E’ ormai universalmente sentito un senso di ingiustizia sociale, che trae la sua origine dalla realtà economica ed è alimentato dall’ evidenza di fenomeni quali l’eccessiva concentrazione della ricchezza, la diffusa povertà relativa, le eclatanti disparità economiche internazionali. Risulta sempre più chiaro come la causa prima sia da trovare nella diseguaglianza distributiva. La lunga crisi economica, ancora in corso, ne ha esasperato la percezione, spalmando gli effetti su fasce sempre più ampie di popolazione.

Si è finalmente messo in discussione il modello dominante (in realtà già dimostrato teoricamente infondato, a metà del ‘900, da illustri economisti italiani, tra cui Sraffa), che ha giustificato e sostenuto, come il migliore possibile, l’impianto distributivo esistente. Ma soprattutto si sta progressivamente screditando il criterio fondante, l’individualismo, avendo storicamente riscontrato la sua incapacità nel conseguire quel benessere privato e collettivo promesso deterministicamente dal modello, rivelatosi – contrariamente – all’ origine di un generale malcontento (sfociato di recente , se possibile, anche in reazioni politiche di massa, quali populismo e sovranismo).

Si fa sempre più strada l’idea che la soluzione sia da cercare nella “relazionalità”, peculiarietà umana ampiamente trascurata dalla teoria economica, con l’eccezione dei primi economisti, c.d. classici (Smith in primis) e di altre correnti di pensiero coeve, come la c.d. economia civile. Il problema è che la gran parte dei recenti e brillanti tentativi in tal senso, che si richiamano anche al civismo, non hanno intaccato significativamente la scienza economica mainstream, avendo avanzato nella maggior parte dei casi correttivi che, pur alla ricerca di un coerente paradigma alternativo, non sono ancora riusciti ad alterare nella sostanza, né comunque a condizionare concretamente (se non in modo marginale) l’impianto produttivo e distributivo dominante, ovvero il “nucleo” dell’economia.

La soluzione potrebbe trovarsi proprio nel recupero dell’intero schema classico, precocemente abbandonato a causa della piega comunista che erroneamente prese. In realtà lo stesso Marx credeva nella centralità economica dell’aspetto relazionale, al punto da sostenere che << il capitale è un prodotto collettivo e può essere messo in
moto ….solo mediante l’attività comune di tutti i membri della società>>  e da avere come obiettivo finale un mondo ideale in cui << alla vecchia società…con i suoi antagonismi…subentra una associazione in cui il libero
sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti> (Manifesto del Partito Comunista) ed ancora in cui << ognuno [ottenga] secondo le sue capacità; ad ognuno [venga dato] secondo i suoi bisogni >>(Critica del programma di Gotha), espressione tratta addirittura dagli Atti degli Apostoli !

Ma la sua svista fu quella di ritenere che il capitalismo si fondasse su una relazionalità intrinsecamente conflittuale e che, in quanto tale, non potesse se non essere superato a tutti i costi, smantellando radicalmente e drasticamente l’intero sistema produttivo e distributivo, e, con esso, il principio primo ritenuto alla base: la proprietà privata. Certamente aveva colto, tra i primi economisti a farlo, l’esistenza di una evidente ingiustizia distributiva (esattamente come oggi ampiamente percepito…), ma intendeva porvi rimedio non solo contestando, pur giustamente, la prevaricazione di una categoria produttiva sull’altra, alla base di una perenne ed insanabile conflittualità, quanto decretandone in modo discrezionale ed unilaterale l’eliminazione (insieme al diritto alla proprietà privata), a tutto favore dell’altra, unica “classe” a poter e dover sopravvivere.

Lo schema produttivo e distributivo classico era scientificamente corretto (come dimostrato nel ‘900 dagli stessi economisti italiani che avevano invalidato lo schema dominante), ma la deviazione politica marxiana lo screditò a tal punto da condannarlo progressivamente all’ oblio. Il modello neoclassico (o marginalista), di stampo individualista, ha avuto quindi facile sopravvento, da allora e fino ad oggi, rivelandosi il più potente strumento teorico a garanzia del mantenimento dello status quo. E’ giunto ormai il momento di recuperare il paradigma precedente, epurandolo di tutte le successive deviazioni, teoriche e politiche (fallite peraltro anche storicamente), per poter finalmente fare quel passo avanti che riporti di nuovo alla relazionalità (un vero e proprio “ritorno al futuro”!).

