Un percorso politico nuovo, che sia fondato su una lettura della realtà sociale ottenuta adottando nuove categorie, esige che, a monte, maturino un abito mentale, una consapevolezza di sé e dei valori in gioco, nel frangente storico che stiamo attraversando, che siano altrettanto nuovi.

Non è retorico sostenere come la crisi della democrazia non sia solo di carattere prettamente “politico-istituzionale”, bensì anche di ordine “morale” e vada, dunque, intercettata pure su questo piano, cioè in ordine ai costumi, alle attitudini, ai criteri di giudizio ed ai comportamenti che presiedono alla vita di tutti e di tutti i giorni. Per quanto la fede illuministica in un progresso continuo, coerente, illimitato ed inarrestabile, che sembra addirittura farsi da sé per una sorta di inappellabile necessità intrinseca, sia oggi profondamente scossa, ha generato l’ ingenua credenza che tutto possa volgere al meglio solo ricorrendo a soluzioni “sistemiche” appropriate e di ordine collettivo, in particolare attraverso efficaci progetti di ingegneria istituzionale, che risultino automaticamente risolutivi, per ragioni strutturali e, dunque, assolvano dal concorso personale e dalla partecipazione critica dei cittadini. Entra in gioco un meccanismo di proiezione rassicurante, nella misura in cui traferisce la responsabilità del momento ad un’entità plurale ed anonima, che assolve la singolarità della coscienza di ciascuno dall’onerosità di un coinvolgimento immediato e diretto. E’ necessario, per contro, comprendere e convincere come ognuno debba accettare l’ onere di un ruolo e di un compito da assumere in proprio, in nessun modo delegabile a nulla ed a nessuno.

In altri termini, solo la “persona”, nel pieno sviluppo della sua natura “relazionale” e nell’ esercizio della libera responsabilità che le compete, può rappresentare l’arco di volta in grado di reggere la transizione epocale che stiamo sperimentando. Libertà e giustizia, solidarietà, equità, progresso e sviluppo, democrazia e partecipazione, dignità della persona e qualità della vita: almeno questi concetti vanno sottoposti ad una rilettura radicale che ne confermi e ne moduli il valore, nel contesto civile pienamente secolarizzato e globale, liquido ed insieme complesso in cui viviamo oggi.

Un nuovo abito mentale, dunque, che, intanto, assuma la libertà come dovere da compiere, ancor più che non diritto da rivendicare. E, nel contempo, riconosca tra libertà e giustizia un vincolo talmente stringente, tale per cui ogni vulnus recato alla seconda, di fatto comprometta e delegittimi la prima.

“Libertà come dovere” significa coltivare ed alimentare, promuovere e difendere nella propria interiorità, quella misura di distacco dal proprio “io” e di osservazione disincantata delle proprie stesse opinioni che sia sufficiente a mantenere lineare, limpido e trasparente lo sguardo con cui accostiamo la realtà, lasciando che manifesti per intero la sua incomparabile ricchezza, senza imporle le distorsioni che possono derivarle dalla nostra supina adesione alle convenzioni, alle attitudini, alle pigrizie mentali, ai conformismi che siamo andati via via accumulando.

Solo se abitate da persone che siano davvero interiormente libere e responsabili, società complesse come le nostre possono sperare di mediare e condurre a sintesi le mille contraddizioni da cui sono afflitte, raggiungendo un punto di equilibrio che permetta di governarne gli sviluppi.

Domenico Galbiati