Quando in anni lontanissimi mi sono occupato, da funzionario della Camera dei Deputati, di giurisdizione domestica, la situazione che ho trovato era davvero singolare. Si pensi che mancava persino un ruolo dei ricorsi. Lo istituii e i dipendenti, per la prima volta, si sentirono tutelati.

Però, gli organi di giurisdizione continuavano ad essere né terzi né imparziali. Ci furono mobilitazioni delle organizzazioni sindacali dei dipendenti e, gradualmente, fu ottenuto il risultato di cristallizzare un procedimento pseudogiurisdizionale similamministrativistico. Più tardi, ci sarebbero state pronunce dei giudici europei e di quelli costituzionali e la giurisdizione domestica sarebbe stata ritenuta, nei confronti dei dipendenti, conforme a Costituzione.

Mai, in quasi un quarantennio, è stata affrontata la questione della tutela giurisdizionale dei parlamentari con riguardo alla fisionomia che l’autodichia andava assumendo. Forse, per il motivo fattuale che gli eletti non potevano neanche immaginare di doversi difendere da interventi retroattivi sul loro status giuridico, economico e sociale. Certamente, perché mai avrebbero potuto immaginare che sarebbe stato violato il principio della riserva di legge stabilito dalla Costituzione!

Tralascio i tecnicismi. Saranno oggetto, auspicabilmente, dell’esame della Corte Costituzionale, anche se una recente decisione delle Sezioni Unite della Suprema Corte, quella che ha dichiarato la giurisdizione del giudice domestico in materia di vitalizi, deve tenerci in allarme.

E mi permetto di dissentire dall’opinione espressa dal prof. Giovanni Guzzetta (Il Dubbio, 5 dicembre 2018) di “non aver interesse a entrare nel merito della scelta, politica, di colpire situazioni pregresse”. Mentre capisco che sia stato interpellato ed abbia risposto   da avvocato su passaggi legali molto complessi, e lo capisco nella mia posizione di avvocato nel medesimo tipo di giudizi, non posso trattenermi dal prendere posizione sul merito.

Io non posso, né culturalmente né professionalmente né moralmente, fare finta che una manovra tutto sommato mediocre nella configurazione e negli effetti concreti, non sia, invece, parte di un disegno di delegittimazione della democrazia nella continuità delle sue regole e, principalmente, di quelle costituzionali.

Se penso ai parlamentari che dall’Assemblea Costituente in poi, nel susseguirsi delle legislature repubblicane, hanno contribuito alla rinascita prima, e al consolidamento poi, della nostra democrazia, respingo perfino l’idea che possano essere accomunati in un giudizio che ne liquidi la storia personale e politica qualificandoli come profittatori di sistema.

Lo dico con il necessario vigore perché da tempo ho sostenuto che il tragitto previdenziale degli eletti dovesse essere lo stesso di tutti gli altri cittadini, con versamenti contributivi, da parte delle Assemblee elettive,  alle casse previdenziali di appartenenza (al lordo di un assegno di reinserimento per tutti coloro che non fossero lavoratori dipendenti) e, perché, notoriamente mi sono battuto contro la corruzione ed i corrotti, da prendersi, questi ultimi, uno per uno con le loro personali responsabilità.

Diversamente, si cade e, a mio avviso si è caduti, in una condizione precostituzionale o anticostituzionale, con una copertura del provvedimento che non ha alcuna ragione economica né endoprevidenziale. Chiunque abbia dimestichezza con i bilanci delle Camere sa che  con pochi, banali interventi di razionalizzazione della spesa interna possono risparmiarsi il doppio o il triplo degli euro procurati dalla falcidia dei diritti degli exparlamentari.

Il  taglieggiamento lineare dei vitalizi non ristabilisce nessuna eguaglianza di trattamento, non foss’altro perché non salvaguarda precedenti regimi di calcolo, come è stabilito per tutti lavoratori pensionati e pensionandi (ma gli eletti non sono lavoratori subordinati, la loro subordinazione, mai sufficientemente fatta valere, è nei confronti della Costituzione e della legge). Il taglio dei vitalizi, come è abbondantemente provato dalla cronaca politica, è un messaggio degli odierni detentori del potere politico all’opinione pubblica per convalidare il proprio ruolo odierno.

Come ha detto il “compagno” Mao Tse Tung nella decima sessione plenaria dell’VIII comitato centrale del partito comunista cinese, “per rovesciare un potere politico si deve necessariamente e in primo luogo creare l’opinione pubblica e lavorare nel campo ideologico”.

Aver gettato i parlamentari di questo Paese nella fornace del discredito pubblico corrisponde ad un’azione di quel genere, tutta ideologica. E, detto a chi leggerà queste brevi note di riflessione, a soffrirne saranno stati gli eletti onesti e i loro familiari che già in alcuni casi concreti, si trovano spinti sull’orlo di decisioni irrimediabili. Mentre, gli altri, che non hanno bisogno del vitalizio, per aver messo da parte ingenti patrimoni, restano al riparo. Come sta avvenendo per gli evasori e per i vari condonati.

Spero che la Corte Costituzionale sia messa nella condizione di giudicare. Diversamente, questo tipo di azione politica, gradualmente ghermirà ogni cittadino, ogni libertà.

Alessandro Diotallevi