Il mondo della produzione si trova, oggi, a dover affrontare variazioni radicali dei prezzi di acquisto  nei mercati di tutto il globo, così repentine da spiazzare i “business plan” delle aziende, che, in molti casi ,vanno integralmente rifatti, in un difficile contesto di grande incertezza dovuta agli eventi bellici in Europa, che giustificano anche azioni speculative distorsive del mercato .I processi di   approvvigionamento delle materie prime, dunque, vengono ridisegnati: la super globalizzazione è messa in discussione , le filiere tecnologiche sono oggetto di diversificazione.

La risposta dei Governi a questa congiuntura è, tradizionalmente, quello di intervenire sia con l’ erogazione di sussidi monetari alle imprese colpite dall’anomala crescita dei prezzi dei prodotti necessari al proprio “core business”, sia con agevolazioni alle persone fisiche a basso reddito.

Questa politica si inserisce in un quadro congiunturale, già difficile per effetto della pandemia Covid19 che ha caratterizzato gli anni 20-21 e parzialmente il 22; un quadro di crisi economica diffuso in tutta Europa.

L’intervento pubblico può reggere per un tempo  limitato, visto che i bilanci pubblici  ereditano un indebitamento già alto, e questo vale  in particolare per l’Italia.

Ritorna così, con molta evidenza, il tema della indispensabile crescita dell’economia reale e della urgenza di provvedimenti  che blocchino l’allargamento dell’ insoddisfazione sociale già notevolmente diffusa per gli effetti sull’economia del Covid19 . Operazione non facile da realizzare; tuttavia è urgente perché ampi strati della popolazione italiana manifestano stanchezza verso il mercato e il suo legame alla democrazia. La rottura dell’equilibrio tra democrazia e mercato porta con sé l’esecrabile fine del patto sociale tra il lavoro e il  capitale, come hanno insegnato molti studiosi, ad iniziare dal professore Achille Ardigò.

Ricordiamo, infatti,  che la nostra democrazia liberale poggia su un progetto politico che prevede la crescita della prosperità e della dignità del lavoratore. In questi anni, invece, la nuova libertà di mercato, iniziata con il ciclo post crollo del muro di Berlino, nel tempo, si è dimostrata un’illusione di nuovo benessere: la produttività del capitale è stata di gran lunga superiore agli aumenti dei salari. È venuto cioè  meno il patto che in Italia ha garantito, dalla ricostruzione post bellica agli anni del miracolo economico, la crescita economica e la pace sociale. L’economia italiana sapeva produrre reddito in misura da soddisfare consumi e risparmi crescenti. Questo meccanismo virtuoso si è bloccato da tempo.

Tutto ciò evidenzia che la politica congiunturale oggi  attuata è , purtroppo, insufficiente risolvere una crisi che dura almeno dal 2008.

Riprendere il cammino della crescita significa affrontare quelle politiche economiche e sociali di carattere strutturale che, di fatto, dopo il fallimento della programmazione economica del  centro-sinistra, solo ora, con il Pnrr, sono oggetto di un’ azione di governo. Va ricordato che alla crisi petrolifera del 1973  il sistema produttivo occidentale seppe reagire ottenendo risultati significativi nella riduzione della dipendenza dal petrolio. Tocca fare altrettanto, ora, con l’introduzione di nuove tecnologie nei processi produttivi, che dimezzino (!) i costi. È una sfida fattibile, lo dimostra il mondo dell’automobile che ha saputo ridurre del 40%  i costi dell’introduzione di un nuovo modello di auto.

L’attuale crisi indica dunque che, dopo il crollo del muro di Berlino, sono di nuovo mutate le condizioni di sviluppo del capitalismo. La questione energetica, e i suoi effetti, cambiano il contesto nel quale opera il sistema produttivo sia a livello locale, sia a quello internazionale. La politica dei vari “competitor” è  quella di ottenere dei vantaggi competitivi mediante l’applicazione delle tecnologie più avanzate ai sistemi di produzione e ai prodotti. A questo proposito, l’intervento pubblico dovrebbe tradursi in politiche di sostegno che aiutino gli imprenditori ad avere un ruolo significativo nella ridefinizione in corso delle catene del valore, almeno a livello europeo. Le imprese italiane , da sole, non sono in grado di ricuperare il divario tecnologico accumulato, salvo poche eccezioni.

