In margine alla querelle sui Promessi Sposi:  fine o paralisi della storia insegnata?

Il confronto che si è aperto sulle Indicazioni programmatiche ministeriali attorno ai curricoli della scuola secondaria dovrebbe portare alla luce, a mio avviso, oltre al problema dell’ insegnamento della letteratura, anche un altro e  sinora ignorato problema, quello delle modalità, sempre più inadeguate, della storia insegnata.

Non corrono davvero bei tempi per la storia insegnata, se anche il nostro grande romanzo storico I Promessi Sposi,  secondo le nuove indicazioni programmatiche ministeriali dovrebbe, o potrebbe, uscire dal canone ufficiale dei testi della scuola italiana, almeno come lettura integrale. Vale a dire, il testo letterario  che consentiva agli studenti di leggere, attraverso le vicende ambientate nel XVII secolo da un grande “narratore” che era anche uno “storico”, una profondissima riflessione sui problemi delle grandi istituzioni che reggono la vita pubblica, la religione, l’educazione, la legislazione, l’ etica delle relazioni sociali, nonché le patologie del potere politico e della giustizia, potrebbe esser sostituito da altri testi più consoni all’attualità e più gradevoli perché meno impegnativi e complessi. Ma i  Promessi Sposi non sono Le Confessioni di un Italiano, pur col rispetto che dobbiamo all’ affascinante opera di Nievo.  I Promessi Sposi – come la Commedia dantesca, non a caso i due pilastri indiscussi – e ora rimessi in discussione-  della cultura letteraria e civile  italiana- non sono opere espressione del tempo in cui sono state prodotte, sono opere che resistono al tempo che cancella, opere che “vincono” il silenzio dei secoli e ci restituiscono il patrimonio culturale che è custodito dal tempo inteso come continuità e durata. Un po’ come lo sono, certo più in grande,  l’ Iliade, l’ Odissea o anche, a suo modo, la Bibbia, il grande libro ancora assente dalla scuola e dalla cultura italiana.

Rimuovere i Promessi Sposi  dal canone o marginalizzarli sarebbe un grave colpo però  anche al senso della storia insegnata. Non a caso anche un gruppo di storici- non di studiosi di letteratura-  tra cui Alessandro Barbero ha già fatto osservazioni critiche al Ministro in difesa del mantenimento del romanzo entro il canone.

Ed un  grande problema- non solo italiano- è oggi quello della storia insegnata. Di una fine della storia nel 1992 aveva parlato Francis Fukujama, nel noto testo La fine della storia e l’ ultimo uomo,  ( usando il termine “storia” nel  senso di insieme di eventi, non di analisi o esposizione di essi),  annunciando la vittoria finale del capitalismo e della democrazia liberale e quindi l’ avvento di una tranquillizzante omologazione umana entro un grande ordine mondiale, magicamente privo  delle imprevedibilità e contraddizioni della storia umana. Ma addirittura di una paralisi o di un congelamento della storia narrata e divulgata se non  proprio di una rimozione del pensiero storico dobbiamo invece parlare oggi noi in Italia.

Va detto con chiarezza, c’è una situazione, ormai al limite del credibile,  che riguarda la vicenda dell’insegnamento e della divulgazione storica,  nel nostro Paese. Dopo una fase, all’inizio del nuovo millennio, di attacchi strumentali e di polemiche politiche sui presunti e reali “ abusi” dei manuali, dovremmo parlare per il ventennio successivo di una sorta di progressivo  “congelamento” dei contenuti veicolati dalla manualistica scolastica, ed anche dai media, persino dagli “storici” della TV ( in realtà in prevalenza non “storici”, ma giornalisti e comunicatori di formazione, di fatto “giornalisti del passato” come propriamente uno di loro si è autodefinito) persone sensibili all’attualità, ma lontane professionalmente  dalle riflessioni e dalle problematiche care a chi fa ricerca storiografica.

E’ come se il pensiero storico diffuso  fosse inavvertitamente evaporato, rimpiazzato da un “fantasma” sostitutivo, una specie di “cavaliere inesistente”,  che lancia dai media, dai podcast e dai social  “narrazioni storiche” accattivanti, dedicate ai personaggi-simbolo, alle “giornate particolari” o ai “ giorni che hanno sconvolto il mondo”,  surrogati  spettacolari, che impennano l’audience alimentando però una fruizione passiva di immagini e idee decontestualizzate e  soddisfacendo una curiosità da tabloid sul passato, ma che in nulla servono a comprendere le novità del  presente.