Adottando il modello originario, già ben strutturato e coerente (secondo la versione ripresa e sistemata dagli economisti italiani citati), piuttosto che ideandone uno nuovo, potremo infatti riposizionare la relazionalità al centro dell’economia ed in particolare nel suo “nucleo”, che è appunto la produzione e distribuzione dei redditi. Certo, lo schema andrà aggiornato ai nuovi, mutati, metodi di produzione, ma la sostanza dell’impianto non cambierebbe: si potrà sempre agevolmente ritrovare, in qualsiasi manifestazione economica, pur se finanziarizzata o digitalizzata, le due categorie produttive e distributive descritte dai classici: capitalisti e lavoratori.

Nello spiegare con estrema chiarezza e realismo la formazione “residuale” del sovrappiù produttivo (come risultato netto ottenuto sottraendo al prodotto finale i salari ed i mezzi di produzione consumati nel processo), lo schema classico consente infatti di constatare: – come lo stesso sovrappiù (obiettivo di ogni sana economia), e con esso l’intera produzione, non possa se non essere, a ben vedere, il frutto di un’ unione, di una collaborazione, di una “combinazione” (per usare il termine tecnico degli economisti), piuttosto che di un conflitto, tra le due categorie produttive (giova qui ricordare che anche Marx in realtà ebbe modo, in alcuni scritti, di considerare tale rapporto all’ origine della ricchezza – cfr Critica al programma di Gotha); – come tale “residuo”, vitale per la riproducibilità del sistema stesso, sia allora da attribuire naturalmente agli stessi partecipanti al processo; – come conseguentemente lo stesso non possa se non essere distribuito a favore di entrambi (in linea con la stessa logica concorsuale che sottende al modo di produzione) e non univocamente e discrezionalmente a favore dell’uno o dell’altro.

L’aspetto relazionale potrebbe così rientrare nuovamente al centro dell’economia (e della società), in particolare nel suo “nucleo” (dove è sempre stato), assumendo peraltro anche quel carattere scientifico (piuttosto che unicamente filosofico, sociologico o intimista) che gli si può certamente riconoscere in questo ambito.

E’ da qui che dovremmo ripartire per poter declinare un nuovo e più equo modello capitalistico, (produttivo e conseguentemente distributivo e sociale). E con esso una compiuta proposta politica. Ma prima di iniziare questo sfidante percorso, sarà doveroso ricordare e riprendere chi, pur al di fuori di un ambito prettamente scientifico o teorico, era già riuscito a cogliere, in modo pieno ed incisivo, la centralità del legame tra le due categorie produttive (e sociali): Leone XIII, nel pieno delle rivoluzione industriale ed a ridosso delle elaborazioni marxiste, da un lato, e marginaliste, dall’altro, dimostrando di saper scrutare la realtà con profondità di spirito e intuito profetico, intravide per primo la stretta relazionalità concorsuale, economica e sociale, tra le due umanità produttive, fino allora ritenute in opposizione (secondo il socialismo, di matrice marxiana) od in rapporto di strumentalità, pur se apparentemente “libero” ed “equilibrato” (secondo il liberismo, di matrice marginalista).

Come infatti non interpretare in tal senso alcune affermazioni “forti” della Rerum Novarum, quali quelle contenute nel capitolo sulla “Necessità della concordia”, riprese successivamente, con ulteriore acutezza e determinazione, nella Quadragesimo Anno di Pio XII, all’interno dell’ancora più esplicito e mirabile capitolo su “Capitale e lavoro”?

Alla luce di quanto detto potremo allora certamente applicare anche all’economia le parole pronunciate da Papa Francesco riguardo alla famiglia, secondo cui << i due principi-base della civiltà umana sulla terra
sono il principio di comunione ed il principio di fecondità>>.

Così come nella famiglia l’amore coniugale conduce alla fecondità procreativa, allo stesso modo mutatis mutandis nell’impresa la relazione tra lavoratori e capitalisti (in quanto proprietari dei mezzi di produzione) conduce alla fecondità produttiva, rappresentata dalla capacità “generativa”, insita in tale combinazione, di conseguire un risultato superiore rispetto alle risorse impiegate per ottenerlo. All’ origine del benessere materiale (come, d’altra parte, della più ampia “felicità” personale e collettiva) non starebbe quindi un conflitto o un privato tornaconto bensì, al contrario, un’unione. Cambia tutto!

