Mentre l’Occidente prosegue la sua marcia inesorabile verso il tramonto  del Sacro, mentre le Chiese cristiane d’Europa si interrogano sul proprio futuro e sulla capacità di parlare e farsi ascoltare dalle donne e dagli uomini di oggi, mentre la laicissima Parigi piange per le fiamme che hanno divorato la sua Notre Dame…  in una terra lontanissima si può morire a causa della fede cristiana. E soprattutto si può perdere la vita per la mano armata dall’odio religioso.

Questa è la più grande offesa al sentimento religioso e alla natura stessa del rapporto tra l’uomo e Dio. Un rapporto fondato sulla pace interiore e violentato dall’inimicizia esteriore che trova sempre nuove strade per affacciarsi, con tutta la sua carica di violenza, nella vita di comunità, popoli e nazioni.

Così oggi possiamo piangere, se ancora ne abbiamo il coraggio e la sincerità del cuore, le vittime (oltre trecento) degli attacchi terroristici di Pasqua in Sri Lanka. Obiettivi scelti con cura dall’Isis che ha rivendicato l’eccidio: le chiese cristiane e gli hotel frequentati in massima parte da turisti occidentali associati, nel loro immaginario, ai “crociati”. Cristiani dello Sri Lanka forse colpevoli di rappresentare una minoranza religiosa capace di vivere in dialogo con le altre religioni. Ma una minoranza evidentemente fraintesa nei suoi gesti e nelle sue parole.

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Noi cristiani tiepidi conserviamo ancora una vaga nozione del significato cristiano della Resurrezione di Cristo, il Dio fattosi uomo venuto a salvare l’umanità dalla sua condizione di peccato, ma dovremmo tornare a interrogarci sulla distanza culturale e sociale che ci separa dai popoli che hanno abbracciato il buddismo, l’induismo e l’islamismo.

Spesso in società ancora in via di sviluppo e prive di una storia democratica, in cui la religione ha avuto sempre un ruolo prevalentemente politico. Di qui la difficoltà per buddisti, induisti e soprattutto islamici, di considerare quello che il cristianesimo è progressivamente diventato, cioè una religione di pace. La religione della pace e della fraternità.

Quella che spinge il Papa a farsi pellegrino in terre che cristiane non sono, nel tentativo di lanciare ponti e, se possibile, abbattere muri. Come è accaduto ad Abu Dhabi, con la firma da parte di Francesco e del grande imam Tayyb, del patto di fraternità umana.

Dunque, il riconoscersi fratelli per guadagnarsi insieme la pace. E’ dai tempi del primo incontro interreligioso di Assisi convocato da Giovanni Paolo II (27 ottobre 1986), che la Chiesa cattolica ha sposato la causa della pace come missione degli uomini e delle donne di religione. Una pace al centro delle preghiere ma anche dei gesti di accoglienza nei confronti di chi fugge dalle guerre e dalla fame. Solo così si può apprezzare l’ostinazione di Papa Francesco nella difesa dei profughi e dei migranti.

Eppure, questo desiderio, questa invocazione di pace, sono puntualmente contraddette.

Accade puntualmente che nei giorni di Pasqua, quest’anno in Sri Lanka, negli anni scorsi in Iraq, in Egitto, in Kenya, in Nigeria e in Pakistan, si muoia mentre si prega.

La vita dei cristiani nel mondo è sempre più segnata dal martirio. Parola da noi custodita nei vocabolari e per fortuna non sperimentata. Ma drammaticamente attuale perché occupa le nostre cronache. Anche se di paesi e genti lontane da noi.

Come ha evidenziato il Rapporto sulla libertà religiosa curato da Acs (Aiuto alla Chiesa che soffre), 300 milioni di cristiani vivono in aree del mondo segnate dalla persecuzione. Praticamente un cristiano su sette nel mondo soffre per la privazione della libertà religiosa e può anche rischiare di perdere la vita a causa della sue fede. Una triste consapevolezza che non solo manca a noi comuni mortali, ma soprattutto alle nostre classi dirigenti, troppo impegnate a cavalcare le paure (anche quelle dell’islamismo violento) e a ricavarne un dividendo politico elettorale. Almeno ci risparmino le loro lacrime di coccodrillo.

Domenico Delle Foglie

 

Articolo pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno il 24 aprile 2019