Nei  giorni in cui molti dei conflitti vicini e lontani all’Italia, soprattutto nello scacchiere mediterraneo e mediorientale, potrebbero assumere la valenza di quel che la Guerra di Spagna significò rispetto alla Seconda Guerra mondiale, e cioè terreno di scontro anche di potenze esterne,  da Servire l’Italia è stato pubblicato il seguente articolo di Alessandro Santagata che volentieri mettiamo a disposizione dei nostri lettori per ricordare la posizione di don Luigi Sturzo sulla Guerra civile scatenata dal generale Franco.

La guerra civile spagnola è stata il sanguinoso banco di prova delle culture degli anni Trenta. Ha interrogato gli antifascismi europei, mettendone in luce potenzialità e difficoltà. Nelle vicende spagnole emergono anche le tante facce del cattolicesimo politico europeo, le pulsioni reazionarie della Chiesa nazionale, nonché le ambiguità della politica della Santa Sede.

Di quelle vicende Luigi Sturzo è un osservatore, ma anche un attore. Il suo instancabile attivismo è stato ricostruito da Alfonso Botti in “Luigi Sturzo e la guerra civile spagnola” (Morcelliana, pp. 272,).

Frutto di un’ampia ricerca su fonti archivistiche (italiane, spagnole e vaticane), l’analisi dello storico segue nel dettaglio, e con una prosa piacevole, l’impegno di Sturzo contro la deriva autoritaria in Spagna. «Nessun intellettuale, politico e uomo di Chiesa europeo ha conosciuto meglio di lui le vicende spagnole degli anni Trenta», spiega. «Nessuno più di lui si è battuto per disimpegnare la Chiesa dal campo del franchismo e per avviare un negoziato».

La ricostruzione prende le mosse dallo Sturzo teorico dell’antifascismo (“Italy and fascista”, pubblicato a Londra nel 1927), e dalle sue reazioni di fronte alla chiusura ideologica dell’episcopato spagnolo dopo la proclamazione della Repubblica nel 1931. Il fondatore del Ppi sostenne la necessità dei cattolici di aderire sinceramente alla nuove istituzioni e si pronunciò contro l’integrazione elettorale nel blocco delle destre.

Al contrario di quanto da lui auspicato, nel corso della guerra civile la gerarchia spagnola si schierò apertamente con i rivoltosi, interpretando il conflitto come una «crociata» e «offrendo ai militari ribelli la chiave interpretativa universalistica necessaria a contrastare quella, altrettanto universalistica,del campo repubblicano».

Botti si sofferma su come vengono recepite dalla Santa Sede le violenze contro il clero, clero che «non fu però solo vittima. Fu anche colluso e complice dei carnefici franchisti». Particolarmente interessanti sono le pagine in cui l’autore ripercorre le evoluzioni della linea prudente assunta da Roma: a partire dall’udienza del 14 settembre 1936, in cui Pio XI condannò la guerra fratricida, (di fatto) benedicendo Franco e prendendo le distanze dai cattolici nazionalisti baschi.

Nella sua fitta corrispondenza e negli articoli usciti sulla stampa internazionale, Sturzo, pur senza attaccare mai il papa, scriveva che, dal punto di vista teologico e dottrinale, la rivolta non aveva alcuna legittimazione. Botti indaga le mosse del sacerdote calatino per trovare consensi alla sua campagna di mediazione. Ricostruisce le vicende del comitato per la pace di Parigi; l’indignazione degli intellettuali cattolici europei di fronte a Guernica (Mounier, Maritain, Mauriac) e, di contro, il silenzio della Santa Sede.

In più di un passaggio, lo storico mette in risalto la paura, presso le autorità franchiste e la gerarchia ecclesiastica, suscitata dalle iniziative dei cattolici per la pace. Gli ultimi due anni del conflitto, in particolare, videro Sturzo sempre più attivo per la costituzione di un comitato britannico e nella redazione di alcuni schemi di pacificazione. Il punto di arrivo fu la conferenza di Parigi del 1938. La speranza era che si potesse ancora ottenere una pace di compromesso.

La vittoria di Franco fu accolta invece dal nuovo papa, Pio XII, come un segno della Provvidenza. Conclude lo storico: «con i suoi silenzi, di fronte alla legislazione anticlericale, e con le sue parole, Sturzo fu dunque una voce fuori dal coro». Il fondatore del Ppi si chiese perché la Chiesa avesse in Spagna tanti nemici, non accontentandosi di risposte rituali, apologetiche e banali. Si rese conto che l’episcopato non fu solo vittima, ma anche corresponsabile della tragedia in corso e che le violenze contro i cattolici rappresentarono un alibi per giustificare il non intervento della diplomazia della Santa Sede. Una vicenda, la sua, che illumina i caratteri, le ambiguità e i punti oscuri della storia della Chiesa in un frangente decisivo della storia d’Europa.

Alessandro Santagata

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