La storia così è ridotta a spettacolo o a  vana curiositas non  è più il dialogo, serio e impegnativo, del presente col passato, stupendamente descritto da Niccolò Machiavelli nella sua lettera a Francesco Vettori del 1513:

“ Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro”.

Noi, a differenza del segretario fiorentino, viviamo ormai entro una realtà tanto densa  di eventi, tanto freneticamente presente a se stessa da lasciare pochissimo spazio al passato e soprattutto a questa impegnativa e solenne concentrazione mentale e affettiva  che accompagna l’ interrogare seriamente il passato. Al massimo, come ripetono i “politici” quando cercano di vestire i “panni dello storico” ( senza sapere ovviamente che essi possono essere solo i “panni curiali e regali”)  il passato è un catalogo di errori da evitare, e la memoria del passato serve, banalmente, per evitare gli errori e le aberrazioni, per evitare che il passato si ripeta ! Come se servisse sempre, o come se bastasse, la memoria del passato per evitare gli “errori”.

L’ homo sapiens sta divenendo  homo videns cioè  essere umano che registra passivamente immagini e dati, utilizzando la massa informativa e immaginifica fruibile da ciascuno anche via smartphone  in “tempo reale” ( cioè nell’attimo che, non avendo durata, sarebbe definibile più correttamente “tempo irreale” o “inconsistente” in quanto privo di durata), una massa informativa immensa perché enormemente dilatata nello spazio, ma priva della profondità e del senso che si afferrano nel tempo come durata, e quindi non potenziale oggetto di comprensione intellettiva.  L’informazione così  si sostituisce e si sovrappone alla storia assumendosi il compito svolto sinora dalla cultura storica, quello di costruire un orizzonte di senso collettivo. L’informazione prodotta dal potere dei signori del web o di quello di nuovi censori del web, al posto del senso storiografico costruito dalla ragione critica prodotta dai “senza potere”.

Si sta determinando così una inedita realtà antropologica nel  contesto socio-culturale della globalizzazione selvaggia ed oggi anche bellicista. Abbiamo distrutto il presente, cioè abbiamo distrutto il tempo/durata per vivere e anticipare già nell’attimo fuggente il futuro , come avviene nel “tempo finanziario” perfettamente  descritto da Toni Servillo nel film La Confessione di Roberto Andò. Il fatto è che se perdiamo il rapporto col tempo come durata e quindi come continuità , che senso ha ancora “dialogare” con gli uomini che non ci sono più, come faceva Machiavelli nel suo esilio di San Casciano ? Che senso ha dialogare coi fantasmi della nostra immaginazione?  E se non dialoghiamo più con chi è altro, lontano, differente da noi come facciamo a cercare da noi strade nuove per noi e per la nostra collettività?

Il pensiero storico, come a Machiavelli piace ribadire, è infatti sempre un  pensiero divergente non un pensiero convergente, indotto dall’ambiente in cui già viviamo. Ed il pensiero divergente- che solo nel dialogo con chi è diverso può nascere-  è oggi più che mai precondizione, contemporaneamente, per una educazione dei giovani aperta al futuro, umanizzante, libera,  de-ideologizzata e aperta al dialogo e per la formazione di una opinione pubblica sufficientemente autonoma e “resistente” per giudicare i propri rappresentanti politici e per selezionarli in modo adeguato alle sfide del presente. Due condizioni oggi da noi decisamente carenti.  Né il pensiero storico né la volontà di comprendere presente e passato  sembrano più dare segni di esistenza. Del resto perché efficienza,efficacia, funzionalità, resilienza, potenza, competitività dovrebbero averne bisogno? Nell’era delle T.I.C. ( Tecnologie di Comunicazione e Informazione) e della Intelligenza Artificiale la frattura con il passato pare ormai così profonda da produrre il dogma assoluto la idea di una auto-intellegibilità del presente, un dogma distruttivo delle basi di ogni cultura storica, a partire dalle aule scolastiche.

