I titoli tecnologici legati all’Intelligenza artificiale hanno perso terreno per il secondo giorno consecutivo, e la discesa di SpaceX sotto il livello della sua Ipo – l’Offerta pubblica iniziale – ha dato un segnale che i mercati non possono permettersi di ignorare. Elon Musk in 48 ore ha perso la posizione di primo uomo con una ricchezza da trilioni di dollari.

La domanda che circola tra analisti e investitori è semplice e inquietante: non è che siamo di fronte a un’altra bolla?

Per mesi il comparto AI ha funzionato come un gigantesco ammortizzatore psicologico. Mentre la crisi dello Stretto di Hormuz spingeva in alto i prezzi dell’energia nel pieno dei timori geopolitici, i titoli dell’Intelligenza artificiale hanno tenuto in piedi i listini, compensando pessimismo e volatilità. Senza quella spinta, i mercati avrebbero rischiato un avvitamento pericoloso, con effetti immediati sulla fiducia di imprese e consumatori.

Ma ora che anche l’AI mostra crepe, il quadro cambia. E torna una domanda che sembrava sepolta dal 2000: cosa succede quando l’innovazione corre più veloce dei ricavi?

L’AI corre, i conti no

Gli investimenti nel settore sono colossali: 1.500 miliardi di dollari entro il 2026, altri 1.000 miliardi nel 2027. Per giustificare queste cifre servirebbero 2.000 miliardi di ricavi annui, al netto dei costi operativi. Ma non è affatto chiaro: quanto le aziende siano disposte a pagare per l’AI, quali modelli di business prevarranno, quanto tempo servirà per monetizzare. La rivoluzione tecnologica è reale, ma la sostenibilità economica resta un’incognita.

La minaccia cinese: DeepSeek e l’incubo dei costi bassi

Il settore teme soprattutto la concorrenza dei modelli “open source” cinesi. L’episodio DeepSeek, a inizio 2025, aveva già fatto crollare il comparto: un modello capace di prestazioni simili a quelle occidentali, ma a costi molto inferiori. Se questa dinamica si consolidasse, gli investimenti americani rischierebbero di non essere ripagati, mentre i debiti resterebbero tutti lì.

Il fantasma del 2000

Il parallelo con la bolla di 26 anni fa è inevitabile. Allora come oggi siamo di fronte a : tecnologia rivoluzionaria, valutazioni altissime, investimenti enormi, ricavi incerti, mercati sostenuti da un’unica narrativa ottimistica. Nel 2000 fu l’esplosione di  Internet. Oggi è l’AI. La domanda è la stessa: quanto è solida questa corsa?

Hormuz, energia e geopolitica: la crisi non è chiusa

La chiusura dello Stretto di Hormuz non è risolta. Il petrolio resta volatile, l’inflazione minaccia di rialzare la testa, e la Federal Reserve valuta nuove strette. In questo contesto, i titoli tech — molto sensibili al costo del denaro — diventano vulnerabili. L’AI finora è servita a reggere i mercati proprio mentre l’energia tornava a pesare.

E Trump? Cosa rischia e cosa rischiamo noi?

L’amministrazione Trump punta a: tassi bassi, crescita industriale, rilancio della manifattura americana. Ma la Fed non segue la politica: segue l’inflazione. E se i tassi dovessero salire mentre il comparto AI entra in crisi, gli Stati Uniti rischierebbero una recessione tecnica proprio nel momento in cui la Casa Bianca ha bisogno di stabilità. Con inevitabili conseguenze anche per l’Europa e l’Italia che si troverebbero di fronte a  shock energetico, volatilità finanziaria, contrazione dell’export.

La domanda finale sulla bolla

Gli investimenti nell’AI hanno bruciato le tappe, spingendosi molto oltre le potenzialità economiche di breve periodo. Ora i mercati si chiedono se i soldi spesi saranno ripagati o se ci troviamo davanti a una nuova bolla pronta a scoppiare. La vera questione è questa: se l’AI smette di sostenere i mercati, cosa rimane a tenere in piedi l’economia globale?

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