Coronavirus e Lavoro. Tornano al pettine i nodi che in materia di attività lavorative, contratti, welfare, strumenti giuridici obsoleti avrebbero dovuto, in ogni caso, essere affrontati quale parte indispensabile di quegli interventi necessari ad assicurare un’autentica trasformazione del Paese.

“ È ormai opinione comune, ne ha parlato anche il Papa, quella secondo cui, lo Stato deve assicurare il lavoro e non un mero assistenzialismo. Il problema è salvaguardare la dignità dell’uomo e il suo ruolo nella società”.  Così Giulio Prosperetti, a lungo giuslavorista, prima di essere nominato alla Corte Costituzionale, si esprime in una recente intervista concessa a Il Sole 24 Ore, il cui titolo avrebbe potuto benissimo essere “Finanziare il lavoro e non la disoccupazione”.

Le considerazioni  di Prosperetti partono dal convincimento che sia stato “ un grave errore aver rimesso a paesi terzi tutto quel settore manifatturiero non particolarmente competitivo. La difficoltà sull’approvvigionamento delle mascherine è sintomatico del problema. Si dovrebbe pensare ad aiutare in via generale produzioni anche non competitive ma utili a garantire il lavoro e un equilibrato apparato produttivo. Sono contrario alla specializzazione sul piano globale delle diverse aree produttive, penso che ogni paese debba essere autonomo in ordine alle produzioni essenziali”.

L’intervista ha costituito un’altra occasione per tornare a parlare del lungo lavoro di analisi che Giulio Prosperetti ha compiuto nel corso di decenni in materia di Stato sociale. Egli è giunto alla conclusione che la crisi del welfare italiano non è questione economica, bensì giuridica perché regolata attraverso strumenti giuridici appartenenti a un’altra era. Su ciò siamo già intervenuti con la pubblicazione della recensione del suo recente volume “ Ripensiamo lo Stato sociale” – edizione Wolters Kluwer -Cedam ( CLICCA QUI ) che raccoglie gli studi e le valutazioni compiute per molti decenni.

Secondo Prosperetti, “ la fiscalizzazione degli oneri sociali in questa fase, quantomeno riferita ai settori più colpiti dal lockdown e in generale dalla pandemia, sarebbe preferibile rispetto ad aiuti erogati con la tecnica del click day. Inoltre erogare contributi agganciati a complesse condizionalità non favorisce l’iniziativa imprenditoriale e subordina i finanziamenti a complicati meccanismi di erogazione e controllo. Agire sulla sfera dell’esonero contributivo avrebbe inoltre il vantaggio di agganciare l’aiuto pubblico al numero dei lavoratori favorendo così le imprese labour intensive. Sarebbe un primo passo verso un sistema di welfare sganciato dalla prestazione lavorativa”.

Da tempo si parla del lavoro subordinato, della sua qualità, delle sue trasformazioni che si dilatano in una dimensione mondiale, in particolare, ricorda Prosperetti, perché esso “ non si realizza più con la mera messa a disposizione delle energie lavorative in capo al datore di lavoro, perché anche il lavoro subordinato viene configurandosi in una serie di prestazioni di risultato”.

C’ha pensato la stagione del Coronavirus a rendere evidente che le imprese non comprano il tempo del lavoratore ma soprattutto la sua professionalità  e che, dunque, sia venuto il tempo di avviare una “rivisitazione complessiva di tutti gli istituti che tradizionalmente presidiano al rapporto di lavoro subordinato”.

Sempre il Coronavirus ha richiamato ancora di più il problema della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese e secondo Prosperetti, in relazione all’arrivo degli aiuti pubblici all’economia reale, con la previsione di introdurre una “forma di partecipazione minoritaria dello Stato,  anche il ruolo dei lavoratori assumerebbe un più pregnante rilievo saldando la logica della partecipazione a quella di una più generale concertazione sindacale.

Inevitabile che l’intervento di Giulio Prosperetti si concludesse tornano sul suo convincimento di fondo che la crisi del welfare italiano è di natura giuridica, non economica. A suo avviso si tratta di un dato che l’epidemia da Coronavirus sembra confermarlo perché anch’essa è stata affrontata con “l’attrezzatura giuridica esistente”. Dice Prosperetti: “ da diversi anni utilizziamo strumenti giuridici nati in un diverso contesto socio-economico che, dobbiamo dirlo, rimane sclerotizzato anche a causa della normativa europea. In questa fase si è dovuto immediatamente ricorrere a derogare al divieto di aiuti di Stato, ma sul piano più generale va rivista la disciplina sulla concorrenza, che non consente ai singoli Stati di reagire alle politiche di dumping sociale e fiscale anche tra paesi membri dell’Unione”.