Gentile direttore,

ho letto con molto interesse gli interventi Marco Trabucchi, presidente della Società di Geriatria e di Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, e vorrei contribuire al dibattito sul tema con alcune note frutto di diretta esperienza.

Rappresento, infatti, Uneba (www.uneba.it) , la più longeva e rappresentativa organizzazione di categoria del settore sociosanitario e assistenziale in Italia. Nostri associati sono un migliaio di enti, soprattutto strutture residenziali che si dedicano ad anziani non autosufficienti, persone con disabilità, minori, sofferenti psichici… Quasi tutti sono non profit di radici cristiane.

Nelle nostre strutture accogliamo persone fragili, e offriamo loro il conforto di una vita di comunità, con trame il più possibile fitte di relazioni.

Il Covid trasforma in fattori di rischio fragilità e vita di comunità: ma questi restano elementi irrinunciabili.

Con pandemia ci ritroviamo stretti tra due doveri, che per noi operatori del non profit sono anzitutto doveri etici e di fedeltà ai nostri valori.

Da un lato, vogliamo e dobbiamo continuare a garantire a chi accogliamo vita di comunità e relazioni umane, fondamentali per la loro serenità; dall’altro, dobbiamo e vogliamo continuare a proteggere dal pericolo di contagio le persone accolte , i lavoratori delle strutture, le loro famiglie. E sentiamo forte la responsabilità di proteggere anche le nostre comunità e territori: non vogliamo essere focolai.

Ma purtroppo i due doveri sono in conflitto. Più permettiamo a un anziano incontri e relazioni, meno lo proteggiamo dal contagio. Oltre a mettere a rischio chi lavora con lei/lui e chi lo incontra.

Più lo proteggiamo dal contagio, meno gli permettiamo vita di relazione. Oltre a rattristare o far arrabbiare quei famigliari che vorrebbero riabbracciare il genitore.

Le strutture residenziali sociosanitarie vivono, mille volte amplificato, lo stesso dilemma delle scuole, della politica, di tutti noi. Allentare le restrizioni o mantenerle? Più libertà o più protezione?-

Inoltre, fin dall’inizio della pandemia, tantissime strutture hanno attivato servizio di videochiamata anziani-famiglie, aiutando gli anziani a utilizzare questo strumento. A Milano, inoltre, proprio oggi (martedì 3 novembre) sarà presentata una iniziativa che mette a disposizione di 10 RSA strumenti di telepresenza, che permettono un’esperienza di relazione ancora più ricca.

Che l’esperienza drammatica della pandemia ci indichi vie di miglioramento per le strutture residenziali sociosanitarie è evidente.

Ma immaginare la completa chiusura delle Rsa è folle. I posti letto in residenze sanitarie per anziani e persone con disabilità  in Italia sono circa 300 mila. Molte di queste donne e uomini sono in condizioni di salute troppo fragili per essere assistiti dai famigliari, come ben ha rilevato il prof.Trabucchi. E se non fossero accolti nelle strutture residenziali, non sarebbero a casa propria: sarebbero lungodegenti in ospedale.

Siamo convinti fautori della necessità di un dibattito sul futuro dei servizi sociosanitari. Ma residenza, assistenza domiciliare, social housing e autonomia a casa propria non sono alternative che l’un l’altra si escludono: sono, invece, tasselli diversi di uno stesso mosaico, quello della risposta ai bisogni degli anziani, come ben diceva su Avvenire il prof. Impagliazzo. Perché il mosaico sia completo, servono tutte. Ognuna può essere la soluzione per quella determinata persona in quella fase della sua vita. Serve integrazione sociosanitaria. Servono professionisti dell’assistenza, non operatori improvvisati.

Servono percorsi di innovazione, in cui le Rsa si trasformino in centri di servizi per anziani, che offrano tutta la gamma delle soluzioni possibili. Vari enti Uneba già ora lo fanno, e si pongono come pionieri. Il nostro contratto nazionale si è già messo al passo: include, ed è uno dei pochi, una disciplina specifica sull’assistenza domiciliare.

Franco Massi

Lettera Pubblicata su Avvenire