Mentre bombardamenti e combattimenti continuano sulle già troppo insanguinate pianure dell’Ucraina, altri rombi di guerra si sentono sopraggiungere. Di varia natura e dalle possibili ancora inesplorate conseguenze. Mentre Putin brandisce ora l’arma del pagamento in rubli dei suoi petrolio e gas, le cui forniture non sono neppure cessate a seguito delle pesanti sanzioni applicate dai paesi occidentali, questi ultimi dispiegano più uomini ed armamenti nelle nazioni più orientali dell’Alleanza atlantica. La Polonia, giunta prossima alla rottura con Bruxelles, si trova a diventare sempre più una sorta di baricentro che, per certi versi, e per un certo tempo, sembra destinato a sostituire il tradizionale punto di equilibrio e di decisione costituito dal rapporto di Berlino con Parigi.

E’ evidente che tutti guardano allo scontro sul campo. Alcuni pensano che il problema sia quello di far pagare il più alto costo possibile a Vladimir Putin per un successo militare, alla fine, giudicato comunque ineludibile. Sorvolando sulle sofferenze del popolo ucraino, riguardano il film dell’impantanamento sovietico in Afghanistan, convinti che l’inevitabile logoramento, economico, d’immagine, di armamenti e di uomini, possa portare il Presidente russo, alla fine, al tavolo della trattativa.

Nel frattempo, le vittime aumentano e con esse il flusso dei profughi ucraini verso l’Europa che ha portato al di là dei confini ad Ovest, soprattutto in Polonia, già più di tre, tre milioni e mezzo di persone. Altri milioni, c’è chi parla di circa dieci, sembra si stiano spostando lontano dalle aree particolarmente prese di mira dai missili, dai droni e dai carri armati russi. Siamo di fronte ad un vera e propria emergenza internazionale. Non è pensabile che un fenomeno del genere sia risolvibile dalle sole Polonia e Moldavia. Altrettanto impensabile è che si possa assistere ad un immediato ritorno alla situazione precedente il conflitto se, e quando, dovessero cessare le ostilità.

Le altre “vittime”, a partire dalla globalizzazione

Ma la guerra d’Ucraina ha già fatto altre vittime. Si tratta di vittime tali da non autorizzare a credere che la soluzione di una delle crisi più importanti vissute dal mondo, in relazione alla quale non regge più, forse, neppure un paragone con lo scontro Stati Uniti Russia ai tempi della crisi di Cuba del 1962, venga dal solo risultato militare raggiunto sul campo.

Sessant’anni fa, ci si limitò a prove di forza potenziali, all’esibizione della bandiera, a dichiarazioni accese, ma che non giunsero mai ad uno scontro militare effettivo. Rischiando certamente una iperbolica considerazione, quel che di fatto accade in Ucraina,  potrebbe finire più per essere paragonato alla Guerra di Spagna 1936 -1939. Non a caso, si torna a parlare di “brigate internazionali”, da parte ucraina, e di reclutamento di interi gruppi armati organizzati in altri paesi, persino extra europei, da parte moscovita.

Tra le vittime più eccellenti e più significative, in aggiunta a quelle in carne ed ossa di ucraini e di soldati russi, vanno annoverate sicuramente la globalizzazione, almeno per ciò che riguarda gli scambi commerciali e di tecnologia, e, soprattutto, le relazioni mondiali instaurate dopo la caduta del Muro di Berlino le quali pure, per un certo tempo, avevano dato l’adito alla speranza di  giungere a conclusioni diverse rispetto a quelle che abbiamo dinanzi agli occhi.

Nessuno oggi può scommettere sui modi e sui tempi della fine della vicenda ucraina. Accadimenti nuovi potrebbero ulteriormente farci vivere la crudeltà della guerra portata alle sue estreme conseguenze. Non è detto che si tratti di fatti direttamente cruenti, ma in ogni caso in grado di influire, e pesantemente, sulla vita di milioni e milioni di persone. Basti pensare a cosa potrebbe significare il taglio delle forniture di gas da parte della Russia. Cosa di cui qualcuno, anche autorevole, già parla in relazione al cambio delle modalità di pagamento del gas preannunciate da Putin. C’ha pensato ieri Francesco Giavazzi, consigliere economico di Palazzo Chigi, secondo il quale l’impossibilità di assecondare il Presidente russo, perché quello del pagamento in rubli, oltre che una violazione contrattuale, costituirebbe un aggiramento delle sanzioni, porterà inevitabilmente a rinunciare all’approvvigionamento di una delle nostre principali fonti energetiche estere (CLICCA QUI).

