Va riconosciuto a Zingaretti il merito di mettere finalmente in campo un elemento di verità: il PD non ha alcuna ragion d’essere.

Giunge alla sua necessaria e fisiologica conclusione la parabola di una formazione politica che, in quanto tale, non e’ mai esistita davvero.

La politica è meno approssimativa di quanto comunemente si pensi. Anche quando appare caotica e confusa, ad uno sguardo più attento rivela una struttura di fondo addirittura geometrica. Cosicché quando si sbagliano i “fondamentali”, cioè si viene meno a categorie interpretative e criteri di base che hanno una loro indubbia consistenza oggettiva, storicamente asseverata, la si può’ girare in mille modi, ma si va ineluttabilmente a sbattere.

Non dipende dalla buona o cattiva volontà, dalla maggiore o minore capacità degli uomini, ma da linee di forza che disegnano una sorta di campo gravitazionale cui non si sfugge perché è la stessa curvatura dello spazio in cui ci si muove a condurre verso esiti ineluttabili.

Per quanto la politica sia elettivamente il campo del’opinabile, c’è pur sempre una coerenza interna, una logica intrinseca tale da configurare una possibile “verita'”, cioè una consistenza oggettiva degli eventi che l’intelligenza politica delle cose ha il compito di attestare.

Il PD è nato sul presupposto di un errore di fondo.

Ha adottato una logica che potremmo chiamare “fusionale”. In altri termini, si è’ immaginato di poter assemblare e fondere – tra l’altro a freddo, senza alcuna seria preparazione, senza alcuna preventiva ed approfondita analisi critica – cultura cattolico-democratica e cultura di derivazione marxista.

Nella sbornia di nuovismo di quegli anni si è dimenticato – ed in definitiva tornava comodo farlo – che le culture politiche che hanno un importante radicamento ideale, filosofico e storico, culture che non si rifanno ad una costellazione contingente di interessi, bensì  ad una visione complessiva, hanno una persistenza nel tempo che se la ride delle “grida” del banditore di giornata.

Ci si è scordati che, ciascuna a suo modo, ambedue le culture di cui sopra avevano ed ancora hanno – noi lo rivendichiamo schiettamente per la nostra parte – nel loro patrimonio originario intuizioni, spunti, momenti di analisi e valori che, per quanto debbano confrontarsi con una nuova fase storica, mantengono una vivacità ed una forza tuttora rilevanti e, per quanto ci riguarda, irrinunciabili.

E’ addirittura ovvio che, nel passaggio dalla prima alla cosiddetta “seconda Repubblica”, all’entrata in campo della destra berlusconiana e leghista – che si è pure presa il lusso di sdoganare i neofascisti del MSI – le due grandi forze popolari del Paese trovassero motivi di convergenza e di impegno comune.

Democristiani e comunisti per mezzo secolo si sono contrapposti aspramente – in forza di una concezione dell’uomo, della vita, della storia, dunque secondo una interpretazione delle dinamiche sociali e dell’ evoluzione politica del contesto civile spesso addirittura antitetiche – eppure hanno saputo salvaguardare e rispettare lo spirito e lo spazio necessari a preservare, in virtù del comune radicamento popolare, le ragioni di fondo di una convivenza civile fondata sui valori di quella Costituzione cui hanno concorso congiuntamente.

Nel nostro Paese abbiamo vissuto – per quanto si fatichi a riconoscerlo, ma c’è da sperare che, a suo tempo, in sede storica, con la pacatezza necessaria, ci si torni su – una esperienza democratica, a suo modo, straordinaria e sconosciuta ai Paesi in cui lo schieramento politico era classicamente rappresentato dalla contrapposizione tra destra e sinistra.

Da noi si sono confrontate due forze ispirate, ambedue, – sia pure diversamente, l’una addirittura solleticando pretese rivoluzionarie senza senso; l’altra secondo i canoni di un popolarismo avanzato e consapevole di dover conciliare riforme e libertà- ad una istanza di giustizia sociale e di progresso.

Non a caso, si potrebbe dire che Democrazia Cristiana e Partito Comunista si sono reciprocamente plasmati, in un certo senso.

La DC non si sarebbe forse appiattita in un mero ruolo di moderazione conservatrice se non avesse dovuto rispondere al pungolo sociale del popolo comunista? Sopratutto il comunismo italiano avrebbe avuto una evoluzione così sensibilmente diversa dagli altri partiti fratelli, se non fosse stato costantemente incalzato dalla lezione di correttezza e lealtà democratica impartita dalla DC?  Avrebbe potuto riconoscere, dopo averla cosi ferocemente osteggiata, che l’Alleanza Atlantica – come ha ammesso Berlinguer – garantiva anche la loro libertà di azione politica, perfino nei confronti del Moloch sovietico? Avrebbero maturato un europeismo convinto senza la fermezza con cui De Gasperi ed i suoi eredi hanno mantenuta ferma in tale direzione la rotta?

Il PCI non si sarebbe dovuto accontentare di un Marchais o di un Santillo qualunque, anziché maturare una leadership politica e morale autorevole quale quella di Berlinguer?

E nella DC, se la posta politica e culturale del confronto non fosse stata quella, quanti avrebbero pensato che, in considerazione del suo modesto pacchetto di voti congressuali, di uno come Moro si sarebbe anche potuto fare a meno? Senonché, al momento del dunque, quel che era rimasto sul fronte dei democristiani da una parte e dei comunisti dall’altro ha giocato la partita al ribasso.

Il PD ha finito per essere una operazione di reciproca copertura in termini di potere, senza mai decollare sul piano di una mediazione politica di alto profilo di cui pur c’erano, per gli uni e per gli altri, le premesse necessarie a contrastare una destra di fatto illiberale che, non a caso, sta scivolando verso forme autoritarie e populiste.

Un processo di fusione – in cui le differenze si finge di non vederle, cosicché le posizioni a confronto, anziché potenziarsi reciprocamente, si annullano a vicenda – tutt’al più può approdare, com’ è avvenuto, ad una uniformità che poco ha a che vedere con una effettiva unità d’azione.

Quest’ultima si può ricavare piuttosto – per quanto muovendo da versanti perfino opposti – da un rapporto di coalizione, forte della capacità di guardare in faccia, tra forze diverse, quali siano i punti di consonanza ed i momenti di dissenso.

Se ne può ricavare un ammonimento anche per oggi.

Se vogliamo rovesciare la spirale involutiva che avvinghia il nostro Paese e cercare di trasformare la crisi che viviamo in una opportunità di ripresa, dobbiamo avviare percorsi di responsabilità e di fiducia: anzitutto negli elettori chiamati ad esprimere il loro orientamento libero, non preliminarmente condizionato; delle forze politiche chiamate a fare seriamente il loro mestiere, concorrendo alle mediazioni necessarie su cui costruire alleanze e accordi programmatici.

Qualcuno potrà ritenere che si tratti di cose antiche: eppure la cultura degasperiana della “coalizione” continua ad essere una strumenti tanto più necessario quanto più una società si articola in una pluralità di interessi particolari che è arduo ricondurre all’ interesse generale della collettività.

Insomma, c’è solo da augurarsi che Zingaretti riesca, attraverso il percorso di superamento del PD che ha avviato, a ricostruire una sinistra che sia in grado di fare la sua parte.

Così come a noi tocca la nostra.

Domenico Galbiati