A cosa serve quindi  oggi la storia? Diciamolo chiaramente, nella convinzione diffusa anche nella scuola, non a molto. La “storia” come analisi del passato finisce per essere  un diversivo intelligente, un intelligente ma innocuo  passatempo,  e , nei casi più nobili, un vero e proprio ricorrente “culto della memoria” degli eventi civili fondativi delle nostre comunità, la Resistenza la memoria dell’ Olocausto e poco altro. Il presente,  con le sue “urgenze” radicalmente nuove, sembra avere bisogno di ben altri strumenti di lettura, la sociologia, l’informatica, l’economia, le scienze del management, la psicanalisi e via dicendo. La storia pare inutile, ma, caso strano,  il pensiero storico non sembra  altrettanto facile da eliminare.

Gotterdammerung,  la rovinosa caduta dei moderni miti storici

Il pensiero umano tende infatti spontaneamente alla storia. Perché esso tende alla ricerca di una attribuzione di senso, che la globalizzazione, con la diffusione universale e decontestualizzata  di prodotti, idee, comportamenti sembra distruggere in continuazione, spingendo a valorizzare le funzioni della realtà più che il senso della realtà. Siamo spinti a credere che ciò che serve è che l’economia funzioni, che il lavoro ci sia, non che il lavoro e l’economia abbiano un senso, per fare un semplice esempio.

Non è facile però vivere in questa forzata mancanza di senso. Ce ne stiamo accorgendo.  Il pensiero umano ha bisogno della “comprensione storica”, deve dare cioè agli eventi un senso che non emerge al momento, ma che si rivela solo entro un contesto cronologico  più ampio, quello che consente di “leggere”a fondo il senso dei fatti, talvolta anche entro una fede che consente di andare oltre la ragione. E quando non intervengono cultura scuola ed educazione a farlo, il pensiero riempie da sé questo “vuoto” di storia ed usa, come sostituto,  quei “miti storici”(  il termine non ha solo una connotazione negativa)  che sono anche essi una forma di “pensiero storico”, certo, anche se  condizionato da un carattere selettivo, riduttivo, implicitamente normativo e unilaterale ( come la nazione, il progresso, il mercato, la globalizzazione,  come “mito” è trattata talvolta la Resistenza, così  come un tempo lo è stato il Risorgimento e via dicendo).  Pensiamo ai tanti miti ideologici che hanno consentito l’ascesa dei partiti del XX secolo e poi la loro vita. Di destra, di centro e di sinistra.

Dopo il crollo dei miti ideologici del XX  secolo, anche nel XXI secolo le società hanno continuato ad alimentarsi di letture mitologiche della storia. E non solo nei paesi extra europei, non pensiamo soltanto  alle ideologie fondamentaliste islamiche alla base dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle che apre il secolo. Superati i miti nefasti della prima parte del XX secolo, quelli del nazionalismo, del  sangue e della razza, oltre a quelli semplificanti della rivoluzione e del comunismo, in Occidente erano stati i miti sociali per il momento a prevalere ( storia come progresso contro conservazione ) e ad orientare  opinioni pubbliche ed anche governi, attraverso la scuola e la divulgazione.  I miti nazio-centrici ( vedi ex Jugoslavia) erano invece a lungo rimasti “in sonno” , come brace sotto la cenere, pronta a riaccendersi.

Ma nel XXI secolo le mitologie storiche si sono decisamente moltiplicate e rafforzate, anziché ridotte. Sono entrate nel linguaggio e nell’immaginario comune mitologie economiche presto diventate senso comune e verità ovvie, accreditate da “esperti” e quindi non più discutibili. Parole importate come “spread” e espressioni a lungo rimosse dal lessico corrente  come “debito pubblico” entravano nel linguaggio mediatico portandosi dietro narrazioni retoriche e manipolate, come l’apologo della virtuosa “casalinga di Voghera” ( perfetta traduzione italiana della “casalinga sveva” della signora Merkel)  che migliora l’economia familiare tagliando oculatamente i consumi, apologo usato per legittimare tagli e sacrifici pubblici imposti dai governi. Un apologo che occulta però il fatto che il privato che taglia le sue spese non riduce il suo reddito, mentre un governo che taglia la spesa pubblica riduce di fatto il reddito dei suoi cittadini.

