I risultati delle recenti elezioni in Serbia, così come le grandi virate d’opinione osservate in Europa nei mesi trascorsi— non ultimo il caso del Referendum sulla Giustizia in Italia — impongono una riflessione profonda che superi i consueti cliché sul “giovanilismo”.
Da decenni la sociologia, il dibattito politico e le polemiche giornalistiche catalogano la protesta giovanile come la fisiologica manifestazione di un disagio: una parentesi destinata a rientrare con l’età adulta. Eppure, le dinamiche osservate nelle piazze suggeriscono che ci troviamo di fronte a un vero e proprio salto di qualità rispetto alle stagioni del passato, persino rispetto allo spartiacque del ’68.
A differenza delle mobilitazioni ideologiche del secolo scorso, spesso avvertite troppo distanti dalla vita quotidiana della maggioranza delle popolazioni, le manifestazioni spontanee degli ultimi anni muovono da premesse radicalmente diverse. Movimenti come il Pro Pal non nascono dall’adesione a un dogma, ma da una spinta etica, umana e profonda. Quando il mondo giovanile scende in piazza sul conflitto mediorientale non lo fa per appuntarsi un’etichetta ideologica, ma con una postura compassionevole e concreta, volta ad avviare processi reali per la tutela dei diritti e la soluzione della tragedia palestinese.
Ma l’elemento davvero dirompente, che smonta la narrazione dei giornali e della politica tradizionale, dovrebbe essere ricercato in un’Europa segnata da un profondo inverno demografico con i giovani che rappresentano una minoranza numerica. Cifra alla mano, i soli voti degli under 30 non avrebbero mai potuto determinare il crollo o la tenuta di un regime alle elezioni serbe, né avrebbero potuto rovesciare i pronostici dei sondaggi in un Referendum complesso come è stato quello italiano. E soprattutto dopo anni, se non decenni di disimpegno pubblico e sociale con il quale ci piaceva raffigurare i giovani dediti ai loro soliloqui onanistici digitali dinanzi ad un computer o a un cellulare, è forse giunto il momento di approfondire le vere dinamiche che oggi li fa scendere in piazza, operare sui social.
E’ in parte un rovesciamento di uno stereotipo anche se il digitale resta il loro luogo di prima mobilitazione. Quanto siamo autorizzati a considerarli una serie di monadi isolate? Ci sarà sicuramente anche questo aspetto che convive, però, con quella realtà che colloca ogni ragazzo ed ogni ragazza comunque all’interno di una rete familiare e di altre relazioni civili e sociali per forza di cosa, dunque, intergenerazionali. La forza e la lucidità delle piazze di Belgrado e delle città europee hanno agito da cassa di risonanza attorno al tavolo di casa, convincendo genitori e nonni. È la famiglia nel suo complesso ad aver votato, accogliendo la spinta morale dei figli e dei nipoti come una risposta credibile al “vuoto” istituzionale che abbiamo già avuto modo di citare (CLICCA QUI). Non siamo più di fronte al solo giovanilismo, ma a un’alleanza intergenerazionale che trova nei giovani l’avanguardia visibile di un malcontento trasversale.
È proprio questa saldatura a meglio far comprende la reazione di tante istituzioni e di tanti governi, sempre più inclini alla criminalizzazione della protesta. Finché la mobilitazione resta leggibile come “disagio giovanile”, il sistema la tollera come una parentesi irrilevante. Ma quando la piazza giovanile diventa capace di parlare agli adulti, trascinando il corpo elettorale verso scelte di rottura, essa si trasforma in un soggetto politico pericoloso. Etichettare le piazze solamente come violente o eversive è il tentativo disperato di spezzare questo patto di fiducia tra genitori e figli, dicendo ai primi: “Non seguiteli, sono pericolosi”.
La realtà, tuttavia, ci dice che il salto di qualità è già compiuto, ma che una classe politica intelligente e generosa dovrebbe saper coltivare. Perché siamo di fronte ad un ’68 privo di dogmi, ma carico di concretezza ed anche, sia pure con propri linguaggi e propri codici, della “riscoperta” della politica. A dimostrazione che la “questione giovanile” non è più una rivendicazione di parte, ma il motore di una possibile nuova presa di coscienza collettiva.
Giancarlo Infante