E non si tratta di una unione di matrice spirituale, che pur può condurre alla nascita di meritorie imprese a vocazione apostolica (i cui frutti possono coerentemente essere destinati anche e soprattutto a finalità benefiche), ma di una unione fattuale, pratica ed inevitabile (si potrebbe dire “naturale”) per il benessere di ciascuno e di tutti (illuminanti al riguardo proprio le parole di Leone XIII, il quale scriveva nella Rerum Novarum: << L’una [parte] ha bisogno assoluta dell’altra. Né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale>>.

Né è opportuno snaturare, se non per soggettiva e deliberata scelta, la funzione economica e sociale dell’impresa capitalistica (nonchè la relativa organizzazione e governance), la cui motivazione (“a imprendere”) rimane comunque, per il bene di ciascuno e dell’intera comunità, proprio quella di massimizzare il sovrappiù produttivo (non identificabile con il solo profitto) – senza che questo possa consentire in alcun modo di danneggiare il creato o la dignità personale di chi vi lavora (o gli altri valori che la comunità volesse ritenere “intoccabili”).

La relazionalità concorsuale sembra poter descrivere bene anche il tipo di rapporto che vige all’interno dell’altra fondamentale istituzione economica capitalistica, il mercato, realizzandosi al suo interno quell’incontro attivo, in “concorso” o meglio “concorrenza”, tra i soggetti partecipanti. Anche in questo caso non si può pretendere un funzionamento diverso da quello suo proprio, consistente nel libero scambio tra interessi privati che si confrontano alla ricerca di un’incontro (definito dal prezzo), a meno di non impedirgli di svolgere il suo ruolo vitale, che rimane sempre quello di garantire non solo la sopravvivenza, ma anche un maggior benessere degli agenti che vi operano e con essi dell’intera collettività – fermo il rispetto dei citati valori “superiori”, condivisi e non negoziabili.

Sulla scia del pensiero sociale della Chiesa, in particolare del principio della destinazione universale dei beni, andrà certamente salvaguardato chi è impossibilitato, senza colpa, a prendere parte alla produzione ed allo scambio (come i bambini, gli anziani, i disoccupati strutturali, i disabili o le popolazioni dei paesi più arretrati), nella consapevolezza che il prodotto mondiale risulti già, come noto, più che sufficiente a soddisfare le necessità dell’intera popolazione del globo (<< Tutti mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi avanzati…>>).

Cosi come si potrà convenientemente decidere, su opportuno consenso, che la parte del sovrappiù fiscalizzabile venga destinato, a parità di finalità, ai corpi intermedi della società, sottoforma cooperativistica, piuttosto che allo Stato, in applicazione del principio di sussidiarietà. Ma tutto ciò potrà avvenire, come evidente, solo dopo la produzione, che rimane sempre il fulcro centrale dell’economia, partendo dal quale poter poi coerentemente estendere la relazionalità anche alla distribuzione, al mercato ed al restante ambito economico e sociale.

Solo prendendo pienamente atto, infatti, dell’esistenza della relazionalità nel nucleo produttivo sarà possibile permearne l’intera economia e la società, a tutto vantaggio dei singoli e della collettività. Solo provando cioè a sanare quelle “strutture di peccato” radicate nella profondità del sistema economico, potremmo sperare di invertire la diabolica tendenza autodistruttiva, individualistica ed egoistica, in atto da tempo, fonte di controversie e malcontenti di ogni tipo, locali e globali.

Il primo passo concreto non potrà allora se non essere quello di rivedere la produzione e la distribuzione alla luce della relazionalità, conseguendo finalmente una maggiore equità distributiva rispetto all’attuale, obiettivo prioritario di quella giustizia sociale auspicata dalla dottrina della Chiesa, ma sempre disattesa fin dagli inizi del capitalismo. Acquisito questo passaggio, si potrà e dovrà guardare oltre, verso un’affermazione più concreta, diffusa ed auspicabile della reciprocità e della comunione, nell’ impresa come nel mercato e nell’intero sistema (in definitiva, all’economia civile).

E’ dunque la relazionalità così intesa, questo essere e stare “insieme”, primogenita della reciprocità e della comunione, a rappresentare il pensiero “forte” della Dottrina Sociale, a cui dover rivolgersi in chiave contemporanea per la costruzione di un impianto politico veramente nuovo, coerente e praticabile, che sia finalizzato ad un reale benessere personale e collettivo. (<< La concordia fa la bellezza e l’ordine delle cose, mentre un perpetuo conflitto non può dare che confusione e barbarie>> – Rerum Novarum).

Aldo Maria Pujia