È stato un ragazzo che guardava lontano, che sentiva fortemente la necessità di difendere la democrazia. Aveva il senso della storia e per questo il suo messaggio da non disperdere può essere riassunto in un’affermazione stimolante: «Si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con le sue difficoltà».

Il pensiero e il percorso di Aldo Moro viene proposto da un’angolatura inedita da Lucio D’Ubaldo attraverso una pubblicazione — Amare il nostro tempo. Appunti sul giovane Moro (Roma, Edizione Il Domani d’Italia, 2019, pagine 120, euro 9.50) — che non si presenta come una vera e propria biografia, ma come un saggio-documento del quale tener conto per un serio e approfondito dibattito su trenta anni di storia italiana (1948-1978) e di potere della Democrazia Cristiana.

Ne emerge il grande contributo del leader al rafforzamento della democrazia nel nostro paese. Una democrazia che nonostante molte lacerazioni ha continuato a sopravvivere grazie anche al suo contributo. È stato vittima del terrorismo, della violenza criminale per la sua coerenza di democratico e di cristiano; in passato c’è stato chi ha voluto mettere in discussione l’alta ispirazione ideale e civile.

D’Ubaldo inserisce la giusta tessera, rievocando le sue esperienze giovanili, per comporre un mosaico esauriente e per avere gli strumenti giusti e capire la realtà di oggi. Un’attività, quello dello statista, caratterizzata da un’analisi seria e scrupolosa dei fenomeni sociali e politici. Nei suoi scritti risalta l’influenza di Jacques Maritain, a partire da Umanesimo integrale, opera tradotta nel 1937 da Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, allora assistente ecclesiastico della Fuci. Di Moro si è spesso parlato inquadrandolo nel partito in cui militava, si è discusso soprattutto delle responsabilità che lo statista assassinato dalle Brigate Rosse e la Dc hanno avuto nello sviluppo del paese e nella grave situazione in cui versava. Non è mai stato visto come «un giovane come tutti e come pochi lo è stato nell’animo di politico, in sintonia con l’essere autentico democratico e autentico cristiano, fino al compiersi della sua giornata terrena».

Quanto al suo apporto al partito, emerge dal volume che la mediazione era concepita come metodo, se non addirittura come fine della politica, fino a portare a collaborazione forze diverse della storia italiana. Si scoprirà solo più tardi la sua intuizione circa l’esaurimento della centralità della Democrazia Cristiana e come fosse favorevole all’alternanza. Non ha dato un pensiero alla Dc, ma ha fatto della Dc «un pensiero che sopravvive alla scomparsa del corpo politico democristiano» scrive D’Ubaldo. Una politica, insomma, che è l’alveo del divenire.

L’autore parla di Moro e del “moroteismo” non come memoria di un passato, ma come scommessa per il futuro. «Cresciuto in un contesto che recava in grembo il de profundis della Patria, ha resistito all’impulso della recriminazione. Infatti, quando il tempo della gioventù era appesantito dal dolore, con la speranza bisognosa essa stessa di speranza, non cedeva alla tentazione di commiserare un’Italia in ginocchio, prostrata dalla dittatura e dalla guerra, umiliata nella sconfitta provvidenziale del sogno imperiale fascista. Quel tempo occorreva amarlo, anche se le difficoltà erano tante, per tante ragioni, e ancora, in quella notte della Patria, la fiammella della rinascita appariva fioca».

Emerge nel libro una certa originalità del pensiero che spiazza quanti reputano che Aldo Moro fosse il tipico cattolico-democratico, mentre dalla ricostruzione di D’Ubaldo si evince che le sue idee si slegano da questa tipicità, assumendo caratteri di una sua precisa identità, su temi ancora oggi attuali. Lo statista rivive pienamente nella ricostruzione dell’autore perché nel rileggere i suoi appunti c’è sempre l’impegno di una vita e l’assoluta mancanza di mediocrità.

Le riflessioni, l’amore per il suo Paese e per il prossimo, quella fusione di realismo e di speranza che può dirci ancora tanto. E spronarci a fare del nostro meglio. Soprattutto in politica.

Davide Dionisi

Pubblicato su L’Osservatore Romano ( CLICCA QUI )