Ma in campo finanziario facevano ingresso mitologie “scientifiche” e ampiamente vincolanti, come il mito di un ordine economico guidato dalla concorrenza o di una globalizzazione unificante che parevano annunciare una nuova era, “libera” dalle imposizioni  e dalla corruzione della politica, travolta in Italia dagli scandali di fine XX secolo. Il mercato, il diritto e l’ interdipendenza economica come fattori in grado di neutralizzare le logiche di potenza- Un ordine economico anti-sovrano al posto della sovranità statuale decisamente demonizzata, una rappresentazione del diritto e dell’economia come forze astratte e impersonali, ma razionali ed unificanti, se non addirittura pacificanti.  Un ordine economico-giuridico ( con un diritto che è trasposizione delle “norme” economiche)  che si fonda sulla capacità di controllare gli eventi che debordano oltre i confini di Stato. Secondo la prassi di un ordinamento regolatore che non si conforma a decisioni politiche vincolate al giudizio ( considerato fuorviante o manipolabile) dei cittadini o alle limitazioni extra-economiche di un potere costituzionale.

E’ il grande mito del mercato come forza ordinatrice delle società, come spazio che fagocita il tempo, ed anzi lo “anticipa”, come fanno i futures nella finanza.  Lo mostrano bene anche i vigenti Trattati dell’ UE  che “mirano infatti  a creare uno spazio senza frontiere interne uno spazio  per la circolazione di capitale, lavoro, beni. La concreta e finita storicità è scartata  in favore della spazialità; non conta il divenire dell’uomo  nel tempo, ma il suo fare nello spazio. Il quale è una entità economica, un astratto punto del produrre  e dello scambiare, una dimensione del capitalismo e del denaro….L’ Unione ( Europea) è lo spazio dell’immane alleanza  tra tecnica e capitalismo,  e dell’insoddisfatta  e inappagata  volontà di profitto. Non c’è davvero contrasto  fra tale volontà e le forme  di razionalismo giuridico  adottate in direttive e regolamenti.  Norme de-localizzate e de-storicizzate  volte a promuovere e agevolare il funzionamento del mercato. …nulla più del mercato  globale si presenta come unità, organismo provvisto di significato stabile” ( Natalino Irti,  Nichilismo giuridico, Laterza, 2005 pp. 102 e 103).

Da  una “immaginaria forza mistica dell’economia” derivante dalla “fede” nel libero scambio  aveva messo in guardia tanti anni fa addirittura un Papa, Pio XII che evidentemente ben conosceva i meccanismi della economia e della finanza, meglio di tanti economisti di oggi. L’economia infatti sostiene Pio XII  “ con la sua capacità apparentemente illimitata di produrre beni senza numero e con la molteplicità delle sue relazioni , esercita presso molti contemporanei un fascino superiore alle sue possibilità” ( Pio XII Radiomessaggi natalizio  1954) Questo affascinante ruolo  unificante finisce per essere affidato alle  “leggi naturali” del mercato. Come nel pensiero di Richard Cobden “il principio di libero scambio  era assimilato, quanto ad effetti nel mondo morale,  al principio di gravità  che  regge il mondo fisico, assegnandogli, come effetti propri il ravvicinamento degli uomini la scomparsa degli antagonismi di razza,  di fede, di lingua, e la unità  di tutti gli esseri umani  in una pace inalterabile.” (Pio XII,  Radiomessaggio natalizio 1954).

Questa forza immaginaria è stata alla base dei nuovi rassicuranti miti dell’economia e della finanza che istituivano una nuova fede nella “mano invisibile” della concorrenza  che rendeva accettabile i più pesanti sacrifici.  Ed è purtroppo stata alla base dell’ultima fase della costruzione europea che trionfalmente a Maastricht nel 1991 lanciava l’ Unione Economica e monetaria, proprio nel momento in cui  la guerra ed i massacri di civili ricomparivano in Europa, nell’area della ex Jugoslavia. Un’area allora percepita  come una exclave non europea, interna all’ Europa.

Che questi miti potessero rivelarsi presto colossi dai piedi di argilla sembrava, almeno fino al 2022, impossibile o altamente improbabile. La Gotterdammerung, è avvenuta senza preavviso. Ma le cause della caduta  ora almeno sono chiare.

