Come se l’invasione di investitori retail negli Usa non bastasse a caricare di ulteriori criticità strutturali un mercato già in bolla da sovra-valutazione per eccesso di liquidità da Banche centrali, ora al banchetto in onore dell’auspicato bull market del secolo si è accomodata – sedendosi di diritto al secondo capotavola – anche la Cina. E non per un miglioramento reale dei dati macro dopo il lockdown – basti pensare al -37% nelle vendite di auto registrato nell’ultima settimana di giugno – o per la sconfitta ufficiale del virus in tutto il Paese, bensì per un qualcosa di decisamente distopico e orwelliano. Ovvero, il mercato rialzista di Stato.

Ovviamente si tratta di una forzatura ma la chiusura a +5,7% registrata da Shanghai nella prima seduta delle settimana, miglior performance giornaliera dal 2015, va tutta ascritta alla prima pagina del principale quotidiano finanziario del Paese, Securities Times (meglio noto come China Securities Journal), dalla quale campeggiava un imperativo categorico, vista la natura governativa delle colonne che lo ospitava: “Favorire un salutare mercato del Toro dopo la pandemia appare oggi più importante che mai per l’economia del Paese“.

Insomma, investire sull’azionario equivale a un atto di patriottismo. ( …)  Ovvero, indebitarsi (interamente o
parzialmente) per acquistare titoli. E trattandosi della Cina, il rischio connesso a una livello di massa per una pratica simile è che a gonfiarsi non sia solo la bolla azionaria ma anche quella – sgonfiata a fatica negli anni scorsi ma mai a livelli di reale sicurezza – dello shadow banking, ovvero il sistema bancario ombra e parallelo delle finanziarie opache.

(… ) Sembra che l’orologio degli orrori finanziari cinesi sia stato riportato indietro di cinque anni, quando esplose la prima bolla azionaria post-Lehman, dovuta proprio alla folle corse retail all’investimento. Per uscire da quel disastro, il quale fra l’altro mandò sul lastrico qualche milione di Gordon Gekko improvvisati, ci vollero otto mesi e un intervento con il bazooka della Pboc, la Banca centrale di Pechino: fra il giugno 2015 e il febbraio 2016, proprio lo
Shanghai Composite passò da quasi 5.500 punti a 2.954.

E qui sorge il primo dubbio, decisamente più preoccupante anche della corsa di massa al trading di impiegati e parrucchiere. La reazione pavloviana delle Borse europee e dei futures di Wall Street alle notizie giunte dalla Cina potrebbe infatti essere legata a qualcosa di più strutturale e sistemico al mero appello del governo a innescare un rally duraturo. Nella partita a scacchi globale su chi dovrà gestire il banco nei prossimi decenni, lo scorso 21 giugno la Cina ha compiuto infatti la classica mossa del cavallo: ha mantenuto fermi i tassi sui cosiddetti Prime loans a 1 e 5 anni, rispettivamente al 3,85% e 4,65%. Tradotto, ha nascosto il proprio gioco rispetto alla volontà della Pboc di intervenire all-in in supporto dell’economia con un’ennesima alluvione di liquidità (mascherata dai tassi principali con cui si finanziano le aziende), unendosi così di fatto al carro dei colleghi del G-6, tutti impegnati in programmi espansivi senza precedenti. Con quella scelta, Pechino ha rispedito la palla nella metà campo della Fed, conscia del fatto che il cosiddetto impulso creditizio cinese è ciò che fino al 2018 ha permesso al meccanismo disfunzionale del Qe perenne di garantire una fragile sostenibilità.

La Cina forniva liquidità pressoché illimitata al sistema, l’Occidente in cambio ne importava la deflazione da sovraproduzione industriale. Insomma, la pace sociale attraverso il monetizzazione del debito. Operando in modalità di copertura del proprio gioco, invece, la Cina a fine giugno aveva schiacciato il tasto pausa e attendeva la prima
mossa dagli Usa, già ampiamente oltre mandato con l’operatività della Fed e in pieno clima elettorale. E qui nasce la duplice lettura della situazione, un po’ come il dilemma della pillola rossa o pillola blu di Matrix. La vulgata ottimistica degli investitori, infatti, scommette sul fatto che le dinamiche macro interne cinesi abbiano giocoforza svelato il bluff della Banca centrale a tempo di record, costringendo Pechino a cedere e riattivare almeno in parte la stamperia statale, visto che la cosiddetta ripresa a V non si è sostanziata e il rischio di nuovi lockdown pesa come un macigno su un clima già teso per i rinnovati attriti commerciali con gli Usa. Insomma, più liquidità globale uguale
rally assicurato. Il tutto, ovviamente, ignorando l’ulteriore indebitamento monstre che una dinamica simile comporta.

Chi invece tende a guardare il bicchiere mezzo vuoto legge questo trend in maniera opposta, prefigurando già un breve rally estivo dei corsi azionari seguito da un tonfo clamoroso, poiché la Pboc interverrà obbligatoriamente ma non con magnitudo tale da reggere un potenziale squilibrio del leverage nel sistema finanziario come quello che quasi certamente si scatenerà a fronte dell’invito a salire tutti insieme sulla giostra equity. Insomma, siamo di fronte a un last hurrah rialzista prima del periodo di purga obbligatoria oppure la prossima correzione – la cui magnitudo
teorica, dato il combinato di soggetti interessati e i livelli di leverage, appare spaventosa – servirà ad allargare ulteriormente e a dismisura le già slabbrate maglie dell’operatività delle Banche centrali, arrivando magari alla deriva giapponese di massa dell’acquisto diretto di titoli azionari per sostenere indici in caduta libera?

( … ) Il Fondo Monetario Internazionale ha stimato che la ratio debito privato/pubblico sul Pil a livello mondiale raggiungerà la percentuale record del 278% a fine anno, a causa delle manovre straordinarie poste in essere dalle Banche centrali come risposta alla pandemia.

Liberamente tratto da un articolo di Mauro Bottarelli pubblicato su Businnes Insider

 

Immagine utilizzata: Pixabay