Nella nuova stagione politica che prende avvio con il governo Meloni servono ancora i partiti politici? Possiamo farne a meno oppure accontentarci dei simulacri di cui disponiamo oggi? Sono irrimediabilmente, strutturalmente superati, così come li abbiamo conosciuti nel secolo scorso e felicemente suppliti dai “social”? Questi ultimi non consentono forse di creare nuove “agora’”, piazze mediatiche, forme di aggregazione più moderne, più avanzate, inclusive, mobili, coinvolgenti, appassionate e, ad un tempo, libere, non costrittive, meno vincolanti? Può darsi, purché, per quanto la cosa possa apparire scontata, ci chiariamo cosa intendiamo per “partito” e per “politico”.

In una fase storica dominata da processi di mutazione culturale rapidi e pervasivi, che letteralmente invadono il vissuto quotidiano di ognuno, dovremmo programmaticamente, sistematicamente rivisitare concetti di uso comune, espressioni talmente abusate nel linguaggio di tutti i giorni. Altrimenti rischiamo di inoltrarci in un nuovo territorio da esplorare, da guadagnare palmo su palmo, con la dotazione di un lessico superato, cosicché succede spesso che discutiamo senza essere sempre certi che, tra interlocutori differenti, parliamo della stessa cosa.

Senza questa rigenerazione del nostro linguaggio rischiamo che concetti, una volta vitali, diventino luoghi comuni, parole d’ordine vuote. Insomma, un partito oggi, nel tempo della conoscenza e dell’ informazione, deve essere, anzitutto, una comunità di pensiero e d’azione. Anzi, quel punto di clivaggio in cui pensiero ed azione sono talmente adiacenti e reciprocamente osmotici da fecondarsi reciprocamente, consentendo al pensiero di prendere corpo nell’ azione. Devono essere la voce di chi non ha voce e, dunque, il luogo di una elaborazione condivisa sulla base di un originario riferimento culturale che sia comune, diretta, in primo luogo, non ad una ambiziosa attesa di potere, bensì’ finalizzata a quel momento di verità che, a sua volta, nella misura in cui asintoticamente si avvicina alla realtà delle cose, giustifica ed orienta il potere.

Compito di un partito è farsi carico della rappresentanza, portare, dunque, dentro il contesto istituzionale, una proposta politica strutturata. In un ambito di civiltà millenarie come la nostra e così per gli altri Paesi europei, che hanno accumulato nella coscienza dei popoli stratificazioni culturali antiche e profonde, non bastano forze politiche incapaci di rievocare posture ideali maggiormente radicate e diffuse di quanto non appaia a prima vista, per limitarsi empiricamente ad una prassi che assecondi gli eventi, senza l’ambizione di orientarne lo sviluppo secondo un indirizzo dotato di senso. Insomma, i partiti “all’americana”, pragmatici non sono così adatti a noi al di qua dell’Atlantico, come si vorrebbe credere.

La sfida è per noi di segno opposto: come mantenere un riferimento solido con le radici storiche e culturali che danno conto dei principi cui ci si ispira, senza cadere nella tagliola della loro declinazione ideologica, destinata ad ossificarli, rivestendo la realtà dei processi in corso con l’abito mendace dei preconcetti mentali di turno. Senonché, oggi – e qui sì c’è una diversità sostanziale con il secolo scorso – oltre che portare la politica dentro il “palazzo”, è necessario pure schiodarla dal palazzo e riportarla nei mille rivoli della società civile, fino a farne tendenzialmente una dimensione consapevole ed essenziale del titolo di cittadinanza, addirittura della vita di ognuno. E’ la dimensione della politica intesa, anzitutto, come quel “pensare politicamente” di cui siamo destinati a renderci sempre più conto come sia indispensabile per governare i contesti sociali che via via diventano più complessi ed imprevedibili nelle loro evoluzioni sistemiche.

Dunque, perché “partito” sia e perché sia “politico”, è assolutamente necessario e costitutivo il radicamento territoriale, fisico, non meramente virtuale, con tutto quello che ne consegue. I “social” sono complementari, ma ovviamente importanti, anzi necessari soprattutto per sostenere le forze politiche nella loro connotazione di “sistemi aperti”, capaci di ragionare induttivamente, cioè adatti ad apprendere dall’esperienza, al punto di saper ridefinire retroattivamente i propri stessi assiomi. Contrariamente a quei “sistemi chiusi”, che sanno solo “dedurre” dai loro presupposti ideologici, al punto di distorcere lo stato oggettivo delle cose così come stanno, pur di ficcarlo dentro i fantasmi del loro pensiero, piuttosto che liberare quest’ultimo a fronte della realtà.

Del resto, i social sono uno strumento straordinario per ampliare quella convergenza tra pensieri ed esperienze differenti che è la cifra fondativa di un partito. Nel segno – e questa, qualunque cosa se ne dica, è stata la vera forza, la straordinaria qualità morale, ancor prima che politica dei partiti autenticamente popolari – di una parità tale per cui all’apporto del militante più umile e meno acculturato viene riconosciuta la stessa dignità che al parere dell’ intellettuale, magari un po’ spocchioso.

Molti si fermano di fronte al “partito” perché temono il “farsi parte” e guardano ad una sorta di irenismo ecumenico che, con la politica, poco o nulla ha a che vedere. Del resto, il prendere “parte” è pur sempre in funzione del “tutto”, inteso come bene comune ed è, in ultima analisi, il presupposto necessario all’assunzione di una personale responsabilità nei confronti della collettività.