che Pascal Lamy, l’ex direttore generale della OMC (l’Organizzazione mondiale del commercio), abbia potuto affermare che l’IRA è “più antieuropea che anticinese”. E che i suoi effetti rischiano di essere simili a quelli della guerra in Ucraina, con la quale “Putin ha gettato l’Europa nelle braccia ‘americane’della NATO, mentre gli Americani hanno gettato Putin in quelle dei Cinesi”. [5]

Giuseppe Sacco   

 

[1]Giuseppe Sacco, Industria e Potere Mondiale, Milano, Franco Angeli, 2008

[2]Giuseppe Sacco, http://www.beyondgeopolitics.com/president-of-a-lost-generation/

[3]Giuseppe Sacco, Critica del Nuovo Secolo, Roma, Luiss University Press, 2008

[4]  James K. Galbraith, corrispondenza con l’autore

[5]  Pascal Lamy, https://www.latribune.fr/economie/international/poutine-a-jete-l-europe-dans-les-bras-americains-de-l-otan-et-les-americains-ont-jete-poutine-dans-ceux-des-chinois-pascal-lamy-926315.html