Dopo l’euforia autunnale della robusta ripresa economica in Italia e nel resto dell’Europa, sostenuta dai programmi europei del Next Generation EU e dai successi delle estese campagne vaccinali l’avvicinarsi dell’inverno sembra bruscamente riportare nuvole più scure all’orizzonte.

Il ritorno del Covid nell’Unione e le crisi migratorie tra i boschi della Bielorussia e le onde del Mediterraneo.

Cominciamo dell’Europa perché è sempre bene vedere la situazione italiana in una prospettiva più larga. Dopo gli importanti sforzi congiunti intrapresi nei mesi passati dall’Unione Europea per sostenere la vita economica e produrre uno sforzo comune nella campagna vaccinale, queste settimane segnalano importanti e preoccupanti divari (con deficit particolarmente gravi soprattutto nell’Europa Centro-Orientale, ma anche in Austria e Germania) nel controllo della pandemia. Se l’Italia sta comparativamente bene, sappiamo però che lo spazio europeo è uno spazio fortemente integrato nel quale, se non si alzano “muri” (come non vorremmo), i contagi si diffondono rapidamente attraverso le frontiere. I problemi di alcuni paesi sono quindi problemi di tutti. Un più forte coordinamento europeo delle politiche sanitarie in tempi di pandemia si rivela quindi altamente necessario, se non si vuole rischiare una nuova pericolosa frammentazione dello spazio comune così faticosamente conquistato.

Ma i problemi di coordinamento europeo emergono in un altro campo assai delicato, quello delle migrazioni.

La situazione ai confini tra Bielorussia e Polonia (ma anche Lituania e Lettonia), innescata cinicamente dal dittatore Lukashenko che usa disperati emigranti in fuga dal Medio oriente e dall’Asia centrale per risolvere i propri problemi interni ed internazionali, mette in rilievo che confini, cittadinanza e accoglienza restano temi non adeguatamente affrontati per non dire risolti nell’Unione Europea.  Ricordiamo che se l’Unione Europea vanta (e difende) come una delle sue principali realizzazioni uno spazio interno comune di libera circolazione non solo delle merci ma anche delle persone, la gestione delle frontiere di questo spazio comune rimane in maniera predominante affidata agli stati che, per così dire, “pro quota” le definiscono. Quindi la frontiera europea con la Bielorussia è affidata a Polonia, Lituania e Lettonia (mentre quella marittima con la Libia all’Italia e Malta, e così via). Ma nella misura in cui questa gestione investe tanto delicati rapporti internazionali quanto drammatici problemi di diritti umani può l’Europa impunemente volgere la faccia da un’altra parte e pensare di non assumersi una responsabilità collettiva per quello che succede nei boschi alle frontiere orientali (oppure tra le onde del Mediterraneo)? E come non riconoscere che una saggia (e umana) politica di asilo e di immigrazione non può neppure fare a meno di una politica estera comune capace di affrontare le crisi nelle complesse aree che circondano l’Unione?

Su politica sanitaria in tempi pandemici, politica dell’immigrazione e politica estera comune l’Europa ha oggi bisogno di discorsi seri e di leader nazionali autorevoli con vocazione europea.

Mentre in Germania si prepara l’addio definitivo di Angela Merkel e la nuova composita alleanza tra Socialisti, Verdi e Liberali deve ancora mostrare la sua capacità di sintesi, mentre in Francia Macron, che guiderà da gennaio il semestre europeo, affronta in primavera una non facile elezione presidenziale e potrebbero non mancargli problemi nell’ottenere una maggioranza parlamentare compatta e leale, l’Italia gode in questo momento della posizione di prestigio indiscusso tanto del suo primo ministro che del suo presidente. C’è dunque una responsabilità europea del nostro paese! Ma il contributo che nei prossimi mesi l’Italia potrà dare in un contesto europeo che presenta alcuni nodi seri, è strettamente legato alle vicende interne e anche qui le nuvole non mancano.

Le nuvole italiane di inverno

Per ora, grazie alla buona gestione dell’emergenza pandemica da parte del governo e alla positiva risposta di gran parte della popolazione la situazione italiana risulta nettamente migliore che in molti altri paesi europei sul fronte sanitario e anche assai positiva sul fronte economico. E’ del tutto chiaro che questa situazione deve molto alla fermezza della guida che il presidente del consiglio Draghi, sostenuto dal Presidente della Repubblica, ha saputo imprimere al paese impegnando tutti i partiti in uno sforzo comune e rafforzando la fiducia della gente nel suo futuro.

Ma ora è proprio il futuro di Draghi e con lui di questo virtuoso assetto politico ad essere avvolto nell’incertezza. L’avvicinarsi dell’elezione presidenziale e tutti gli interrogativi che questa comporta non solo sul nome della persona che diventerà capo dello stato ma anche sulla possibile apertura di una finestra elettorale anticipata stanno introducendo nella vita politica elementi di fibrillazione dei quali non si sentirebbe oggi il bisogno.

Per affrontare questo tema occorre innanzitutto riflettere sul fatto che i dati tutto sommato positivi della situazione italiana sia sul piano epidemiologico che su quello economico sono però tutt’altro che sufficienti per cantare vittoria. La gara nella quale siamo impegnati per riportare l’Italia su una strada di sviluppo dinamico e sostenibile e contemporaneamente più giusto non sono i cento metri ma i diecimila, gara che richiede cuore saldo e visione di medio termine. I dati oggi positivi in Italia possono molto rapidamente ritornare negativi così come abbiamo visto che in sede Europea l’esigenza di non far mancare il contributo della leadership italiana è viva.

Ecco allora che su questo sfondo i ragionamenti sull’elezione del capo dello stato e tutto quello che ne consegue devono essere adeguatamente tarati al di là delle piccole convenienze di una parte e dell’altra.

Quale è il tavolo di gioco oggi cruciale? MI pare si debba dire che è quello del governo. Gestire i potenziali critici della pandemia continuando a lavorare per costruire le fondamenta del futuro spetta al governo e a un governo guidato da mano esperta e lungimirante. Ed è la leadership del governo che può esercitare in sede europea (nel Consiglio Europeo e nei rapporti bilaterali) la sua influenza sui dossier aperti che ho citato. La presidenza della repubblica, se in buone mani, può svolgere una funzione preziosa di accompagnamento e sostegno al governo; svolgerà anche una funzione essenziale quando dopo le prossime elezioni si aprirà il non facile compito di formare un governo. Ma non può sostituirsi al governo nella regia delle politiche né a livello nazionale né a livello europeo.

Questo mi induce a ritenere che nelle condizioni attuali la soluzione più auspicabile sia quella di mantenere Draghi alla guida del governo fino al 2023, alla scadenza normale delle elezioni. Per il difficile lavoro che c’è da fare sembra difficile trovare chi possa sostituire l’attuale capo del governo. La scelta del capo dello stato deve però essere condotta in modo da individuare una persona con doti di saggezza e integrità morale che possa dare un forte sostegno all’attuale governo nei mesi delicati che porteranno alla prossima competizione elettorale.

Sarebbe importante che le forze politiche tenessero a mente i termini veri della questione.

Maurizio Cotta