C’era stato in effetti un preavviso, ma non semplice da comprendere. “Il denaro deve servire e non governare” la ammonizione di Papa Francesco nell’anno 2013 ( Enciclica Evangelii Gaudium)non era semplicemente una frase dai nobili intenti morali. Era invece anche una frase profondamente realistica. Il denaro non può governare, semplicemente perché il denaro che “governa” finisce per essere  l’idolo costruito per la propria rovina. Nei grandi Stati europei ed extraeuropei non era mai successo che i poteri economici e finanziari assumessero “senza veli protettivi”poteri diretti di governo, come abbiamo visto plasticamente succedere nell’organigramma della presidenza Trump II, benché il fenomeno non riguardi solo gli USA.   Quando il potere finanziario ha iniziato a governare direttamente tutto è mutato.

La  realtà che subentra ai  miti

Dopo il secondo conflitto mondiale si era cercato di evitare il grande rischio del dominio della politica sull’economia, un dominio considerato, tra altri fattori, alla base delle costruzioni totalitarie.  L’indipendenza delle moderne Banche centrali di emissione dai governi era stata pensata e progettata per evitare concentrazioni di potere derivanti dalla subordinazione degli istituti di emissione ai governi.  Come si osservò in una seduta dell’Assemblea Costituente dedicata alla discussione sul potere di batter moneta,  ” …lasciare incontrollata l’emissione di carta moneta significa lasciare aperto il varco a pericoli diversi. Quando un Governo intende preparare una guerra fa prima girare il torchio e con la carta moneta mette in moto gli altiforni. Allo stesso espediente ricorre quando vuole attuare un protezionismo industriale”, (Antonio Romano, Assemblea Costituente, Seduta pomeridiana  24 ottobre 1947, p.1560/1561).   Dalla gestione governativa della moneta ( il costituente Romano proponeva un controllo parlamentare) può dunque venire un gravissimo pericolo per la vita pubblica; ma se un tempo giustamente si temeva  soprattutto- guardando al passato- il pericolo di un potere politico( o meglio, di governo) che “prendesse in ostaggio” l’economia per realizzare finalità politiche non accettate dal Paese reale, come quella suprema, quella della guerra, un pericolo altrettanto terribile può essere quello che, all’opposto,  deriva da una economia o meglio da una finanza che controlli e guidi la politica utilizzandola per realizzare una competizione assoluta in cui, come nel mercantilismo, la crescita della ricchezza degli uni significa sempre diminuzione della ricchezza di altri.

E’ ciò che è successo quando il meccanismo economico e finanziario nel suo complesso ha superato i limiti entro cui l’economia capitalistica si era sempre contenuta, conseguendo quell’infinità impossibile nella sfera della produzione,ma possibile in quella della circolazione e  realizzando il sogno di Faust. E’ il passaggio avvenuto, attorno al cambio del secolo, dall’economia di scambio all’ economia neo-mercantilistica di appropriazione ( una nuova forma di mercantilismo che in effetti assimilava guerra e commercio, nobilitando gli eroi della “guerra di corsa” come Sir Francis Drake).

La globalizzazione finanziaria ha progressivamente indebolito le barriere del diritto e della legge imponendo un potere sovranazionale che nasce dalle transazioni finanziarie ed è riuscito ad emanciparsi anche dalla costruzione romanistica del diritto privato.  Le law firms potentissime che influenzano  apertamente con le lobbies accreditate a Bruxelles Commissione e Parlamento UE sono intervenute pesantemente sul diritto, introducendo attraverso i contratti di garanzia finanziaria la deroga al divieto romanistico di patto commissorio- con la Direttiva 2002/47/CE  ( recepita in Italia con Dlgs. 170/2004) che abolisce il divieto di “alienazioni a garanzia” senza che sia conservata l’equivalenza tra bene ceduto e importo del debito. Una modalità per creare denaro senza passare attraverso la produzione di merci. Come si è opportunamente scritto “non siamo più di fronte a una vera e propria economia dello scambio , ma di fronte a qualcosa che meglio si direbbe economia della concorrenza. Il capitalista, in altre parole , accumulando capitale , non accumula più beni reali, ma diritti, e, se è così, egli è spinto ad accaparrarsi non più merci da scambiare, ma diritti, attraverso i quali può impossessarsi di altri diritti e, infine, di beni reali. Viene in essere un sistema che favorisce non la circolazione e la redistribuzione della ricchezza mediante lo scambio di beni reali, ma l’accaparramento egoistico di ciò che esiste” ( Paolo Maddalena, Gli inganni della finanza, Donzelli, 2016, p. 85).   Una accumulazione quindi che non è più economica nel senso che non  ha di mira la produzione di beni reali, ma l’appropriazione più ampia possibile dei beni già esistenti, aria, acqua, natura, tempo, salute e vita umana.  In cosa questa competizione assoluta di una economia che può uccidere senza vincoli ha finalità diverse da quelle della guerra ?