Non è questo il momento, ma una riflessione, oltre che sullo stato di dipendenza che tutti i governi italiani succedutesi finora hanno perpetuato, andrebbe pure avviata sul perché l’Italia non abbia provveduto a fare gli stoccaggi adeguati in tempi più tranquilli solo perché i prezzi del gas non si erano abbassati come desiderato. E su questo c’è il solito controverso giudizio espresso dalle parti in campo. Vale la pena di ricordare che lo stesso Putin  espresse una certa qual meraviglia al riguardo, mentre la risposta occidentale fu che fosse stata la Gazprom a ridurre il pompaggio (CLICCA QUI). Quel che è certo è che sia davvero strano che ci si decida a correre ai ripari, adesso pensando al Qatar, quando l’esplosione della tensione con la Russia risale già a molti mesi fa.

Eppure, qualcuno aveva invitato a pensare ad un nuovo ordine mondiale

Mai come oggi, tante ragioni, fanno tornare con la memoria alle lungimiranti esortazioni di san Giovanni Paolo II a concepire un nuovo equilibrio europeo in grado di tenere in considerazione la necessità di ricostruire il Vecchio continente come un insieme di entità capaci di coesistere e collaborare sapendo che da Lisbona a Mosca vi sono tutti gli elementi per ritrovare, nella chiarezza, nell’autentico rispetto di tutte le Nazioni e di tutti il Popoli, radici comuni, interessi comuni e una Pace condivisa.

Poi, venne la volta di Benedetto XVI e l’invito a lavorare per la creazione di un nuovo ordine mondiale. Egli lo fece nel 2012 e, poi, nel 2014, parecchi mesi dopo l’occupazione russa della Crimea, riferendosi ad un auspicabile “ordinamento internazionale” non da concepire come “un superpotere, concentrato nelle mani di pochi, che dominerebbe su tutti i popoli, sfruttando i più deboli”, ma di un’autorità intesa “come forza morale, facoltà di influire secondo ragione, ossia come autorità partecipata, limitata per competenza e dal diritto”. Sulla base, e questo è l’elemento cruciale, dell’oggettivo riconoscimento che il mondo è troppo pieno di disuguaglianze che “mettono a rischio la democrazia inclusiva e partecipativa, la quale presuppone sempre un’economia e un mercato che non escludono e che siano equi”.

L’aver lasciato cadere quelle sollecitazioni porta oggi Papa Francesco, che invece le ripropone,  a commentare  mestamente nella “Fratelli tutti”(CLICCA QUI) che “la storia sta dando segni di un ritorno all’indietro”.

Francesco pensa che la risposta non possa che venire dalla “fraternità” intesa quale “dimensione comunitaria dell’esistenza”. La scelta da fare secondo Francesco è quella politica di decidersi a costruire “un pianeta che assicuri terra, casa e lavoro a tutti”. Solo così sarebbe possibile, anche guardando alla vicenda ucraina, guadagnare “la vera via della pace, e non la strategia stolta e miope di seminare timore e diffidenza nei confronti di minacce esterne. Perché la pace reale e duratura è possibile solo «a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana»”.

Un discorso che non è monodirezionale e che tutti riguarda. Solo che lo si voglia tradurre in fatti politici precisi cui sono chiamati i governanti proprio in un momento difficile qual è quello che viviamo e per il quale siamo finiti esattamente agli antipodi di quella possibilità emersa, dopo la fine del comunismo reale, di poter ragionare in termini di cooperazione economica e di sicurezza.

Altrimenti, Occidente, Russia e Cina devono deve prepararsi culturalmente, moralmente e politicamente ad una lunga stagione di conflitto, come se il mondo non bastasse più per tutti. Peccato che il passo verso il disastro atomico non sia mai stato così vicino

Giancarlo Infante