L’ incontro promosso, lo scorso venerdì’, da INSIEME con diversi esponenti di formazioni di varia natura che si rifanno alla tradizione cattolico-democratica e popolare, poteva essere una sorta di “una tantum”, un appuntamento in qualche modo conclusivo, cioè destinato a prendere atto di una sostanziale incomponibilità di percorsi che, pur originati da un ceppo comune, si sono irrimediabilmente divaricati.

Al contrario, anche se  non per tutti gli interlocutori, si è rivelato, almeno potenzialmente, il primo passo di un possibile percorso che merita di essere esplorato più a fondo.

Ovviamente va osservato che tale nostro appuntamento nulla ha a che vedere con  quello tenuto il giorno successivo cui pure – con l’on. Gianfranco Rotondi, Paolo Cirino Pomicino ed il segretario dell’ UDC, Lorenzo Cesa – hanno preso parte alcuni amici di INSIEME, ma a titolo esclusivamente personale, quindi senza impegnare in alcun modo il partito nell’ avvio di un percorso di fusione tra segmenti, schegge, frazioni e fazioni della cosiddetta “diaspora” della Democrazia Cristiana, che è diverso ed alternativo e forse anche ostile al nostro progetto.

Il disegno che intendiamo portare al nostro primo Congresso dei prossimi 3/4 luglio, è chiaramente di tutt’altro segno e nasce sul consolidato presupposto di alcune clausole irrinunciabili, tra cui campeggia, sopra le altre o meglio come condizione previa, la disponibilità ad assumere la responsabilità’ di un’azione politica “autonoma” che porti i cattolici a rinunciare alle cipolle d’Egitto di una obbligata dipendenza del loro impegno politico dall’ uno o dall’altro dei due poli per affrontare insieme le incognite di un nuovo cammino.

L’unità o almeno la ricerca di un percorso di convergenza tra una pluralità di soggetti, in qualche misura similari, deve consistere necessariamente in un processo, più o meno forzoso, di omologazione o non va concepita, piuttosto, come un ricamo di relazioni biunivoche che diano vita ad un concerto di impegni condivisi, la cui persistenza, monitorata nel tempo, progressivamente consolidi un’intenzione comune fino a strutturarla in un impianto stabile e formalmente sancito ? In questo caso le differenze non possono addirittura riconvertire una dissipazione nella prospettiva di una nuova ricchezza ?

Cosicché, piuttosto che affogate  nell’amalgama indistinto di una marmellata insapore, non vanno, al contrario, reciprocamente messe alla prova, in termini  di “coalizione”, cioè secondo una modalità di rapporto, la quale permetta, anziché nasconderle sotto il tappeto, di guardarle francamente negli occhi, quasi rimarcandone le tonalità dissonanti per esaltarne di più la possibile concertazione, quindi assumendole come presupposto di una mediazione che alzi ad un  livello superiore l’elemento essenziale che le accomuna? E, cioè, nel nostro caso, la volontà di dare vita ad una terza fase nella storia della cultura politica cattolico-democratica e popolare. Si tratta di un cammino defatigante e tortuoso? Solo apparentemente.

E’ necessario capire con quale effettiva motivazione ci si metta in moto, con quale equipaggiamento, con quali attese, con la generosità necessaria a sudare il sentiero, tastando palmo a palmo un terreno sconnesso, finche’ lo sguardo giunga a spaziare liberamente su un panorama nuovo, fino a farne proprie le coordinate di spazio e di tempo. Non si tratta di percorrere a ritroso la via crucis della diaspora, ma, al contrario, di inventare una strada nuova.

“Acqua passata, non macina più’ “,  senonché, se la fonte originaria continua ad essere idealmente attiva, anche da pochi rivoli prende forma un ruscello e può forse avviarsi una vicenda nuova, una scommessa, che vale la pena affrontare, pur senza poter giurare su un esito necessariamente scontato. Ad ogni modo la questione è eminentemente politica e, messi un attimo tra parentesi i preamboli, tanto per capirci meglio e prenderci reciprocamente le misure, è necessario, diciamo così, buttarla, anche un po’ ruvidamente, in politica.