La semplice politica congiunturale, vale ribadirlo, non dà nel medio periodo i vantaggi competitivi necessari: i vari bonus sono espressione di una strategia difensiva; occorre, invece, una politica aziendale d’attacco. L’applicazione della intelligenza artificiale, nei suoi più recenti sviluppi, sta promuovendo un nuovo ciclo di sviluppo industriale , dove i “competitor” si caratterizzano per la capacità d’incrementare il loro valore aggiunto anche con percentuali a due cifre. L’azienda che non fa questo, è fuori dal mercato.

Correlato alla crescita della produttività  è il ridisegno della divisione del lavoro. Vale, infatti, la regola di sempre: aumentare la produttività, accelerare la rotazione del capitale, incrementare il tasso dei profitti, mettere al centro del lavoro lo sviluppo tecnologico. Può dare i frutti attesi se la regola è applicata in un contesto di coesione sociale, indispensabile in questa fase del ciclo economico, caratterizzato sempre più da un diffuso e crescente malessere sociale che coinvolge anche i ceti medi.

L’esperienza ha insegnato che un’impresa può essere più redditizia con un clima di lavoro solidale e con una costruttiva identificazione dei lavoratori con la missione aziendale. Ancora una volta l’imputato è il capitalismo finanziario speculativo, che annulla la creatività imprenditoriale e la professionalità dei lavoratori.

Per l’Italia, una fase d’intensa ricerca di livelli più elevati di competitività è indispensabile per assorbire gli  incrementi nei costi dell’ energia, delle materie prime e dei trasporti delle merci, soprattutto intercontinentali. Questi ultimi, in particolare, stanno costringendo ad un ridisegno della globalizzazione, dove si stanno riducendo gli spazi commerciali; così, si accentuano per le imprese italiane le difficoltà di ricupero dei ritardi in materia di competitività. Per cui, gli investimenti in tecnologia digitale diventano un imperativo: al centro c’è il Pnrr che andrebbe integrato da un piano supplettivo d’investimenti  finalizzato al recupero dei ritardi del sistema produttivo e amministrativo italiano.

Questa sfida ha bisogno d’essere supportata da una innovativa politica nelle relazioni industriali. L’attuale contesto è negativo. I dati indicano che, nell’ultimo decennio, l’occupazione non è aumentata, mentre le ore lavorate sono diminuite e ha avuto un decremento il numero degli addetti dell’industria e gli occupati giovanili. Le remunerazioni reali dei lavoratori dipendenti si sono ridotte.

Ne consegue, per prima cosa, l’indispensabilità di un programma pluriennale d’investimenti in formazione professionale, che dia ai lavoratori non solo nuove conoscenze tecnologiche, ma anche autonomia intellettiva e dignità umana. Vanno, quindi, fatti investimenti nel benessere sociale, dalla sanità alla educazione culturale. Il tutto finalizzato alla creazione di una nuova coesione aziendale.

La coesione sociale in azienda non può non fondarsi su una solida alleanza tra il capitale e il lavoro. In altri termini, una coesione sociale in azienda passa per un coinvolgimento dei lavoratori nei processi decisionali, compreso il vertice aziendale, senza equivoci o  ambiguità nelle attribuzioni giuridiche della proprietà, per costruire un concreto senso di comunità. Non solo, disporre di un  lavoro partecipe e solidale è una componente imprescindibile  della nuova agguerrita competitività internazionale. Perciò, al lavoro va riconosciuta una partecipazione ai profitti aziendali; ad esempio, un 10% annuo sull’utile d’esercizio. Infatti, una remunerazione adeguata del  fattore lavoro è essenziale per elevare la produttività (quella italiana è tra le ultime. Un dato: la produttività negli ultimi trent‘anni +10% per l’Italia, +40% per l’area euro).

In conclusione, appare ineludibile un intervento alla radice  della creazione di valore nell’azienda  del post guerra russo-ucraina, per la quale sarà vitale realizzare al suo interno un accentuato dinamismo tecnologico.

Va inoltre sottolineato che il ridimensionamento della globalizzazione “spinta” sta provocando una mutazione genetica del capitalismo, di cui il “neo-liberismo” cerca di approfittare (si vedano le dichiarazioni programmatiche della neo-premier inglese, la thatcheriana Liz Truss, a favore del neo-liberismo); ma, come scrive Fred L. Bloch, il capitalismo è una forza egemone che può essere modificata anche con significative aperture alla coesione sociale.

La risposta democratica, quindi, ai cambiamenti in atto è un percorso di riforma strutturale della partecipazione delle forze economiche e sociali ad una costituente per un nuovo patto sociale.

Roberto Pertile