L’impressione è che i commenti politici al DEF scarseggino, rispetto agli anni precedenti. Forse è presto. Forse dobbiamo guardare all’esame parlamentare e al fatto che l’attenzione alla politica economica e alla finanza pubblica è attratta dalla presentazione del PNRR.
Ci sono però motivi sostanziali. La sospensione della applicazione di norme e parametri del patto di stabilità toglie argomenti a coloro che ogni anno, o più volte l’anno, con una specie di coazione a ripetere, contestavano un’austerità non virtuosa per noi ma imposta da altri. (Perdonate la digressione: c’era austerità mentre il debito pubblico sul Pil saliva da poco più del 100% a più del 130% in meno di 20 anni, e prima del Covid? E indebitarsi è di sinistra? Serve alle politiche sociali? È manifestazione di sovranità indebitarsi, o c’è più sovranità nella emancipazione dal debito? Domande in attesa di risposta, ma non qui).
È vero che qualcuno ha agitato le minacce dell’imminente ritorno di quelle tagliole al superamento dell’emergenza. Ma è evidente che forze politiche importanti suscitano in UE la consapevolezza che non si debba tornare alle regole di prima, ma a quelle più intelligenti, più capaci di assecondare processi virtuosi. Forse più incentivi che sanzioni?
Il fatto che la Pandemia coinvolga tutti modera la pretesa dei frugali di ammaestrare e disciplinare gli altri.
Draghi da parte sua ha chiarito che ci sono tempi per dare e tempi per chiedere (ai cittadini contribuenti). Ha presentato come (auspicabilmente) non necessario il ricorso a prossime manovre correttive. Ha fatto propria la strategia della crescita, sia per ridimensionare nel tempo l’incidenza percentuale del debito sul Pil mediante la crescita del PIL stesso, sia per consentire a suo tempo di ripagare il debito.
Negli anni passati l’opzione di non ridurre il debito in valori assoluti, ma di affidarsi allo sviluppo e quindi a un sensibile incremento del Pil per attenuarne il peso proporzionale, da molti è stata considerata avventata se non proprio illusoria in bocca a persone diverse da Mario Draghi. Ma Draghi in queste materie ha indiscutibile competenza. La sua competenza non è meramente tecnica: è autorevole e non è pusillanime.
Oltretutto – soprattutto – questa volta non ci sono alternative. La via della crescita è impervia ma obbligata. La presenza di NGEU conferisce a questa prospettiva credibilità e risorse. Le riforme la renderebbero possibile.
Dunque che cosa occorre per avere successo in questa impresa decisiva per l’Italia (molto più decisiva di quanto normalmente non pensiamo)?
Un punto chiave politico è quello delle riforme (ancora troppo concepite settorialmente e che dovrebbero essere ancorate a un orizzonte trasformativo più ampio e lungimirante).
Un secondo punto chiave è la battaglia della vaccinazione (per riattivare l’economia) perché Draghi non ha nascosto che quello in corso dovrebbe essere l’ultimo scostamento.
Un terzo punto è la buona attuazione di NGEU, che combina requisiti politici e tecnocratici: la ben nota questione della governance, tutt’ora aperta.
Sulla strada dell’attuazione la nomina dei Commissari per le opere pubbliche è un passo rilevante. Ancora è meno di una riforma, ma è più di una eccezione (come era il ponte di Genova). Ma che cosa occorre ancora? Che cosa (altro) devono fare gli italiani?
Trovo finora solo la proposta di Enrico Letta nella assemblea del PD del 17 aprile: “una cosa che fece Ciampi nel 1993: facciamo un grande patto per la ricostruzione del nostro paese con tutti i rappresentanti dei lavoratori, delle imprese, delle piccole imprese a partire dalle forze della maggioranza, … un patto innovativo, vanno inseriti elementi innovativi che siano nel tempo di oggi come l’economia circolare….”.
Il precedente è nobile, ma quante cose sono cambiate? Il grande patto per la ricostruzione è un’idea da raccogliere, per legare i partiti della maggioranza agli interessi generali del paese e chiamare le forze sociali a un orizzonte che vada oltre il particolare e le attragga su un campo innovativo.
Ma la presa sulla società sia della politica sia dei corpi intermedi in questi 18 anni è diminuita.
Un patto di impegno convergente della classe dirigente del paese, intono ad obiettivi condivisi, patto solenne, e altresì leale ed operoso, sarebbe una condizione necessaria per la Ricostruzione del Paese.
Tuttavia non sarebbe sufficiente.
È un sentire popolare comune che va risvegliato.
Una Ricostruzione, come quelle tipicamente postbelliche, ma che da noi dovrebbe anche rimediare alla lunga stasi precedente, richiede una mobilitazione di energie civili e morali, del lavoro e dell’impresa, a partire dal piano terra della società.
Non abbiamo davanti un compito solo per le classi dirigenti (o le élites), ma per tutti coloro che vivono in Italia (anche gli stranieri di recente cittadinanza o comunque residenti con noi).
Non si tratta solo di rilanciare investimenti, e di gestirli presto e bene (e, checche’ dica il proverbio, nessuno dei due avverbi si può espungere oggi). Si tratta di spingersi fino a risollevare natalità e produttività. Dunque per creare fiducia, per ridefinire una identità nazionale non meramente difensiva, ma rivolta alla responsabilità dei compiti che dobbiamo assolvere in casa, nella più grande casa europea, nei nostri vicinati a partire dal Mediterraneo, e fino alle nuove discipline della globalizzazione: clima, lavoro decente (cioè di base a tempo pieno e a tempo indeterminato e con retribuzioni sufficienti), cittadinanza digitale, fiscalità nuove e armonizzate, mercato, diritti civili…
La condizione indicata da Aldo Moro oltre 40 anni fa rimane tutt’ora un tema in attesa di svolgimento (“Questo Paese non si salverà…se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere”). Quali partiti, quali corpi intermedi oggi conoscono e parlano, oltre a quello dei diritti, il linguaggio dei doveri?
Lo smarrimento dei confini dei vecchi strati sociali, l’apparire del povero che lavora, il bradisismo dei ceti medi, è come se ci avessero confuso.
Le società crescono per inclusione in ceti medi che si allargano. Non è una suggestione consumistica, anche se non si può vivere di sole esportazioni. Tornare a fare crescere le donne e gli uomini che lavorano, far crescere il reddito di chi lavora, significa accettazione dei figli, possibilità di farli studiare e di riattivare l’ascensore sociale, più cura della salute, abitazioni decenti, cultura e fiducia, progressiva bonifica dell’invidia sociale che è inversamente proporzionale alla speranza.
Ecco il compito della politica, delle parti sociali, degli imprenditori. Ognuno deve sapersi ritagliare il suo compito, aprire il suo anche piccolissimo cantiere. Non è solo nel sollecitare altri a provvedere, è nel fare tutti la possibilità di Ricostruzione.
Vincenzo Mannino