E’ qui che si è innestato ciò che si definisce   weaponisation,  per usare la neo-lingua dell’ UE. Quando qualsiasi oggetto,  economico o non economico,  può diventare uno strumento predatorio ed un’ arma- che sia un fondo valutario detenuto dalle Banche, un dazio, una materia rara indispensabile, una risorsa alimentare, oppure  energetica,  il petrolio, il gas, il metano, le materie prime, gli smartphone,  le reti informatiche, l’ intelligenza Artificiale, o magari addirittura un piccolo e invisibile virus – chi guida l’economia esercita finisce per esercitare un potere di controllo degli effetti ed insieme  di condizionamento dei comportamenti sociali, un potere più forte dello stesso potere politico e, come tale, titolare di fatto di ogni decisione suprema, come quella di decidere la guerra, non più pertinenza dei Parlamenti eletti.

E’ a questo punto che tutti i miti economici sono di colpo diventati inservibili, a partire dall’economia come ordinatore del mondo. L’economia moderna in effetti, a differenza di ciò che significa il termine nel mondo greco che ha coniato il termine,  aveva incorporato un significato nuovo ed inaudito a partire dal XVIII secolo in poi, quello mutuato dalla teologia della storia cristiana che adoperava  il termine “oeconomia” nel senso  di un governo perfetto e “divino”, l’accezione del termine che aveva consentito di giustificare o rendere accettabili anche le sofferenza e il negativo della storia, i “sacrifici” di oggi per le generazioni future, imposte un tempo dal comunismo sovietico. .

Sta oggi crollando in UE il mito delle “leggi dei numeri”-esistente ed attualmente “intoccabile”di fatto solo sulla carta-  che caratterizzano oggi la governance europea dei bilanci statali, i parametri “magici” del 3% e del 60%, gli indicatori decontestualizzati ed astratti che dovevano costruire un percorso economico e finanziario virtuoso. Anche qui la guerra globale ha messo a nudo la realtà.  Debito e deficit diventano virtuosi se finalizzati alle esigenze di finanziare una guerra che nessun Parlamento europeo ha dichiarato.  La spesa legata alla guerra di Ucraina ci ha fatto capire quello che poteva sapere solo chi conosce davvero il passato europeo e sa che, in condizioni date, un debito pubblico non alla cifra standard del 60%  ma del 200 % del PIL  può essere un onere tranquillamente sostenibile e “normale”. Basta che quello Stato sia il Regno Unito del XIX secolo, in cui si possono accumulare deficit su deficit dato che stabilità dei prezzi e crescita eccezionale della produzione fanno del debito pubblico un investimento sempre appetibile per i risparmiatori ( Thomas Piketty Il Capitale nel XXI secolo,Bompiani, 2014, p.197).

Per la verità al crollo dei miti in occidente e in una parte di Europa si è accompagnato lo sviluppo di miti esattamente speculari e contrapposti al vuoto lasciato dai primi, e dalla frammentazione di un a  Europa, priva della solida struttura costituzionale che le sarebbe stata necessaria. Mi riferisco ai miti opposti e paralleli dominanti nell’ “altra Europa”-  delle autocrazie e delle democrazie illiberali che da questo crollo dei miti in Occidente hanno tratto nuova forza. Questi miti paralleli, identificando liberismo e liberalismo, combattono lo Stato di diritto e rimettono a nuovo le vecchie ideocrazie anti occidentali per rafforzare il loro potere, alimentando le radici di un conflitto interno al continente europeo che fino a un paio di decenni fa non avrebbe avuto ragion d’ essere.( Segue)

Umberto Baldocchi

 

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