Non ha senso coltivare l’aspirazione  a rappresentare il “centro” di un sistema politico bollito, che, tutt’ al più, lisciato per il verso del pelo, concede qualche strapuntino a qualche personaggio in cerca d’autore. A noi compete dire con franchezza quel che pensiamo, a costo di essere “ectopici”, cioè  dislocati fuori rispetto alle geometrie di un apparato di forze e di relazioni politiche tra i due poli ed al loro interno che boccheggiano e danno al Paese un’ immagine desolante. Verrebbe da dire, riprendendo  un vecchio mantra che non ha portato fortuna al Paese e rovesciandolo finalmente in positivo: “Per fortuna che Mario c’è’…..”. E dopo Draghi?

Insomma, tra quelle esperienze politiche o affini di area cattolica che sinceramente accolgono il nostro appello ad un’azione “autonoma”, è importante capire se e come vi sia, fin d’ora – nella prospettiva di una presenza che, qualunque forma assuma, sia anzitutto “programmatica” – la possibile e schietta condivisione di alcuni aspetti di metodo e soprattutto di poche linee di contenuto essenziali. Se così fosse, da questi appigli si potrebbe avviare una scalata che sia – se così’ si può dire anche nel linguaggio della politica – “generativa”, che, cioè, con un riferimento fermo ai nostri principi e senza alcun orpello ideologico, si costruisca sul campo, nell’esperienza viva e vissuta del momento  storico.

Per cui a questi possibili interlocutori, che, come noi, rifiutano  la logica di sommatorie, fusioni o accordi di vertice – si fa per dire – tra vassalli, valvassori e valvassini della cosiddetta galassia post o ex-democristiana, vanno poste – lungi da noi, ben inteso, l’idea di metterci in cattedra  – alcune questioni dirimenti. Detto per inciso, sarebbe interessante aprire un giorno una discussione se e come un “democristiano” possa essere un “ex”…ma ad altra occasione).

Possiamo, ad esempio, intestarci insieme la battaglia per una legge elettorale proporzionale che restituisca l’Italia al libero e personale discernimento degli italiani, anziché pretendere di imbragarli  nelle bende gessate del bipolarismo maggioritario ? Possiamo in ordine al fenomeno migratorio, per non soggiacere all’isterismo della destra ed all’inerzia farisaica della sinistra, condividere quanto, su queste pagine, ha scritto, un paio di giorni fa, il nostro amico Primo Fonti ( CLICCA QUI )?

Sulla vasta gamma degli argomenti a forte valenza etica ed antropologica, i temi della vita e della morte, delle manipolazioni genetiche o del cosiddetto “transumanesimo” siamo in grado di avviare una campagna culturale e politica, ad un tempo, che contrasti quel sentimento, talvolta di rassegnata accettazione, altra addirittura di orgogliosa rivendicazione di soluzioni che hanno in comune, secondo diverse declinazioni, una mortificazione della  vita, senza comprendere  che qui ci giochiamo non solo un profilo morale della nostra società, ma anche  il suo “spessore” civile e democratico?

Siamo in grado di dire qualcosa di vero sul tema del Fisco, sapendo che, se per “bene comune” intendiamo quel “bene” di ognuno che non va mai a detrimento dell’altro, non siamo più legittimati a riempircene la bocca, se non facciamo guerra davvero all’evasione?

Possiamo con chi ci sta, secondo un sentimento di gratuità e di disinteresse personale, verificare la pervietà di un cammino nel segno di un “pensiero forte” che non si lascia catturare, né a destra, né a sinistra,  in un rapporto di subordinazione da altre culture politiche?

Domenico Galbiati