Resta vivo il dibattito sullo scenario italiano intorno alla presenza politica dei cattolici. All’interno del variegato mondo cattolico, ragionando all’ingrosso, si potrebbe dire che esiste un punto di comune convergenza ed uno di grande differenziazione.

La convergenza è attorno alla necessità, per il nostro Paese, di questa rinnovata presenza. La frammentazione è sulla modalità con cui si debba strutturare. Sempre scusandomi per l’eccessiva semplificazione, la questione che si pone è se questa presenza, auspicata da tutti, si debba tradurre in un percorso che porti alla costituzione di una formazione politica unitaria oppure se il contributo dei cattolici (singole persone o aggregazioni laicali) vada rivitalizzato in una pluralità di forme  e spazi della comunità politica.

Ciascuna delle due posizioni presenta argomentazioni di tutto rispetto che indicano la plausibilità di una via piuttosto che di un’altra. Particolare rilievo, in questo dibattito, ha l’inevitabile paragone con il periodo di nascita della Repubblica, quando il mondo cattolico generò un suo spazio di confluenza nella Democrazia Cristiana, un partito che non si affermò per forza propria, ma assorbendo l’energia vitale delle parrocchie e dell’associazionismo cattolico.

Su questo punto, quanti sostengono la velleità di arrivare ad una formazione politica unitaria segnano un punto a loro favore. Quelle precondizioni sociali non sono oggi osservabili. Altra condizione propizia alla nascita della Dc fu l’esistenza di un “grande nemico”: il comunismo. Paura all’epoca sacrosanta, che chiedeva un’unità su cui convergevano cattolici ed altre componenti del Paese, mentre oggi il grande nemico non c’è più. Ma su questa argomentazione non mi sentirei di assegnare un ulteriore punto pieno a favore di chi dice “politica sì, partito no”.

Siamo proprio sicuri che anche oggi non esista un “grande nemico” da cui  l’Italia va difesa, anche se i suoi tratti non sono così evidenti come lo erano nei manifesti elettorali in cui l’Italia si riparava dietro uno Scudo crociato mentre una mano diabolica le scagliava contro  una falce e martello?

Altra questione che merita di essere richiamata è l’idea stessa di partito e di lotta per il potere che questa definizione implica. Dando per scontato che, ieri come oggi, la Chiesa universale non si può riconoscere in nessuna “parte” che lotta per la conquista del potere, resta che ciascun cattolico, in quanto cittadino, è chiamato a scegliere, se non altro nel mero momento elettorale, da che “parte” stare.

Anche qui, fra le due posizioni, unionisti e disseminatori, si potrebbe arrivare ad un punto di convergenza in cui la vecchia Dc fu maestra. Assodata la frammentazione e la pluralità di percorsi del mondo cattolico odierno, se si pensi al partito come fosse un monolite di soggetti finti-uguali e reggimentati sotto la guida di un unico condottiero, certamente l’impresa degli unionisti è più che velleitaria.

La storia recente ci ha offerto immagini di tal tipo e questo certamente pesa a favore di chi teme un progetto simile. Ma un partito può nascere dal convergere di una pluralità di soggetti e di progetti, come luogo di dialogo e di sintesi di posizioni differenziate per storia, carisma e sensibilità e tuttavia unite da un patto di fiducia fondato sulle ragioni condivise del perché impegnarsi in campo politico.

Dialogare, guardare con fiducia all’altro, diverso da me, ma educato da un’esperienza di fede la cui essenza è comune, rappresenta il primo passo per vincere quella sindrome da primi della classe che tiene il mondo cattolico frammentato e poco incidente sulla scena politica. Questo dialogo deve trovare luogo innanzitutto dentro le singole realtà ecclesiali alla luce della dottrina sociale della Chiesa. Sturzo, De Gasperi, Dossetti, Lazzati, La Pira non erano d’accordo su tutto, ma stavano dalla stessa parte e dialogavano con chi stava da altre parti.

 Un partito concepito come luogo in cui le differenze coesistono in nome dell’impegno diretto al bene comune, rappresenterebbe un passo importante al servizio della nostra nazione. Un partito che sia espressione di un movimento cattolico che, seppur in forma latente, è presente nella struttura della società, pur apparendo in questo momento fragile quanto a leadership e tavoli attorno a cui elaborare strumenti interpretativi di questa fase di transizione della democrazia italiana.

Vincenzo Bova

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